Il Disco di Libarna: un'interpretazione astronomica

Discussione intorno alla conferenza del 28/10/2017

(a  cura di Marisa Uberti)

 

In occasione del Festival della Scienza di Genova, la Sala Ovale del Museo Archeologico Ligure situato a Pegli è diventata un polo di attrazione per l’esposizione di un reperto che per la prima volta viene mostrato al pubblico: il Disco di Libarna. L’elegante sala, situata all’interno di Villa Durazzo-Pallavicini che ospita la collezione archeologica più importante della regione, è anche stata la sede dell’attesa conferenza tenuta dal dr. Walter Riva (Osservatorio Astronomico di Genova Righi) e dall’archeoastronomo valdostano prof. Guido Cossard, in cui sono stati presentati i risultati di almeno un anno di studi effettuati sul singolare reperto, che è stato battezzato “Disco di Libarna”. Siamo particolarmente soddisfatti di aver preso parte alla serata, unica nel suo genere. Tra i primi, anche, ad aver potuto ammirare il reperto in mostra, con tutto il fascino del mistero che porta con sè. L'esposizione, intitolata "Contatti con il passato. Il Disco lunare di Libarna",  è stata infatti inaugurata il giorno precedente la conferenza. il nostro interesse è stato soddisfatto anche perchè si sono snocciolati argomenti che abbiamo già affrontato nelle pagine di questo sito, si sono citati luoghi e reperti che abbiamo visto durante i nostri sopralluoghi e questo è molto importante per noi, ai fini di collegare tra loro contesti e culture. In questo ultimo periodo si è sparsa a macchia d'olio la notizia della "decifrazione" del Disco di Libarna e i titoli più ricorrenti nella rete erano del tipo: "Mistero risolto!". Ma è veramente così? E' ciò che cercheremo di capire, partendo dal fatto che ben pochi (noi compresi) sapevano cosa fosse questo oggetto, fino a pochi mesi fa. Andiamo quindi a fare la sua conoscenza.

  • Il reperto, il contesto del ritrovamento e la nascita di una nuova teoria

Si tratta di una sottile lamina discoidale di piombo del diametro massimo di pochi centimetri, forato al centro e ricoperto di incisioni su entrambe le facce e sono proprio questi “segni” ad avere “rivoluzionato” l’interpretazione dell’oggetto che giaceva –fino allo scorso anno- nel deposito museale con la vaga classificazione di “peso” e mai degnato di considerazione. Come vaga, del resto, permane la sua provenienza. Come giunse al Museo Archeologico di Genova Pegli? E’ necessario fare una breve cronistoria sul contesto del ritrovamento, che fu l’antica città romana di Libarna, di cui si erano perse le tracce. Abbiamo visitato nel 2016 l’area archeologica dell’antica Libarna[1], restandone affascinati ma nulla potevamo sapere, allora, di questo reperto. L’insediamento (comune di Serravalle Scrivia in provincia di Alessandria, in Piemonte) era sorto su un precedente sito della media Età del Ferro (VI-V secolo a. C.)[2] e i Romani ne fecero un centro nevralgico posto a ridosso dell’importante arteria viaria detta Postumia (realizzata nel 148 a.C.) che collegava Genova a Tortona e quindi alla Pianura Padana (giungendo fino ad Aquileia).

L’impianto urbanistico della città romana, sorta con l’orientamento sull’asse N-S (seguendo quello della Via Consolare), data con certezza tra la metà e la fine del I secolo a. C. Si può intuire che culture diverse come quella ligure, etrusca e romana si fossero pertanto amalgamate, con tutte le conseguenze (pro e contro) del caso. I Romani ereditarono sicuramente tradizioni dai Celti (stirpe alla quale appartenevano i Liguri) e di questo va tenuto conto proprio nella comprensione del Disco di Libarna, come vedremo. Divenuta Municipio nel 45 a. C., Libarna godette di prosperità fino al III secolo d.C. grazie alla sua posizione strategica militare e commerciale ma il suo prestigio venne meno quando quell’asse viario venne gradualmente accantonato a favore di altri percorsi stradali. La città venne abbandonata nell’arco di alcuni secoli e di Libarna non restarono che decadenti vestigia, ricoperte nel tempo da detriti e oblio.

La riscoperta archeologica iniziò a partire dal 1800; sappiamo che nel 1808 era già noto il teatro e tutta l’area fu in seguito oggetto di scavi (1820, 1823, 1875, 1899, 1900-‘05, 1908-‘13, 1919-‘21) inizialmente non mirati ma effettuati per lavori stradali e ferroviarî. Scavando,  tornarono alla luce l'anfiteatro, vari edifici, tracce dell'acquedotto e gran parte della rete stradale romana. Ulteriori scavi vennero attivati nell’area del teatro nel 1937 e nell’anfiteatro tra il 1950-‘52[3]. Campagne di scavo più recenti sono state effettuate tra il 2003 e il 2004. I numerosi reperti che vennero alla luce dall'Ottocento sono attualmente suddivisi in tre principali poli museli: la Sala Espositiva Archeologica di Libarna (allestita presso il Palazzo Municipale di Serravalle Scrivia), il Museo di Antichità di Torino  e il Museo Archeologico della Liguria, dove ci troviamo. E' anche possibile che vari pezzi siano sati dispersi o tenuti in collezioni private (ma questo è un altro discorso).

Uno degli splendidi mosaici pavimentali ancora in situ, nell'area archeologica di Libarna; era pertinente al Triclinium

 

Al Museo di Archeologia Ligure i reperti confluirono grazie all’opera di collezionismo del canonico Costantino Ferrari, cultore delle memorie locali, il quale aveva messo insieme una cospicua raccolta di reperti libarnesi. Passati al Governo per la Regia Università, vennero in seguito donati all’allora Museo Civico di Archeologia Ligure (attuale Museo Archeologico). In questa collezione rientrano numerose ceramiche, vetri, lucerne e piccole sculture, perlopiù raccolti in occasione di scavi non documentati eseguiti nelle necropoli di Libarna, che dovevano situarsi all’esterno delle mura e lungo le direttrici viarie. Tra questi reperti si trovava sicuramente il modellino di groma[4] (esposto in una vetrina del II piano del museo) e il Disco di piombo che stiamo ammirando.

Dal momento del suo ritrovamento in poi, al Disco non venne attribuita alcuna importanza rilevante; fu depositato nel magazzino del museo e lì avrebbe continuato forse a rimanere se non fosse stato per la sensibilità e la curiosità della d.ssa Anna Maria Pastorino la quale, oggi trasferitasi in Germania ma per anni curatrice del Museo stesso, ricordava le incisioni di quel curioso reperto (che probabilmente non la convinceva essere un semplice “peso”) e ne parlò con alcuni esperti e con l'’attuale direttrice del Museo, d.ssa Patrizia Garibaldi, la quale ha dimostrato uno spiccato interesse verso il manufatto. Ne ha vivamente incentivato la valutazione dapprima del dr. Walter Riva (direttore Osservatorio Astronomico di Genova Righi[5]) il quale ha poi coinvolto l’archeoastronomo Guido Cossard. Dato che l’ unione fa la forza, da questi preamboli è scaturita la teoria astronomica del Disco di Libarna, che andiamo a conoscere.

 

  • Sintesi della Conferenza

Introdotti dalla d.ssa Garibaldi e alla presenza di un folto pubblico, i due relatori hanno preso la parola alle 20.30 circa. Nell’ordine ha iniziato a parlare il dr. Walter Riva, che ha condensato il significato delle stelle e dei due astri maggiori (Sole e Luna) per le popolazioni antiche, le quali hanno basato su di esse i loro calendari, strumenti indispensabili per le attività civili e religiose. Le principali stelle usate per il Calendario erano Sirio, Orione e le Pleiadi, ben visibili anche ad occhio nudo. Sul Sole e sulla Luna sono basati anche i moderni calendari. Il modello occidentale è impostato sull’anno solare ma molte culture utilizzano ancora calendari lunari, e non sono poche, circa la metà del globo!

Ebrei, cinesi e mondo islamico adoperano calendari basati sulla Luna. E per la festa cristiana della Pasqua ci si basa tutt’oggi sulla Luna. Il problema di adottare l’astro notturno come base calendariale genera, però, un complesso meccanismo di “adeguamento” dello strumento stesso perché vi è una differenza notevole tra la lunghezza dell’anno solare e quella dell’anno lunare, che comporta circa 11 giorni di differenza (12 mesi lunari sono 354 giorni di media contro i 365,25 di quello solare e solo ogni 309 lunazioni si ha il riallineamento con il calendario solare). I Greci basarono il proprio calendario su entrambi gli astri (Sole e Luna); in un ciclo di otto anni (ottasteride) si computavano 5 anni di 12 mesi lunari e 3 anni di 13 mesi lunari con uno sfasamento di circa 1 giorno ogni 8 anni. E’ qui che arrivò la grande scoperta dell’astronomo ateniese Metone cui si deve il termine di “ciclo metonico”, cioè un ciclo di 19 anni basato sull’osservazione che 19 anni solari corrispondono quasi esattamente[6] a 235 mesi lunari e a 6.940 giorni. Ogni 19 anni i pleniluni si ripetono dunque alla stessa data ma per via dello sfasamento di 2 h e 5’ sul sole, l’errore medio è inferiore a 10’ all’anno. Il “ciclo aureo di Metone” prevede un ciclo di 19 anni di cui 12 anni sono di 12 mesi e 7 anni di 13 mesi. Gli anni di 12 mesi possono avere 353/354/355 giorni e i 7 anni di 13 mesi hanno 383/384/385 giorni.

In particolare, poiché interessa da vicino il Disco di Libarna, il relatore ha considerato il calendario dei Celti, di cui conosciamo un eccezionale reperto noto come Calendario di Coligny[7] (chi scrive lo ha potuto ammirare nel Museo Archeologico di Lione, dov’è conservato[8]) che fu realizzato in epoca giù romana (I secolo d.C.), mostrando il brillante tentativo di coniugare l'anno solare usato dai Romani con quello lunare utilizzato dai Celti. Questa lastra bronzea contiene la rappresentazione di una sequenza di cinque anni lunari completi, ciascuno composto da 12 mesi alternativamente lunghi 29 o 30 giorni, più 2 mesi supplementari, ritenuti essere mesi intercalari introdotti per rendere luni-solare il calendario (conciliare cioè il tempo misurato basandosi esclusivamente sulla successione delle fasi della Luna con quello misurato tenendo conto del moto apparente del Sole sulla sfera celeste durante l’anno). Il calendario gallo-romano di Coligny è suddiviso quindi in cinque anni lunari composti da 5 sequenze dei 12 mesi sinodici più due mesi supplementari di 30 giorni ciascuno per un totale di 62 mesi. Sei cicli di 5 anni formavano un secolo (di "circa" 30 anni). Quanto riassunto serve per comprendere l’ipotesi astronomica del Disco di Libarna.

Terminata l’esposizione del dr. Riva, la d.ssa Garibaldi ha introdotto il professor Guido Cossard, che ha brillantemente spiegato che cosa sarebbe rappresentato sulle due facce del reperto. La sua relazione è stata intitolata “Il Disco di Libarna, Un’interpretazione astronomica” e lo studioso ha tenuto a precisare che si tratta di conclusioni scientifiche cui sono arrivati lui e il dr. Riva, quindi personali, da intendersi come risultati su cui è sacrosanto continuare a lavorare, a confrontarsi, a ragionare. Abbiamo particolarmente apprezzato questa prova di umiltà e di apertura mentale. Detto questo, Cossard ha ripreso la funzione del calendario lunare già illustrata da Walter Riva,  e ha ricordato come i Celti avessero un rapporto molto profondo con il Cielo e con la Luna. Un esempio classico lo troviamo in Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis Historia", in merito alla raccolta del vischio da parte dei Druidi (pianta ritenuta in grado di guarire le malattie, che andava raccolta secondo un preciso rituale):"E' poi questo (il vischio) e' molto raro a trovarsi e una volta trovato e' colto con grande pompa religiosa e innanzi tutto al sesto giorno della Luna, che segna per questi gli inizi dei mesi, degli anni e dei secoli, che durano trenta anni, giorno scelto perche' la Luna ha gia' tutte le sue forze senza essere a metà del suo corso". Il sesto giorno della Luna è inequivocabilmente la fase di primo quarto in corrispondenza della quale cade l'inizio dei mesi e degli anni del calendario celtico e di un ciclo piu' lungo, trentennale, che veniva chiamato "Saeculum". Tutte queste notizie provenienti da Plinio il Vecchio risultano in perfetto accordo con la struttura del calendario di Coligny (di cui invitiamo ad approfondire all'articolo indicato alla nota 7, n.d.r.). In che modo il Calendario di Coligny avrebbe a che fare con il Disco di Libarna? Osserviamo le sue facce, ha detto Cossard: sulla prima, la più raffinata o“nobile”, osserviamo 13 lune (lunazioni) di cui una, però, è racchiusa in una forma trapezoide, diversa da quelle che racchiudono le altre dodici. Motivo? Quella tredicesima luna sarebbe particolare, a volte veniva contata e a volte no.

La faccia "nobile" del Disco di Libarna riporta le incisioni di 13 lunazioni

La faccia opposta alla precedente

Sul lato opposto si vedono chiaramente due segmenti che si intersecano sulla superficie del disco (ripartendola in quattro) e non si incontrano nel centro (che ricordiamo è forato), sono letteralmente decentrati. In ciascuno dei quattro settori circolari sono ripetute delle lunette “simboliche” in numero di 13 (in 3 settori si hanno 3 lunette e in un settore 4 lunette). Come funzionava il calendario inciso sul disco? Si può pensare, ha sostenuto Cossard, che nel centro venisse posto un elemento sospensorio in maniera tale da potere spostare il disco nelle quattro posizioni diverse in modo che, anno dopo anno, una parte diversa fosse quella in evidenza e così computare gli anni.

Poniamo il primo anno di un ciclo di questo tipo con 13 lunazioni, l’anno successivo ruotavano il disco (non sappiamo in che modo, chiaramente ma opportunamente) nella postazione delle 3 lunette ovvero delle 12 lunazioni, il terzo anno di 13 lunazioni, il quarto di 12, più l’anno rappresentato sul lato opposto fanno cinque anni, per un totale di 62 mesi, computo identico a quello della lastra bronzea di Coligny. Il Disco di Libarna sarebbe dunque l’applicazione del calendario di Coligny utilizzato attraverso un altro strumento. Questo è importante dal punto di vista del contesto perché trovato a Libarna, in una zona celtica (celto-ligure), poi romanizzata (situazione culturale simile a quella lionese).

Tra l’altro bisogna sottolineare che gli studi dell’archeoastronomo prof. Gaspani condotti sul sito archeologico dell’antica Libarna  nel 2003 e nel 2004 hanno concluso che la città romana fu orientata astronomicamente sul lunistizio minore lunare. Al pari delle altre città romane, la sua fondazione rispettò le regole geometriche e astronomiche conosciute e applicate dagli abilissimi agrimensori chiamati “gromatici” (coloro che sapevano usare la groma, v. nota 4). Competenze derivanti da un’antica sapienza già in possesso degli Etruschi ("Etrusca Disciplina"), parte fondamentale dell’antica dottrina divinatoria la quale raccomandava di costruire i nuovi centri sotto i migliori auspici o perlomeno quelli più favorevoli. Le città etrusche venivano infatti sempre erette suddividendo lo spazio terrestre in quattro parti (al centro vi era il “mundus”), in base allo schema del Templum celeste (n.d.r. ne abbiamo parlato diffusamente in questo sito, in relazione alla città etrusca di Kainua, Marzabotto, BO). L' ideale ripartizione dello spazio celeste, sede delle divinità benigne o maligne, doveva replicarsi in terra: gli edifici venivano quindi costruiti in base alla valenza positiva  di quel determinato spazio, posto sotto la benevolenza della divinità che lo presiedeva.

A Liberna è stata ritrovata una piccola groma (un modellino), la città era orientata archeoastronomicamente sulla Luna,  inoltre il Disco di piombo reca incise le lunazioni: qualcosa vorrà dire, ha constato il relatore. Secondo Cossard e Riva, la funzione dell’enigmatico reperto era anche un’altra: quella di determinare il Nord celeste. Gli Etruschi prima e i Romani poi, ritenevano che tutto l’Universo ruotasse intorno ad un punto fisso corrispondente al Nord (per noi oggi la Stella Polare o nord astronomico), in qualche modo garanzia dell’Armonia e, di conseguenza, l’asse delle città (il Cardo, la via principale) doveva essere parallelo all’asse dell’Universo. Come facevano i gromatici a determinare correttamente la direzione? Con l’uso della groma, ma non era affatto un’operazione semplice (il punto fissato come Nord prendendo una stella fissa, con l’andare del tempo “si sposta”). Era indispensabile fare calcoli esatti perché ne andava del futuro della città, della sua prosperità, degli avvenimenti fausti o infausti che potevano occorrerle. Uno sbaglio sarebbe stato fatale per le sorti dell'abitato e dei residenti, secondo le credenze dell’epoca.

A questo punto il prof. Cossard ha “spaziato” oltre oceano, poiché un possibile omologo del Disco di Libarna lo si trova in Cina. Lì gli architetti avevano risolto il problema di individuare il Nord parecchio tempo prima, nel VI secolo a.C., grazie ai cosiddetti “Pi[9]”, descritti da Joseph Needham nel libro “Scienza e civiltà in Cina”[10] come “Immagini e simboli in giada delle divinità del Cielo e della Terra. Le divinità del Cielo, conosciute come Pi, consistono in dischi piatti con rilevanti perforazioni al centro o, per derivazione, anelli di varia dimensione”.

Opportunamente sovrapposto alla volta celeste a braccio moderatamente teso, il Disco di Libarna copre un numero di gradi; dal centro al bordo c’è una distanza pari alla distanza della Polare da quello che era il centro vero dell’Universo per loro, per i gromatici romani; il reperto avrebbe potuto aiutare a determinare il Nord celeste utilizzando le stelle circumpolari. Secolo dopo secolo, la Stella Polare si sposta e quindi anche il disco non sarà sempre stato nella condizione di indicare veramente il punto su cui ruota l’Universo (il nostro Nord astronomico), perché dipende dalla posizione della Polare stessa. Tramite la simulazione al computer, Cossard e Riva hanno constatato che il cielo che meglio si adatta al disco è quello del I secolo d. C[11].  Il professore ha anche mostrato "operativamente" come dovesse funzionare il Disco per l'individuazione del Nord celeste, consentendo ai gromatici di procedere con groma e filo a piombo alla delineazione dell'asse principale della città. In tale ottica si spiegano anche i due segmenti che si incrociano in modo decentrato su una delle facce del disco di Libarna: essi assumevano il ruolo di "puntatori" celesti. In ultima ipotesi (da verificare) il Disco di LIbarna poteva anche fungere da nottulario per determinare le ore notturne.

Il reperto libarnese è da considerarsi un "unicum" in Italia? Molto probabilmente no, ha detto il prof. Cossard e ha preso a riferimento il cosidetto "Disco di Chiavari", studiato accuratamente dal dr. Enrico Campagnoli con il suo gruppo di ricercatori [12], o il Disco di Magliano (Lazio). Al di fuori del nostro Paese, il relatore ha ricordato il Disco di Festo e il Disco di Nebra, che hanno implicazioni astronomiche. E c'è da ritenere che molti reperti di questo genere siano ancora da trovare o da interpretare, magari giacenti nei musei. Questo lavoro quindi, ha affermato Cossard, non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Ha infine auspicato il raffronto con altri ricercatori al fine di allargare il campo d'indagine e perfezionare l' ipotesi astronomica del Disco di Libarna.

 

 

Al termine della corposa relazione dell'archeoastronomo valdostano sono seguite delle domande da parte del pubblico, a testimonianza dell'interesse e della curiosità che l'argomento ha suscitato e continuerà a suscitare.

Sulla meravigliosa terrazza del I Piano della Villa Durazzo-Pallavicini si è quindi potuto usufruire della cortesia di astrofili che, con i loro telescopi e binocoli, hanno permesso l'osservazione della Luna (a tratti velata), coronando di un'aurea magica una serata scientifica con i fiocchi.

 

  • Si ringrazia: Mario Codebò (Centro Ricerche Archeoastronomia Ligustica), la d.ssa Patrizia Garibaldi, il prof. Guido Cossard, il dr. Walter Riva, l'ing. Enrico Campagnoli per la disponibilità dimostrata nei confronti della scrivente
  • Si ringrazia in particolare ancora il prof. Guido Cossard per l'autorizzazione all'uso e diffusione del materiale video-fotografico raccolto durante la conferenza
  • Si ringrazia il personale del Museo Archeologico della Liguria, sempre professionale e gentile
  • La mostra "Contatti con il passato. Il  Disco lunare di Libarna" proseguirà fino all'11 febbraio 2018

Foto-ricordo! Da sinistra a destra: d.ssa Patrizia Garibaldi (direttrice Museo Archeologico della Liguria di Genova Pegli), prof. Guido Cossard (archeoastronomo), la scrivente, Mario Codebò ( archeoastronomia ligustica ), il dr. Walter Riva (direttrore dell'Osservatorio Astronomico di Genova Righi), l'ing. Enrico Campagnoli (autore dello studio sul disco di Chiavari)

 


[2] Lungo la Valle del fiume Scrivia si era sviluppata una rete commerciale gravitante attorno all’emporio etrusco di Genova (prima metà del VI secolo a. C.) e che consentiva lo scambio di merci con la Pianura Padana e le aree transalpine. A controllo di questi traffici sorse un villaggio di Liguri Dectunini sulla collina del castello di Serravalle Scrivia, che nel II secolo a.C. era ancora attivo

[3] Questi ultimi scavi hanno messo in luce anche ambienti con mosaici e pitture parietali, alcune tombe, una sala absidata, apprestamenti termali e un buon tratto di acquedotto. Non sono mancati ritrovamenti di piccole opere d'arte, particolarmente bronzetti (Enciclopedia Treccani)

[4] Strumento principale usato dagli agrimensori romani per tracciare sul terreno allineamenti semplici ed ortogonali, necessari alla costruzione di strade, città, templi e centuriazione di terreni agricoli

[5] E’ situato in Via Mura delle Chiappe. Un secondo Osservatorio Astronomico (OAG)  è situato sulla collina del Gazzo a Sestri Ponente, sempre nel comune di Genova

[6] Con una differenza di sole due ore moderne tra ciclo solare e lunare

[7] In questo sito vi è una esauriente trattazione del prof. Adriano Gaspani in merito. Uile anche rileggere "La Misura del Tempo presso i Celti"

[8] L’altissima importanza di questo reperto, recuperato in frammenti nella cittadina di Coligny, nel dipartimento francese dell’Ain (regione Alvernia-Rodano-Alpi) è che, pur essendo stato realizzato in epoca già romana (I secolo d.C.), riporta i nomi dei mesi in lingua celtica, cultura che notoriamente non scriveva. I motivi di questo e la completa spiegazione del funzionamento del Calendario li trovate nel già citato articolo di A. Gaspani (v. nota 7)

[9] Sono gioielli particolari, spesso realizzati in giada, di forma discoidale con foro centrale, con diametro proporzionato allo spessore della lastra e fori che non superano mai un terzo del diametro del disco stesso

[10] Il Mulino, Bologna, 1969, ried. Einaudi, 1981

[11] Tale datazione non era nota ai due ricercatori, prima di giungere alle loro conlusioni

[12]  Nel Museo Archeologico di Chiavari sono conservati diversi dischi rinvenuti durante scavi ufficiali conseguenti alla scoperta di una estesa necropoli ad incinerazione databile al VII - VI secolo a. C. Tali oggetti discoidali furono interpretati come elementi di abbigliamento ma l'analisi ravvicinata degli stessi ha permesso di scoprire che potevano avere una funzione astronomica e astrologica. E' emerso che erano contenuti in tombe femminili, che erano la parte preponderante della necropoli. Il diametro degli oggetti è di circa 8 cm e sono in bronzo e argento. Presentano due tipologie diverse e molti -al momento dell'esaminazione- versavano in condizioni pessime. Tuttavia un esemplare in argento si distingueva per un migliore aspetto, che ha consentito di rilevare sulla sua superficie una serie di  piccole "borchie" in numero tra 27 e 29, interpretate dal dr. Campagnoli come Lune. La placca o disco poteva quindi avere avuto una funzione di astrolabio piano che rappresentasse l’universo, visto da un osservatore sulla stella polare, inoltre si potevano effetuare previsioni astrologiche e poteva funzionare come calendario ginecologico (basato proprio sulle lunazioni). Un tema affascinante che è stato esposto dal dr. Campagnoli in un libro intitolato"Tracce di una civiltà nel Tigullio di 3000 anni fa” (edito da La Tigulliana edizioni).

 

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