L’espansione delle popolazioni polinesiane nell’Oceano Pacifico

                                                           (Adriano Gaspani)

 

Una bussola può sbagliare,
le stelle mai.
(Detto degli abitanti delle isole Tonga)

 

 

Attualmente i Maori, al contrario di altre sfortunate minoranze presenti nel mondo, sono presenti in tutte le forze politiche della Nuova Zelanda ed esiste anche un partito Maori, il Mana Motuhake. Gli indigeni non sono attivi solo a livello politico, ma anche culturale ed accademico: pubblicano varie riviste, da “Mana” alla “Maori Law Review”, e la lingua viene insegnata in varie università neozelandesi. Diversamente da molti popoli indigeni, che abitano solo certe regioni del paese in cui si trovano, i Maori abitano in tutte le parti della Nuova Zelanda. Maori discendono da popolazioni austronesiane provenienti dal sub-continente asiatico che, grazie ad abili tecniche di navigazione, penetrarono in Melanesia circa 4000 anni or sono.

Il modello di diffusione delle popolazioni polinesiane nel pacifico messo a punto da Emory e Sinoto nel 1965 prevede che l’arrivo in Nuova Zelanda sia avvenuto intorno allo 800 d.C.  La stessa epoca è prevista, più o meno, dal più recente modello di Kirch messo a punto nel 1984.

 

La navigazione oceanica

 

La ragione per la quale gli antenati polinesiani dei Maori si sono lanciati a bordo delle loro canoe oceaniche, i cosiddetti “waca”, per intraprendere lunghi viaggi di  colonizzazione resta, almeno in parte, ancora un mistero. Quello che si sa è che la più grande delle loro imbarcazioni poteva trasportare fino a 250 persone oltre alle piante ed agli animali dei quali avrebbero avuto bisogno per iniziare una nuova vita una volta individuata un’isola adatta a stabilirvisi. L’insieme delle tracce archeologiche di questa penetrazione nell’Oceano Pacifico sono designate tecnicamente con il nome di “Complesso Culturale Lapita”.

 

 

Frammento di ceramica “Lapita” con le caratteristiche decorazioni a forma di occhio. Questo tipo di ceramica costituisce un importante indicatore nella cronologia della diffusione delle popolazioni nel Pacifico  

 

Fra il 1600 ed il 1400 a.C., i portatori della ceramica lapita si diffusero in una regione che comprendeva le Isole Fiji orientali, le Isole Tonga, le Samoa e altre isole di più piccole dimensioni. Questa regione può essere considerata come la patria della cultura polinesiana che qui sviluppò i suoi caratteri peculiari. A partire dal 500 a.C., si può archeologicamente distinguere una società polinesiana ancestrale dal precedente complesso culturale lapita. Da questa zona vennero in seguito popolate le isole Marchesi e della Società, gli arcipelaghi della Polinesia centro-orientale fino a giungere a Rapa Nui (l'isola di Pasqua), alle isole Hawaii e ad Ao-tea-roa (la terra della grande nuvola bianca) cioè quella che oggi è la Nuova Zelanda. Gli antichi canti marinari, rievocando lo spirito di quel popolo avventuroso, ci raccontano:

Pianta il tuo seme,
spargilo al vento,
tu puoi morire ma la forza della vita resta,
il flusso delle correnti ti aiuterà,
o viaggiatore

I polinesiani si orientavano in mare grazie ad un complesso sistema di indizi che utilizzava una varietà di segnali e simboli naturali. Erano soliti portare con loro i maiali, i quali dotati di un potente olfatto, avvertivano tenui tracce di profumi “terrestri” nell'aria anche a 40 miglia marine di distanza da un'isola; osservavano il volo dei grandi uccelli marini, come gli albatros, i quali non si allontanano mai a più di 40 miglia marine dalla costa; inoltre i polinesiani in viaggio imbarcavano, come facevano i Vichinghi europei, alcuni uccelli. Gli uccelli venivano liberati ad uno ad uno, e se non ritornavano all'imbarcazione, i piloti assumevano che i volatili avessero trovato una terra dove stabilirsi  e quindi  prendevano la direzione indicata dal loro volo. Un altro canto tradizionale recita:

...osserva la pittima volare laggiù,
una si è posata sulla spiaggia,
si è posata lì per sempre.

 

I navigatori studiavano le leggere modificazioni delle onde, delle correnti e dei venti, ma anche le nuvole lontane offrivano ai viaggiatori un tenue indizio di terra emersa, poiché le nuvole stazionano più facilmente sugli atolli che non sul mare aperto a causa del differente tasso di evaporazione dell’acqua sulla terraferma e sul mare aperto.

 

 

Le nuvole stazionano più facilmente sugli atolli che non sul mare aperto a causa del differente tasso di evaporazione dell’acqua sulla terraferma e sul mare aperto.

 

La laguna di un atollo, infatti, è più calda del mare aperto, quindi l'aria si riscalda, e per effetto termodinamico ascende verso l’alto richiamando le nuvole presenti nei dintorni ad accumulandole sopra la terraferma. In questo modo era possibile identificare la probabile presenza di isole lontane le quali rimanevano invisibili alla vista a causa della loro ridotta altezza rispetto al livello del mare e della curvatura della superficie terrestre. Una volta avvistata la nuvola, occorreva osservare se aveva sfumature verdastre, questo perché le nuvole riflettono il colore del mare, e l'acqua delle lagune è più verde di quella del mare aperto che, se il cielo è sereno, è di colore azzurro.

 

L’interferenza tra le onde del moto ondoso principale dell’oceano e quelle riflesse e rifratte dalle isole poste nelle vicinanze costituiva, per i navigatori polinesiani, un utile indicatore della loro vicinanza.

 

Un altro potente mezzo di riferimento per la navigazione era lo studio delle posizioni delle stelle luminose e quindi visibili ad occhio nudo nel cielo. Presso tutte le popolazioni dell’Oceano Pacifico, la volta celeste veniva rappresentata come una cupola, o come una serie di cupole sovrapposte l'una sopra l'altra. Si assegnavano nomi specifici a stelle e gruppi di stelle e le posizioni ed i movimenti apparenti delle costellazioni maggiori, dovuti alla combinazione della rotazione della Terra e del suo moto di rivoluzione annuale intorno al Sole erano ben noti alla maggior parte delle persone che vivevano sulle isole del Pacifico. I giovani apprendisti navigatori dovevano però imparare una versione più dettagliata e formale del Cielo e dei suoi fenomeni in speciali “scuole” dirette da maestri piloti che mescolavano la teoria della navigazione con l'esperienza pratica maturata in anni di esperienza in mare. Presso le popolazioni delle  Isole Gilbert, ad esempio, le disposizioni delle travi del tetto di tali scuole di navigazione che erano denominate  “edifici di addestramento” rappresentavano la posizione delle stelle, delle costellazioni e le varie divisioni del cielo stabilite dalla loro cultura marinara. Questi popoli scoprirono presto che l'altezza della Stella Polare al di sopra dell'orizzonte marino (che di fatto corrispondeva a quello astronomico locale) settentrionale era pressoché uguale alla latitudine geografica del luogo in cui ci si trovava ad eseguire le osservazioni. In altre parole, quando la Stella Polare si trovava a 10° al di sopra dell'orizzonte marino nord, l'osservatore si trovava a 10° di latitudine nord.

Traiettoria sulla Sfera Celeste del Polo Nord Celeste tra il 2000 a.C. ed il 2500 d.C.

 

La Stella Polare, α Ursae Minoris, è posta a circa 1° di distanza angolare dall'attuale Polo Nord Celeste, ma sarà verso l’anno 2100 che la precessione porterà questa stella alla sua minima distanza angolare dal Polo Nord Celeste. Al tempo della diffusione dei Polinesiani nel Pacifico la stella indicatrice del Polo Boreale era Kochab (β Ursae Minoris), più che la Polare  Siccome Kochab scompariva scendendo sotto l’orizzonte astronomico locale qualora si scenda al di sotto dell’equatore terrestre, coloro che navigavano a sud dell'equatore dovevano usare un sistema alternativo in quanto il Polo Sud Celeste non era facilmente identificabile non avendo stelle luminose vicine ad esso; veniva allora utilizzato il sistema delle “stelle allo zenit”. Il metodo era semplice nelle sue linee generali: i navigatori imparavano a memoria le posizioni di un certo numero di stelle di prima e di seconda grandezza, le quali erano visibili allo zenit nelle varie isole. Quando una certa stella passava al di sopra del loro capo, questi comprendevano quale fosse la loro posizione rispetto a quella dell’isola in cui quella stella era visibile allo zenit, cioè un osservatore che osservava che una stella particolare passava direttamente al di sopra della sua testa, sapeva che la sua latitudine geografica era pressoché uguale a quella della declinazione della stella. Così, se ad esempio, un pilota vedeva allo zenit Hokule'a (Arcturus), sapeva di trovarsi alla latitudine delle Isole Hawaii, mentre se era Sirio a passare allo zenit, sapeva di trovarsi circa alla stessa latitudine di Tahiti e delle isole Fiji. L’altezza h* di culminazione di una stella di declinazione δ* è data da:

h* = 90°- φ - δ*

in cui φ è la latitudine geografica. Affinché una stella passi allo zenit locale deve essere h*=90° quindi la sua declinazione deve essere: δ* = φ, cioè pari alla latitudine geografica dell’osservatore.

 

Alcune stelle di prima e di seconda grandezza utilizzate come stelle zenitali per la navigazione dai Polinesiani. La declinazione è calcolata per l’anno 1 d.C.

 

Le stelle Fanakenga

 

Molto più spesso i polinesiani utilizzavano le stelle Fanakenga cioè le stelle che erano visibili all'orizzonte, le quali potevano essere utilizzate come bussole per seguire una rotta in quanto per un osservatore posto ad una determinata latitudine geografica le stelle, contrariamente al Sole ed alla Luna, quando sono visibili sorgono sempre nella medesima posizione all’orizzonte orientale e parimenti tramontano sempre alla stessa posizione dell’orizzonte occidentale tutto l’anno, a meno della lenta variazione di questi punti dovuta alla precessione degli equinozi. Se Az è l’azimut astronomico di sorgere di una stella (all’orizzonte astronomico locale) che ha una declinazione pari a δ esso varierà in funzione della latitudine geografica φ secondo la seguente relazione:

Az = arccos(sin(δ)/cos(φ))

La funzione arccos(x) (arco-coseno) restituisce due valori di azimut, i quali sono l’azimut di levata e quello di tramonto della stella. Quindi i punti di levata e di tramonto di determinate stelle indicavano alcune direzioni ben precise sull'orizzonte locale. Durante la navigazione il cambiamento della latitudine geografica dell’osservatore faceva cambiare l’azimut di levata della stella in modo corrispondente. Nella mitologia della Micronesia Aluluei era il dio della navigazione. Egli fu ucciso dai fratelli e risuscitato dal padre, che gli diede mille occhi con i quali proteggersi. Questi occhi sono le stelle Fanakenga, che guidano i naviganti.

 

Azimut di sorgere, Az(rise), e di tramonto Az(set) di alcune stelle Fanakenga all’orizzonte marino ad una latitudine pari a 0° (Equatore) nell’anno 1 d.C.

 

La scoperta delle isole

 

Uno dei problemi che i navigatori polinesiani incontrarono durante i loro viaggi era quello di identificare le isole da raggiungere. Questo era un problema non indifferente in quanto la ridotta elevazione delle isole dell’Oceano Pacifico, salvo quelle ricche di montagne, rispetto al livello medio del mare faceva si che si potesse passare vicino ad un isola senza accorgersi della sue esistenza in quanto essa rimaneva invisibile a causa della curvatura della Terra. Spesso quindi era necessario ricorrere ai segnali indiretti quali le perturbazioni del moto ondoso dovuti ai fenomeni di interferenza delle onde riflesse e rifratte dalle isole con il moto ondoso principale. Vediamo ora di affrontare il problema dal punto do vista teorico. Senza entrare troppo in dettagli tecnici possiamo affermare che la distanza d in miglia marine a cui è visibile un’isola che si eleva di h metri sul livello medio del mare, da parte di un osservatore che è posto su una imbarcazione e che scruta l’orizzonte da un’altezza l corrispondente alla somma della sua statura e dell’altezza del ponte dell’imbarcazione dove lui è ubicato rispetto al livello medio del mare è pari a:

d = f(T,P,U) ∙ g(h,n) ∙ 1,93∙(√h + √l)

in cui f(T,P,U) è una funzione delle condizioni atmosferiche che dipendono dalla temperatura T, dalla pressione P e dall’umidità U dell’atmosfera locale. I valori numerici di tale funzione sono compresi tra 0 (maltempo e condizioni meteorologiche pessime) e 1 se le condizioni di visibilità sono perfette e la trasparenza atmosferica è massima. La funzione g(h,n) esprime l’effetto dalla rifrazione astronomica che dipende dall’altezza h dell’oggetto da individuare e dall’indice di rifrazione n dell’aria e il suo effetto è quello di alzare apparentemente l’immagine dell’isola che si trova all’orizzonte marino e quindi di aumentare la distanza di visibilità. Mediamente possiamo utilizzare un valore standard in quanto le isole sono comunque poco elevate rispetto al livello medio del mare, quindi g(h,n)≈1,078. La funzione 1,93∙(√h + √l) esprime l’effetto della curvatura della Terra. Assumendo che l’avvistamento di una nuova isola avvenisse quando le condizioni di visibilità erano perfette possiamo utilizzare f(T,P,U)1 quindi la formula finale diventa:

d = 2,08∙(√h + √l)

in cui d è espresso in miglia marine, corrispondenti a minuti primi di latitudine, ciascuno dei quali equivale a 1852,3 metri, h e l sono espresse in metri.

                                            

Andamento della distanza massima di visibilità di un’isola che si eleva di una certa altezza sul livello medio del mare osservata da un osservatore posto ad un’altezza complessiva di 2 metri sul livello del mare.

 

Si osserva che se l’isola è un atollo che si eleva per circa 1 metro sulle onde, un osservatore in piedi sul ponte della sua imbarcazione la potrà scorgere al massimo a circa 5 miglia nautiche di distanza pari a 9,2 Km; quindi non era facile individuare la terraferma. Se invece sull’isola era presente un’altura, ad esempio un cono vulcanico, di 100 metri di altezza allora la distanza massima di visibilità saliva, in condizioni ottimali, a circa 24 miglia nautiche, pari a poco meno di 45 Km.  L’utilizzo invece della visibilità delle nuvole che stazionano sopra le isole poteva estendere la distanza massima di visibilità di una probabile isola posta sotto di esse. Mediamente le nubi non temporalesche stazionano ad una quota media dell’ordine di 3500 metri al di sopra delle isole del Pacifico, quindi esse potevano essere viste ad una distanza di 127 miglia nautiche rivelando la presenza di una probabile isola al di sotto di loro.   

 

Nubi che stazionano sull’Isola di Ponhapei in Micronesia

 

 

La probabilità di scoperta casuale delle isole del Pacifico

 

Un altro interessante quesito riguarda la probabilità di scoprire casualmente un’isola durante i viaggi di migrazione e di diffusione delle popolazioni polinesiane. A questo proposito è utile adottare il modello di diffusione messo a punto da Geoff Irwin professore di Archeologia in Nuova Zelanda il quale ha ipotizzato che la diffusione delle popolazioni polinesiane sia avvenuta secondo archi di esplorazione successivi e graduali.

 

      

Il modello di Geoff Irwin dell’espansione delle popolazioni polinesiane.

 

Secondo il modello di Irwin l’ampiezza angolare degli archi di esplorazione successivi è dell’ordine dei 45° ed il loro raggio fu mediamente compreso tra le 500 miglia e le 1500 miglia nautiche. Assumendo in prima approssimazione che gli esploratori non avessero alcuna idea di dove dirigersi, salvo andare verso oriente, la probabilità Pr di incontrare casualmente un’isola sul loro cammino dipende dalle dimensioni dell’isola, tanto che:

Pr = (/4)∙(z/d)

Dove z è la dimensione lineare dell’isola e d è la sua distanza dal vertice del settore che circolare che corrisponde all’arco di esplorazione, quindi dal punto di partenza di una determinata missione di esplorazione. Sappiamo però che i navigatori polinesiani non procedevano a caso, ma osservavano i segni mostrati dal mare e dal cielo quindi un calcolo più aderente alla realtà richiede di sostituire alla dimensione lineare dell’isola, la distanza a cui essa può essere indirettamente rivelata. Ad esempio se i navigatori rivelavano la probabile presenza di un’isola osservando le nuvole che stazionavano sopra di essa allora la probabilità di scoperta casuale diventa:

Pr ≈ 100/d

Dove d è la distanza in miglia dal vertice del settore corrispondente all’arco di espansione. Esaminando questa formula si perviene a stabilire che se l’isola è posta entro una distanza di 100 miglia dal punto di partenza per l’esplorazione, la sua scoperta era sicura, nel caso invece l’isola fosse posta a 1000 miglia di distanza allora la probabilità di scoperta scendeva al 10%. Nel caso che nel settore di esplorazione siano comprese più isole, diciamo in numero di N e ciascuna posta alla distanza dj dal vertice, poiché ciascuna isola può essere scoperta una alla volta, la probabilità complessiva è la somma delle probabilità individuali di scoperta, cioè:

Pr(N) ≈ 100∙∑(1/dj)

Questo implica che se nel settore circolare stabilito da un determinato arco di esplorazione sono comprese 10 isole distribuite casualmente entro una distanza di 1000 miglia, la scoperta di almeno una va ritenuta certa. Appare allora chiaro il perché l’espansione delle antiche popolazioni polinesiane nell’Oceano Pacifico, se è avvenuta secondo il modello di Geoff Irwin, doveva per forza essere coronata da successo ed avvenire in tempi relativamente brevi, diciamo in circa 2500-3000 anni.

 

 

     

(Autore: di Adriano Gaspani, I.N.A.F - Istituto Nazionale di Astrofisica Osservatorio Astronomico di Brera - Milano adriano.gaspani@brera.inaf.it)

Pubblicato il 2 dicembre 2014.

 

Argomento: L'espansione delle popolazioni polinesiane nell'Oceano Pacifico

strumento di navigazione polinesiana

roberto fallini | 20.02.2016

Caramazza sacra come si usa

Nuovo commento