Milano nascosta: i mosaici del Palazzo Majnoni d'Intignano

                                                               (Marisa Uberti)

 

                           

 

Il 6 febbraio 2014 abbiamo effettuato una visita culturale d’eccezione al tesoro nascosto di Palazzo Majnoni d’Intignano, grazie all’organizzazione curata dal Gruppo Archeologico Ambrosiano (di cui chi scrive è membro).

Un tesoro di inestimabile valore che giace sotto la mole dell’edificio, in via Amedei 4/6: frammenti musivi di epoca romana che sono considerati i più importanti della Mediolanum antica. La proprietà di quest’opera è statale ma si trova in un contesto privato, per questo motivo l’accesso al pubblico non è ancora attivo. Un privilegio, dunque, averla  potuta ammirare e crediamo sia opportuno far conoscere questa realtà che è ancora assai poco nota ai più.

 

  • Storia del Palazzo

 

Il Palazzo Majnoni d’Intignano trae la propria denominazione dalla famiglia che lo acquistò alla fine del XVIII secolo.  L’ingresso principale è su via Amedei al civico 6, dove si trova il portale dal quale transitavano le carrozze. Per la nostra visita, però, ci hanno fatto passare da un moderno cancello elettrico, che si apre su un viale privato, l’antico Vicolo San Fermo. Nel breve passaggio per raggiungere la scala che conduce al mosaico, abbiamo avuto solo il tempo di gettare lo sguardo all’insieme, fuggevolmente, e  cogliere un insieme di cortili e porticati di vari stili e fogge. L’ambito tipologico principale è “architettura per la residenza, il terziario e i servizi”, ciò significa che vi si trovano uffici (vi ha sede l’ Unione Fiduciaria spa), ma anche abitazioni. Poco prima di scendere la scala, l’occhio ha spaziato rapido dietro una recinzione, dove c’è un’area adibita a verde, situata proprio al di sopra del sotterraneo. Si tratta con ogni probabilità del giardino (che si configura come pensile) fatto sistemare dai Majnoni d’Intignano, allevatori di cavalli, che –preso possesso della dimora - commissionarono estesi lavori di manutenzione, compresa la corte-giardino. Prima di costoro, nel XVIII secolo, la nobile dimora viene indicata come proprietà di Elisabetta Aliprandi e del marito Carlo Pertusati, presidente del Senato, che qui vissero con i loro figli. Nel corso di quel secolo, Il Settecento, si effettuarono interventi edilizi che conferirono alla casa le forme del “barocchetto fiorito” ed era indicato nei documenti come un modello raro di sobrietà elegante. Di quello stesso periodo è anche il locale, sporgente rispetto al corpo di fabbrica principale, completato da un terrazzo che sovrasta il cortile. Si può ipotizzare che sia un ampliamento del fabbricato originale, operato posteriormente alla primitiva edificazione

 

                                         

     Vicolo S. Fermo: oggi rientra nella proprietà privata del Palazzo e da qui si transita per accedere al mosaico

 

  • I mosaici

 

Nel 1970 si intrapresero degli scavi per realizzare un’autorimessa nel Vicolo S. Fermo (oggi proseguimento della via Olmetto) che portarono all’individuazione del pavimento musivo il quale, dopo un primo restauro, rientrò inspiegabilmente nell’oblio. Un pezzo della Milano romana tornava alla luce dopo centinaia di anni ma sembrava non suscitare l’interesse dovuto;  dopo quarant’anni (e oltre) siamo qui a scrivere di una visita d’eccezione, poiché il mosaico non è tutt’ora aperto al pubblico, forse per le tipiche burocrazie italiane.

 

Scendiamo una prima rampa di scale, poi una seconda, quindi percorriamo un brevissimo passaggio all’aperto e risaliamo una piccola rampa, varchiamo un’angusta porticina metallica ed eccoci giunti quindi nel sotterraneo di Palazzo Majnoni d’Intignano, dove troviamo una ovattata e asettica “sala” che, ufficialmente, è considerata appannaggio di un edificio romano, del quale poteva costituire la zona di culto. Certezze, comunque, al momento non ve ne sono.

In questa sorta di "scantinato" troviamo però i preziosi frammenti musivi pavimentali di due (o più) epoche:

 

  • quelli più antichi, in bianco e nero, pertinenti ad un più antico edificio, risalgono all’età Repubblicana (I sec. a.C.- I sec. d.C.), quando la città faceva ormai parte della Regio XI, in cui si diffusero le dimore private;
  • quelli ascritti al IV sec. d.C., che vengono considerati i più importanti della città di Milano, nonché i più ricchi dal punto di vista decorativo. Presentano sia motivi fitomorfi che geometrici, antropomorfi e zoomorfi, elementi “paganeggianti” (come il Nodo di Salomone, che si ripete numerose volte) e paleo-cristiani (le croci, i pesci, anche se tali elementi si ritrovano anche fuori dal contesto cristiano).

 

                                     

                                                      Bellissimo mosaico disposto su parete (a sinistra, entrando)

 

Alle pareti si trovano bellissimi frammenti musivi che però non appartengono a questo contesto abitativo (sono infatti provenienti da Piazza Borromeo), strappati e qui ricoverati dalla Soprintendenza alle Antichità.

Due frammenti murari sono collocati in fondo al salone, su dei supporti; soffitto e struttura del sotterraneo sono inconciliabili con la bellezza dell’opera d’arte antica. Attigua vi è un’autorimessa che, tra l’altro, venne interessata da un incendio nel 2002, lasciando fortunatamente incolume il mosaico.

Non si può affermare che l’aula romana (di 23 x 6,60 m) avesse le dimensioni del locale che vediamo adesso; forse era molto più lunga. L’orientazione dell’aula stessa era quella stabilita dal piano regolatore augusteo di Mediolanum. Secondo gli esperti, le dimensioni, notevolmente allungate, non  trovano confronti con altre aule di culto, motivo che porta a ritenere questo ambiente (ammesso sia effettivamente cultuale) di uso privato.

I mosaici sono delimitati da semplici cordonature; si può così idealmente suddividerli in più parti, corrispondenti a diverse zone, ma presumibilmente facenti parte della medesima aula (secondo gli studiosi). Ammiriamo i seguenti mosaici:

  1. quello d’ ingresso (che non sappiamo se corrispondesse realmente all’ingresso dell’ambiente originario), dove troviamo gran parte dell’opera frammentata. Vi possiamo ancora scorgere due animali (dei cerbiatti), uno in piedi e l’altro accovacciato, affrontati e separati da ciuffi d’erba; gli animali sono racchiusi in un elegante riquadro e di certo vi si trovavano, intorno, altri elementi;
  2. Una seconda zona che è molto più estesa ed è variamente configurata: si riconoscono trecce, elementi “a doppia T” (labirinti?), riquadri con motivi floreali, vasi con vegetazioni copiose; la parte centrale di questo apparato è totalmente scomparsa;  una bella scena di pesca (curiosa per una città come Milano)
  3. La porzione terminale, costituita da un grande tappeto musivo in cui prevalgono motivi geometrici, straordinari; vi si individua una serie di otto ottagoni  e quadrati, che contengono elementi ad intreccio, Nodi di Salomone,  ma anche un fiore a quattro petali ed una ulteriore gamma di soggetti dalla possibile valenza simbolica, oltre che meramente decorativa; tra ottagoni e quadrati si interpongono croci intrecciate in una armonia non lasciata al caso. Di questa terza zona fanno parte anche i frammenti parietali che mostrano una cornice concentrica quadrata e motivi a intreccio.

 

               

   A sin., Nodo di Salomone  e, adestra, triplice cerchio concentrico con otto raggi, inscritto in un doppio ottagono

 

Meno della metà del primitivo apparato musivo si è conservato, mancando tutta la porzione sud e molte parti delle altre zone. In alcuni punti si notano delle “finestrelle” di mosaico, sotto uno strato di lastricatura.

Sono stati fatti raffronti con i pavimenti musivi di altre località: con quello della basilica Patriarcale di Aquileia, con quello della Villa Romana di Desenzano, con quello di Dafni presso Antiochia e con un mosaico rinvenuto presso la città di Nebo in Giordania. Sono solo esempi che fanno comprendere come la città di Mediolanum dovesse essere cosmopolita. “Le somiglianze fra il nostro mosaico e quelli di Aquileia e Desenzano –scrive Laura Poli[4] - attestano una circolazione delle immagini che i musivarii componevano e adattavano nei diversi edifici. «Nella Cisalpina… esisteva una attività tradizionale di officine musive, che in età tardoantica si mostrano particolarmente operose» e in grado di soddisfare le esigenze dei committenti”.

 

 

                 Mosaici appoggiati alla parete, di epoca e gusto che appaiono estranei al resto

 

 

Se l’aula sia stata un luogo di culto cristiano privato, potrebbe essere intesa come un luogo di riunione dei primi cristiani, poiché a quel tempo la diffusione della religione cristiana doveva essere limitata[5]. Non dimentichiamo che sotto il Duomo cittadino si trovano le vestigia di una precoce presenza cristiana come l'antico fonte battesimale datato al 397 d.C. (Battistero di San Giovanni alle Fonti, dove Sant'Agostino avrebbe ricevuto il battesimo da Sant'Ambrogio), e la basilica paleocristiana di Santa Tecla, esistente nel 340 d.C. (abbiamo dedicato una ricerca all'argomento, anni fa, che è stata pubblicata in questo sito).

Normalmente, però, sopra quegli antichi luoghi di culto si impiantavano sempre edifici sacri (chiese o basiliche, molte delle quali sopravviventi ancora oggi, in forme rimaneggiate). Se sotto il Palazzo di Via Amedei ci fu un luogo di culto, è strano che esso sia stato dimenticato, sebbene vada tenuto in conto che la Milano romana è praticamente stata annientata completamente e solo di recente una nuova sensibilità ne sta permettendo l’identificazione e la conservazione. Di certo chi eseguì (o per meglio dire, commissionò) i temi del pavimento musivo del sotterraneo di Palazzo Majnoni d’Intignano gravitava in una tradizione influenzata dalle correnti pagane e gnostiche, così come abbiamo visto per Aquileia e, dal momento che in quella sezione abbiamo approfondito piuttosto bene l’argomento, ad essa rimandiamo.

Il simbolo del cervo, di antichissima origine (ricorderemo il dio celtico Cernunnos, rappresentato con corna di questo animale), trova collocazione anche in ambito cristiano (Salmo 42, Cantico dei Cantici, ecc.). Allo stesso modo il pesce o la croce.

 

                             

                        Frammento musivo pavimentale in bianco e nero all'ingresso dell'aula: scena di cervi

 

La scena di pesca, motivo che occupa la parte centrale del grande mosaico (configurandosi come "emblema"), è curiosa: due coppie di amorini sono rappresentati in due registri: in quello superiore si vedono scogli (o isolette) tra le acque, pesci che guizzano e due putti alati che si stanno aiutando. Precisamente quello a sinistra, verosimilmente su una barchetta, sta cercando di issare il compagno a bordo, pericolosamente inseguito da una murena:

 

                              

 

La scena sottostante raffigura altri due putti alati: uno è intento a pescare con una grossa rete (assai realistica) mentre l'altro putto- che ha le gambe nell'acqua- cerca di richiamare l'attenzione del compagno (che però gli volge le spalle perchè sta pescando) perchè è molestato da un polipo. Tutta la rappresentazione, purtroppo mutila di tutta la porzione destra, è di un verismo assoluto e sembra eseguita l'altro ieri, per la freschezza dei colori, oltre che da un abile artefice, per l'armonia compositiva che sprigiona. Non è da escludere un recondito significato ermetico, dietro l'innocua allegoria ipoteticamente cristiana (l'immancabile "lotta tra bene e male").

 

Dettaglio del motivo centrale del grande mosaico del IV sec. d.C.: si noti il pesce in posizione verticale, contrariamente a tutti gli altri presenti, che nuotano tra le onde

 

Sembra accertato che gli strati musivi siano più di due (forse addirittura quattro) e infatti, in loco, questo è palese. Il luogo fu dunque riutilizzato, dal I sec. a.C. almeno al IV sec. d.C. E prima? C’era qualcosa, in situ? Per saperlo bisognerebbe ulteriormente scavare…Ma già crediamo sia un’impresa impossibile.

E dopo l’ultimo utilizzo romano, che cosa accadde? La distruzione dell’edificio si deve imputare all’implacabile “cambio” di società (quella romana cadde nel 476 d.C.), di cultura, di religione, allo sprezzo per l’antico (ma con il riutilizzo dei materiali da costruzione), o anche ad eventuali frane, smottamenti, eventi sismici? Il piano di calpestio è oggi ad un livello molto inferiore, rispetto a quello primitivo; per realizzare i nuovi edifici sovrastanti, si sarà poi fatta la “gettata”, livellando il terreno, sigillando completamente il mosaico, di cui tutti avevano perso il ricordo. Alcuni metri di profondità hanno separato per secoli e secoli il mondo di superficie e quello che giaceva lì, sotterraneo e silenzioso. Anche i Majnoni d’Intignano vissero nel Palazzo ignorando cosa giaceva sotto le fondamenta. E allora consideriamoci privilegiati, anche se questa scoperta ha aperto senz’altro problematiche nuove. Molto della Milano antica è sicuramente andato perduto, fagocitato da ruspe frettolose, da imprese e committenti desiderosi di elevare le moderne architetture, specialmente in un periodo che richiedeva spazi a “dismisura” di uomo, diciamo noi (troppe cementificazioni a scapito della bellezza e dell’armonia). Ma se oggi la sensibilità è cambiata dagli anni ’70, fermiamoci un momento a riflettere su quanta storia è transitata per le vie di questa Milano nascosta e domandiamoci perché il mosaico di via Amedei sia ancora- dopo quarant’anni- chiuso al pubblico. Il “caso fortuito” ha ridato luce al buio passato, rischiarandone le origini, consentendo di aggiungere un prezioso cammeo alla città di Milano, già ricca di un patrimonio culturale che forse brilla ancora troppo poco, per le sue reali dimensioni.

                         

                            

 


[1] SIRBeC scheda ARL - LMD80-00218 -  Soprintendenza di Milano

[2] Fidato generale dell’imperatore Diocleziano, cui quest’ultimo affidò la potestà imperiale insediandolo a Mediolanum, che era stata scelta come capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Massimiano fece erigere una seconda cerchia di mura, più ampia della precedente, e spessa due metri.

[3] Milano divenne sede imperiale dal 286 e rimase tale fino al 402. La presenza stabile della corte implicò l’ingrandirsi della città, che era dotata di splendidi palazzi, delle Terme, del Circo, del Foro, di colonnati, statue, cortili, giardini, argini e una doppia cerchia di mura, tanto che i cronisti che la visitarono nel IV secolo d.C. ne decantarono la bellezza che "non sminuisce neanche se paragonata a Roma".

[4] Poli, Laura “Il mosaico romano di Via Amedei a Milano", Unione Fiduciaria, 2005, p. 11; scaricabile in formato pdf al link ufficiale del Palazzo

[5] Ricorderemo che a Roma molte delle chiese o basiliche attuali sorgono su domus di epoca romana, ad esempio quella di San Lorenzo in Lucina, che prende il nome – probabilmente- dalla donna proprietaria della dimora, ospitante le prime comunità cristiane per le loro riunioni. Si ritiene che nell’abitazione stessa si sarebbe tenuta, all’incirca nel 366 d.C., l’elezione di Papa Damaso,che aveva come segretario niente meno che S. Girolamo, Padre della Chiesa. In seguito, il luogo fu adibito o trasformato in chiesa (che vediamo ancora oggi)

 

 

  • Si ringraziano Giorgio Palummo, le guide e gli addetti del Palazzo per la cortese disponibilità dimostrata in occasione di questa eccezionale apertura.

Galleria foto: I mosaici di Palazzo Majnoni d'Intignano

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Argomento: Milano nascosta

visit of Palazzo Majnoni d'Intignano via degli Amedei

jmoreau@estvideo.fr | 07.02.2015

could you let me know whether the visit is possible and at what time ?

Mosaici

Due passi nel Mistero | 17.04.2014

Gentile Elisabetta, questi mosaici sono attualmente ancora chiusi al pubblico. Si deve approfittare delle rare occasioni in cui eccezionalmente vengono resi accessibili.

Visite straordinarie

Elisabetta Capei capei@bluemail.ch | 14.04.2014

Mi piacerebbe visitare questo genere di bellezze nascoste...come si fa? Ci si puo' iscrivere o inviare una mail?
Grazie
E. Capei

Visite straordinarie

Elisabetta Capei capei@bluemail.ch | 14.04.2014

Mi piacerebbe visitare questo genere di bellezze nascoste...come si fa? Ci si puo' iscrivere o inviare una mail?
Grazie
E. Capei

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