Vigolo Marchese (PC)

              Diramazioni sulla Via Francigena nel tratto piacentino: Val d’Arda

                                                              (Marisa Uberti)

 

 

La provincia di Piacenza non smette mai di stupire e di arricchire i nostri due passi.  Eccoci a Vigolo Marchese, sulle rive del fiume Chiavenna, la cui importanza è concentrata nel straordinario complesso romanico (chiesa pievana e e battistero). Gli abitanti non arrivano a toccare le cinquecento unità.

Le prime notizie documentate si hanno a partire dal 1008/1012, quando i Benedettini fondarono la chiesa, dedicata a S. Giovanni Battista, il cenobio monastico e un hospitale per pellegrini incamminati sulla via Francigena.

La deviazione della Val d’Arda costituiva un importante collegamento interno alla diocesi piacentina che lungo di esso disponeva di tre ricetti vescovili (Fiorenzuola, Val di Tolla, Gravago). L’itinerario principale, partendo da Fiorenzuola, si dirigeva verso Castell’Arquato e, attraversato il torrente Arda, toccava Lugagnano e Monastero, per poi proseguire fino a Bardi e alla Valle del Taro. Alternativi ad esso erano almeno altri due tragitti a treccia. Il primo si riferiva ad una deviazione che, abbandonata la Via Emilia a Pontenure, puntava diretta al Monastero di val Tolla per poi re-immettersi sull’itinerario principale di Val d’Arda, risparmiando qualche ora di viaggio. Il secondo era una via di crinale (Passo del Pellizzone), che passava dal borgo fortificato di Vernasca e Vigoleno ed era molto vantaggioso per chi proveniva dall’abbazia di Chiaravalle alla Colomba di Alseno, che ricoprì certamente un ruolo di primo piano nel pellegrinaggio medievale piacentino.

Il toponimo “Vigolo” deriverebbe da “vicus”= villaggio; “Marchese” dal titolo nobiliare del toscano Oberto II (975-1014), appartenente alla potente casata degli Obertenghi, da cui derivarono gli Estensi, i Pallavicino e i Malaspina. Sarebbe stato proprio Oberto, nel 1008, a fondare il monastero benedettino al quale donò in seguito la preziosa reliquia di Sant’Ippolito, per aumentare il prestigio del cenobio, che venne difatti posto sotto la giurisdizione della Santa Sede. Dopo i primi momenti di splendore, già nel 1135 il convento declinò e venne dato in Commenda dal papa al Capitolo della Cattedrale di Piacenza con l’ammonizione che, se non avesse provveduto a risollevarne le sorti, sarebbe ritornato sotto il diretto controllo della Santa Sede. Fu un periodo piuttosto oscuro, in cui pare che i monaci abbandonassero il cenobio (nel 1262 se ne contano solo due); in seguito I pochi documenti attestano la presenza di una prevostura, con un collegio di undici canonici, quindici prebendari e un prevosto. Nel 1310 il signore di Piacenza Alberto Scotti, che era stato cacciato dalla sua città, occupò il borgo di Castell’Arquato e, raggiunto Vigolo Marchese, lo mise a ferro e fuoco.  Il complesso non era ancora stato riparato quando le truppe di Gian Galeazzo Visconti, nel 1315, incendiò nuovamente chiesa e convento. Da qui possiamo dedurre come tale struttura, lungi dall’essere insignificante, dovesse rappresentare un punto nevralgico e forse anche scomodo. Dal 1318 per due secoli non si hanno più notizie su Vigolo Marchese. Nel XVI secolo la chiesa divenne parrocchiale e l’hospitale per i pellegrini abbandonato.

 

Ma dell’edificio “Rotonda”, che cosa si sa? Venne incendiata anch’essa o risparmiata? Dell’edificio circolare non è fatta menzione, perché molto probabilmente esisteva già prima che i monaci si insediassero nell’area. Alcuni studiosi propendono per un tempio pagano di remota memoria, sul quale si sarebbe poi impiantato un battistero, che è separato dalla chiesa. Quel che è certo è che gli storici la ritengono uno degli edifici più singolari della provincia di Piacenza. 

Era un Battistero?

Non è stata trovata la vasca battesimale; attualmente al centro è situato un fonte battesimale veramente particolare, essendo stato ricavato da un capitello corinzio!

Battisteri esterni alle chiese sono ascrivibili ad epoche precedenti il Medioevo quando, invece, i fonti battesimali erano situati internamente ad esse, generalmente nella prima cappella entrando, a sinistra. Lo studioso Leopoldo Cerri identificò, nel 1925, la Rotonda come un “oratorio-cappella”, che sarebbe citato in una donazione del IX secolo al monastero di San Sisto. La "curtem viculi cum capella" citata nel documento, purtroppo non più rintracciabile, sarebbe una delle tappe lungo i fasci di percorsi di pellegrinaggio medioevale, confermata dalla successiva fondazione monastica benedettina dotata di struttura ricettiva[1].

Dovremmo pensare a questa enigmatica e bellissima costruzione come una sorta di replica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, tenendo presente che ci troviamo in un’area (quella piacentina) di snodo della Via Francigena, con un transito di pellegrini assai elevato. Ricorderemo che, alla fine del 1300, il cronista Alberto Musso testimonia per Piacenza 31 ospizi in città e 22 nel contado, gestiti da Templari, Benedettini, Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme ed altri enti ecclesiastici.

Chi non poteva raggiungere i tre centri spirituali per eccellenza (Roma, Santiago di Compostela e Il S. Sepolcro in Terra Santa), convergeva su santuari “minori” che concedevano indulgenze in virtù della loro imitazione del Santo Sepolcro o per la presenza di particolari reliquie. Numerosi erano nel piacentino questi centri in grado di attrarre i pellegrini. Una Basilica del Santo Sepolcro esisteva in Piacenza stessa (ancora in attività) dall'anno 937, ricostruita poi nel 1055 e trasformata nelle attuali forme a partire dal 1513.  Un grosso stemma crucifero dei Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme si può ancora vedere nei pressi dell’edificio piacentino.

 

L’antica chiesa di S. Giovanni Battista si presenta a tre navate, di aspetto austero, che era dotata di interessanti affreschi medievali (XI- XII secolo) di autori di area padana, ma dei quali bisogna accontentarsi di fotografie, essendo perduti; interessante l’acquasantiera situata a sinistra dell’ingresso.

Nella Rotonda troviamo invece ancora lacerti di affreschi  specie nell’arco della volta del “presbiterio”, dov’è collocato un altare di stile arcaico.

Entrambe le strutture, chiesa e Rotonda, sono realizzate interamente in mattoni, con una tecnica costruttiva priva di apparati scultorei (qualche labile affresco si nota nelle aperture tamponate della chiesa pievana). La rotonda presenta una particolarità°: la presenza di absidi smi-circolari ai punti cardinali. Internamente troviamo sei colonne cilindriche che delimitano lo spazio: al centro l’aula centrale, alla periferia l’ambulacro. Il fonte battesimale segna il baricentro dell’edificio. La volta, intonacata, poggia sui pilastri ed è provvista di piccolissime aperture. La presenza di una ripartizione di pilastri circolari interni e semicolonne addossate alla parete esterna, secondo il ritmo di 6 + 12, rimarca una coppia di cifre carica di riferimenti simbolici, rafforzando l’ipotesi che il monumento non fosse nato come battistero ma come cappella sul modello dell’Anastasis di Gerusalemme. Quando venne costruita, però, rimane un mistero.

 

 

 


[1] Poli, Valeria il “Battistero” di Vigolo Marchese, Il Giubileo del 2000 (Aprile 2000, p. 6)

 

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