GIORNO 4: Vernazza

e

il Santuario della Madonna Nera di Reggio

(Marisa Uberti)

 

Di buon mattino saliamo sul treno in partenza da Monterosso (Fegina) e in 2-3 minuti arriviamo a Vernazza, un’altra perla delle Cinque Terre. Scesi dal treno, percorriamo poche centinaia di metri e siamo in vista del mare, dopo aver ammirato l’impianto urbanistico del paese, con stretti passaggi, scalinate nascoste, vicoletti che portano nell’unica via centrale, disseminata di negozi, bar, ristorantini. Il borgo di Vernazza[1] si è sviluppato lungo il torrente Vernazzola, che oggi è interrato.

Giungiamo all’incantevole piazzetta affacciata sul porticciolo, nella parte occidentale. E’ ancora presto e i turisti non sono ancora arrivati, siamo soli, cosa ideale per scattare fotografie al passaggio, con i raggi del sole che è appena spuntato, creando chiaro-scuri impagabili. E’ un benessere che penetra nell’anima, indescrivibile. La costiera è piena di grotte in cui il mare si insinua e in una di queste si può accedere, senza pericolo, da una scaletta aperta nella balaustra che recinge la piazza della chiesa parrocchiale, oppure dalla spiaggetta. E’ detta “Grotta Arpaia” ed è stata trasformata in un caratteristico antro con docce per bagnanti nella stagione estiva.

 

Su Piazza Marconi prospetta uno degli edifici più importanti del borgo: la chiesa di S. Margherita d’Antiochia[2], circondata da una leggenda. In un tempo imprecisato, lungo la costa del paese venne trovata una scatoletta lignea che conteneva le ossa di un dito della mano di Santa Margherita. La popolazione lo interpretò come un segno per fondare una chiesa a lei dedicata, in un quartiere chiamato “isolotto”. Ma un maroso fece scomparire la reliquia che ricomparve, qualche tempo dopo, nello stesso punto in cui era stata trovata la prima volta. I fedeli capirono allora che dovevano erigere lì il tempio e così fecero (dove ancora oggi si trova la chiesa). Le origini del bellissimo edificio risalgono al Medioevo, ufficialmente viene citata per la prima volta nel 1318 ma si ritiene che possa essere stata esistente già nell’ XI secolo. Lo stile che primeggia è quello gotico-ligure e lo si deve ai maestri Antelami; la parte più antica ancora ravvisabile è l’abside, munita di archetti pensili e lesene.

Di diverso stile è il campanile ottagonale (con base quadrata che si aggancia direttamente a quattro pilastri della chiesa), che termina con cupola ogivale; l’altezza è di 40 m. In origine non aveva la cupola e fungeva da punto di avvistamento, data la sua posizione in vista del mare. Costruita direttamente su uno spuntone di roccia emergente dall'acqua, la chiesa di S. Margherita d'Antiochia ha risentito di questa posizione perché le mareggiate hanno causavato allagamenti, tanto che ad un certo punto (XVI- XVII secolo) dovette essere allungata verso ovest, spostando l’ingresso e distruggendo la facciata romanica.

Il mare arriva ancora a spruzzare gocce d’acqua sulle finestre, quando è grosso. Nel XIX secolo è stato aperto l’attuale ingresso, accanto all’abside. Internamente è molto interessante; per accedere alle navate bisogna salire una rampa di scale, terminato la quale ci si ritrova in un’atmosfera di grande misticismo. E’ conservata una copia della veneratissima icona della Madonna Nera di Reggio, un Santuario che andremo tra poco a visitare. Il Crocifisso all’interno del tempio è attribuito ad Antonio Maria Maragliano o alla sua scuola. Si ritiene che l’impianto originario fosse suddiviso in tre navate che finivano in altrettanti absidi. Oggi ha ancora tre navate ma una sola abside; le possenti colonne sorreggono archi a tutto sesto (tipici del romanico) e quelle medievali si distinguono per l’uso della pietra del Mesco, a differenza di quelle rinascimentali che impiegarono la pietra arenaria. Originale è la mensa dell’altare maggiore, sebbene restaurata, mentre il bel tabernacolo è del 1400. Curioso il fonte battesimale, ricavato da un pulpito del XVII secolo.

Salendo una scalinata dietro la chiesa di S. Margherita d’Antiochia si giunge al cospetto di un’altra chiesa, ormai sconsacrata e degradata (ma non è indicata l’intitolazione).

Ritornando tra le viuzze del paese, in attesa che apra la Torre dei Doria, unica superstite del castello medievale, incontriamo diverse curiosità che possono sfuggire al turista frettoloso: una lapide incassata sotto il balcone di un’abitazione, per esempio, ci informa che la stessa fu costruita sulle ceneri della chiesa di S. Giovanni Battista (1558) e fu messa in segno di ricordo nel 1952. Di questa antica chiesa pare di riconoscere, scendendo verso il basso, la sagoma di un abside sostenuto da un muro e da un arco a tutto sesto, eretto direttamente sulla roccia. Labirintici violetti sembrano rincorrersi in tante direzioni e a volte sbucano in deliziose piazzette nascoste dalle case, dalle quali godere di panorami fantastici a picco sul mare.

Ed è venuta l’ora di entrare nel Castello Doria, mentre i turisti già cominciano ad affluire numerosi nel centro storico di Vernazza. La bruma mattutina ha lasciato il posto al sole che riscalda e dona colori ineguagliabili all’insieme. Il borgo sembra uscire dalla tela di un pittore (eppure è reale!). Saliamo l’era scalinata che conduce all’ingresso (a pagamento) e ci ritroviamo in un mondo a parte, dove non si è più in basso, quando vedevamo la torre cilindrica nella sua imponenza. Ora essa è a portata di mano, bastano alcune rampe di scale a chiocciola e siamo in cima, sul tetto del mondo! Non esageriamo, suvvia, comunque da qui si domina il paesaggio a 360 gradi e come immaginiamo questo serviva strategicamente per avvistare navi nemiche dal mare o eserciti dai monti. Come Monterosso, anche Vernazza fu feudo degli Obertenghi, che realizzarono il primo sistema difensivo del borgo, il cui porto era il più importante delle Cinque Terre. Eretto su uno sperone roccioso nella parte meridionale del paese, a 70 metri di altezza, ne segue la forma irregolare. Il forte era praticamente reso imprendibile perché quasi totalmente circondato dal mare e con una sola strettissima entrata.

                    

Dell’antico nucleo resta soltanto la torre, che è stata restaurata nel secolo scorso. La fortezza passò in varie mani, dai vescovi di Luni ai Fieschi, dai Pisani alla Repubblica di Genova[3], e venne ripetutamente ampliato e rimaneggiato a seconda delle necessità incombenti. Durante la II Guerra Mondiale fu occupato dai nazisti che vi fecero una base per la contraerea. Diverse fonti dicono che l’antico cannone bronzeo che si conservava tra le sue mura (riportante la scritta "Comunitas Vernatiae") fu portato via dagli Inglesi ed è tutt’oggi esposto al British  Museum di Londra.

Mentre ridiscendiamo dalla torre e curiosiamo un po’ sui muretti del parapetto alla base, tutti fittamente incisi in varie epoche con sigle, nomi, date, ecc., notiamo che un’altra torre, anch’essa cilindrica, si trova sul sentiero che porta a Corniglia. E’ molto probabile che facesse parte del sistema fortificato del “castrum Vernatio”.

 

 

 

L’afflusso al castello si sta intensificando e siccome abbiamo già scattato le foto che ci occorrevano, preferiamo lasciare il posto agli altri e dirigerci verso un’altra zona di Vernazza, quella della Chiesa dei Frati, dove si trovano ancora molti avanzi delle vecchie mura che difendevano il borgo medievale. Oggi sede del Comune, il Convento dei Frati è composto da mura, da una torre, da una Chiesa oggi sconsacrata, che fu sede del Convento dei Padri Riformati di S. Francesco, e da un bellissimo chiostro. L’edificio risale al XVII secolo, quando venne eretto per ospitare i frati, voluti espressamente dalla popolazione locale. Sotto il pavimento della chiesa si trovano ben 14 tombe indicate da lapidi in marmo con scritte in latino.

Una bella passeggiata conduce su per un’antica mulattiera panoramica fino al Santuario di Nostra Signora di Reggio o Regio. Noi decidiamo di salire con il bus-navetta e di scendere poi a piedi attraverso questo sentiero, per sperimentare le varie opzioni di comunicazione che il territorio offre. Ripassati nella via principale, notiamo che i negozi hanno esposto i loro prodotti, la gente affolla la piazzetta e scatta immancabili fotografie (come si può farne a meno?), e altre persone continuano a scendere dai treni. Sono le undici e mezza e lasciamo il borgo storico.

Dopo la stazione, salendo a piedi verso la fermata della navetta che ci porterà al Santuario, incontriamo quella che forse era una chiesa, perché all’esterno si trova una formella raffigurante San Giorgio che uccide il drago. Poco più avanti, svoltato l’angolo a sinistra, una bella costruzione tinta di verde pastello colpisce per la presenza di frammenti litici (forse antichi) incastonati nella facciata. L’edificio è adibito alla Pubblica Assistenza Croce Verde e ad Ambulatori Polivalenti e  una lapide attesta che fu l’abitazione “dei coniugi Giobatta vulgo Bacicin e Francesca”, che generosamente lo donarono alla cittadinanza vernazzese. Questo personaggio dovette rivestire una certa importanza nel borgo, visto che anche la Passerella che conduce al mare è dedicata a lui.

Il Santuario di Nostra Signora di Reggio e la finestra della Madonna. In orario perfetto, condotto da un autista dalla confortante gentilezza, il bus ci carica e ci facciamo indicare il punto più vicino all’entrata del Santuario di Nostra Signora di Reggio (o Regio), con la Madonna Nera, che non vediamo dalla strada perché immerso nella vegetazione, a 354 m s.l.m. E’ un luogo davvero bellissimo, con un bosco a dominio del mare da un lato e ai piedi della collina dall’altro. Il bosco ospita alberi secolari (lecci, castagni, acacie d'alto fusto, cipressi, tigli), tra cui il cipresso più antico di tutta la Liguria (800 anni!). Carico di acqua, il luogo dovette la sua fortuna alle sorgenti, note fin da epoche molto antiche, quando la popolazione della zona[4] veniva probabilmente a dissetarsi e forse a guarire da taluni malanni. Una grotta caratterizzata da mascheroni accoglie ancora un getto d’acqua sorgiva, ricordando quei tipici luoghi di culto “pagani”, legati alla Natura.

Gli scavi archeologici hanno portato a ritenere che qui sorgesse un'area cimiteriale di origine pagana (V secolo). La sagoma dell’edificio ci mostra le spalle, cioè la sua parte absidale, alla quale è addossato un campanile, di evidente rifacimento. Vi è anche una foresteria (XIX secolo) che offre ristoro self-service (dietro una semplice offerta), ma che ospita un convento femminile. L’unica porzione in stile romanico è la facciata a capanna, che dovrebbe risalire al 1248, anno in cui viene citato il monumento per la prima volta con il titolo di “Santa Maria” (nel 1318 si trova la prima menzione come “Santuario di Reggio”). Le tracce di un tempio più antico e forse pagano si troverebbero nella cripta che però è inagibile e senza valore artistico, a detta del gentile custode del luogo (membro di un’associazione che si premura di tenere aperta la chiesa e fare della manutenzione). La cripta si trova a sinistra del presbiterio (sotto l’altare del Crocifisso) e ci sarebbe piaciuto visitarla ma non abbiamo insistito.

Se l’acqua sorgiva era anticamente ritenuta miracolosa dai locali, in epoca cristiana questa significativa azione taumaturgica fu conferita alla Madonna Nera, detta l’Africana, qui venerata e che, secondo una tradizione, sarebbe stata realizzata da San Luca e portata in loco dai Crociati (forse Cavalieri Templari o Giovanniti?)[5] per proteggerla e sottrarla alla distruzione perpetrata dai musulmani. L’icona raffigura Maria Vergine con il Bambino che tiene in mano il rotolo della Sacra Scrittura; anche se a prima vista avremmo detto che l’opera è di fattura bizantina, è stato valutato dagli esperti che il dipinto risale ad un artista della Scuola genovese-toscana del 1300. Dal 1615 è attestata la venerazione di un'immagine della Vergine, dichiarata miracolosa e incoronata nel 1853, in seguito alle numerose guarigioni riconosciute dall'autorità ecclesiastica.

 

 

 

 

 

 

 

Nella navata destra è ancora visibile una nicchia, che è nota come “finestra della Madonna”: è da questo incavo che i pellegrini - giunti al Santuario per chiedere grazie - assistevano alle sacre funzioni. Ciascuno pregava per sé o per i propri cari, invocando guarigioni, che in gran numero sarebbero avvenute (come testimoniano gli ex- voto) e che hanno reso l’immagine dell’ Africana assai venerata. Purtroppo oggi la nicchia è stata tamponata ed è rimasto un piccolo vano trasformato in altarino (nessuna menzione dell’antica funzione di nicchia taumaturgica).

Internamente la chiesa si mostra come il frutto di restauri e manomissioni; nelle sue forme romaniche aveva impianto basilicale a tre navate, che comunque mantiene tutt’ora, divise da file di colonne. La festa della Madonna di Reggio cade la prima domenica di Agosto.

Usciti nuovamente sul sagrato, apprezziamo insieme ad uno dei Volontari presenti nella foresteria il panorama sulle montagne cricostanti; ci fa piacere ascoltare i suoi racconti, di quando questo luogo era chiesa parrocchiale di Vernazza perchè c'era più gente che abitava tra i monti che a valle...Siamo smarriti: com'è cambiata la situazione! Oggi resta qualche caseggiato, il paese si è spostato verso il mare.  Il Santuario non è più parrocchia (che è la già citata Chiesa di S. Margherita di Antiochia). Ci fa notare Murro e il dirimpettaio Santuario di San Bernardino.Ricordiamo che oltre ad essere collegati ai borghi, tutti e cinque i Santuari sono tra loro uniti dalla Via dei Santuari, una vera e propria Via Crucis, un percorso in orizzontale in cui si ha la possibilità di incontrare terreni terrazzati, orti, casolari, minuscoli villaggi, panorami incomparabili[1].

Ridiscendiamo a piedi da questo luogo magico e spiritualmente molto toccante, dal sentiero che conduce a Vernazza (segnalato). In meno di un’ora siamo nuovamente nel borgo affollato di turisti. Durante il tragitto, lungo circa 2 KM, si incontrano panorami tra i più incantevoli delle Cinque Terre e diverse Cappelle della Via Crucis. Una Cappella di dimensioni maggiori, quasi una chiesetta, ci suscita curiosità ma non vi è alcuna indicazione o dedicazione. Siamo però in vista dell’abitato e del porticciolo, con le sagome già familiari dei monumenti e il blu cobalto del mare baciato da sole. Tutte le domande si sciolgono davanti a tanta bellezza…Scusateci!

 

 


[1] L’etimologia, secondo le fonti più accreditate, deriverebbe dal latino “verna”, cioè luogo, indigeno (http://www.e-cinqueterre.com/vernazza/vernazza-storia.htm)

[2] Patrona del paese, festeggiata il 20 Luglio

[3] Fu la famiglia genovese dei Doria a volerne la ricostruzione

[4] Ve n’era molta di più di oggi, che il rione è quasi spopolato, perché gli abitanti sono scesi verso il mare. Si ritiene che fosse proprio qui il più antico nucleo della popolazione di Vernazza. Il Santuario era Chiesa Parrocchiale

[5] Il colle su cui sorge il Santuario fu crocevia tra l’Etruria e la Spagna e, come gli altri quattro Santuari delle Cinque Terre, situato sulla Via Romea, direttrice di pellegrinaggio che da Roma portava verso Santiago di Compostela

[6] http://www.cinqueterre.it/it/content/la-dei-santuari

 

 

IL NOSTRO DIARIO DI VIAGGIO:

 

GIORNO 1: Monterosso e Fegina

GIORNO 2: Escursione ai ruderi dell'Eremo di S. Antonio del Mesco e al Santuario di Nostra Signora di Soviore

GIORNO 3: apprezziamo la cucina locale

GIORNO 5: Manarola e Riomaggiore

GIORNO 6: Portovenere

GIORNO 7: La Spezia

 

 

SPECIALE CINQUE TERRE

Argomento: Vernazza

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