Breve tour Molise 2015:

      alla scoperta di alcune significative realtà culturali in provincia di Campobasso

                                                               (Marisa Uberti)

 

                        

                                                 

Il Molise ha costituito per noi una assoluta novità, in quanto non vi eravamo mai stati prima d'ora e con grande piacere possiamo condividere questa frase: "Una piccola regione capace di attrarre e accogliere viaggiatori alla ricerca del raro, del curioso e del nascosto" (Michele Scasserra, Assessore al Turismo Regione Molise, 2012).
Dobbiamo ringraziare Mario Ziccardi che ci ha introdotto alla conoscenza di questa terra misteriosa e ricca di arte, storia, tradizioni e paesaggi suggestivi.
Attraverso la visita ad alcuni preziosi gioielli archeologici e culturali, insieme a lui abbiamo potuto percorrere -in pochi giorni- secoli di storia che ha interessato questa regione: dall'epoca Sannita e Romana al Medioevo, con le sue rappresentative chiese romaniche, dai borghi fortificati alle dimore rinascimentali, il tutto condito da scenari di suggestiva bellezza. Una parentesi va aperta per le millenarie vie della transumanza, impostate sui caratteristici "Tratturi", vere e proprie arterie stradali che venivano utilizzate per spostare le greggi dai monti dell'Abruzzo fino alle pianure pugliesi; i Tratturi servivano anche per altri tipi di comunicazione e scambio. Sappiamo che i Tratturi sono stati ampiamente utilizzati anche in epoca moderna per la transumanza; si diramavano in direzioni diverse ed erano collegati tasversalmente dai "tratturelli", formando cosi una vera e propria rete viaria. Per noi che veniamo dalla Lombardia, si tratta di qualcosa di nuovo: questi "serpentoni verdi" sono una caratteristica della regione Molise e ci accompagneranno durante il nostro soggiorno, li sentiremo sempre nominare, li vedremo sempre al centro delle mappe dove sorgono i principali monumenti [1].

 

  • Il Museo Provinciale Sannitico (MPS) di Campobasso

 

Un buon punto di partenza per conoscere la storia del Molise è la visita al Museo Sannitico di Campobasso [1]  che fino al 31 Ottobre 2015 ospita la mostra: "Sono figlio della terra e del cielo stellato. Cibo per il corpo, cibo per lo spirito presso i Sanniti". In questo museo sono conservati importanti reperti relativi alle popolazioni Sannitiche che abitarono nel territorio più di 2.500 anni fa; la leggenda vuole che siano arrivati nelle fertili vallate del Sannio guidati da un bue (o un toro) lungo le antiche vie della Transumanza. I Sanniti che abitavano l'attuale Molise appartenevano alla tribù dei Pentri (presso cui era sacro il toro), e dai Frentani, il cui nome deriva da un'antica radice che designa il cervo, animale sacro presso di loro.

 

        

   Via Chiarizia, dove ha sede il Museo Provinciale Sannitico, nel cuore antico di Campobasso

 

I Sanniti erano dunque divisi in due entità politiche: quella dei Sanniti Frentani che popolavano la fascia costiera con le città di Interamnia (Termoli), Larinum (Larino), Geronium (Gerione) e Kalena (Casacalenda) e quella dei Sanniti Pentri che occupavano quasi tutto l’entroterra del Molise con i loro centri maggiori di Aquilonia o Bovianum Vetus (Boiano - Pietrabbondante), Aesernia (Isernia), Bovianum Undecumanorum (Boiano), Saepinum (Sepino), Terventum (Trivento) e Fagifulae (Faifoli) [1bis].

Al centro di una di quelle millenarie diramazioni date dalla transumanza, in corrispondenza della biforcazione del Tratturo Ateleta-Biferno (tra le valli dei fiumi Biferno e Fortore), è emersa una necropoli Sannita, i cui magnifici corredi sono esposti nel sopradetto museo di Campobasso. Caratteristico lo stamnos bronzeo (V sec. a. C.) che era il recipiente dedicato alle ceneri e alle ossa semi-combuste di individui giovani, di norma provvisti di lancia.

 

Manici di stamnos, vasi destinati a contenere vino puro ma anche per accogliere le ceneri del defunto, secondo un'usanza già presente nel mondo etrusco. Il vino era simbolo della trasformazione di Dioniso e della sua rinascita

 

La necropoli ha però restituito anche una tomba ad inumazione risalente agli ultimi decenni del IV sec. a.C. Gli archeologi ci informano che tra il VII e il Vi secolo a.C., i Sanniti adottarono l'esclusivo rituale dell'inumazione dei defunti, deposti supini in fossa semplice, talora ricoperta da grandi lastroni; indossavano oggetti personali e generalmente avevano dei vasi collocati ai loro piedi. Solo nel V sec. a.C. comparve l'usanza della cremazione, in concomitanza con profonde trasformazioni sociali. Da un'economia prettamente agricolo-pastorale e artigianale, i Sanniti si inserirono nella rete dei grandi commerci, attraverso i quali giunsero nei loro villaggi dei beni di prestigio come i vasi da vino dell'Etruria, gli elmi dal Piceno e dalla Magna Grecia e taluni oggetti di ornamento delle aree transadriatiche.
I corredi che sono stati rinvenuti nelle sepolture molisane testimoniano la ricchezza ed il rango dei defunti: olle, vasi figurati, crateri a mascheroni, uno skyphos, due vasi nuziali, un servizio di vasellame a vernice nera, pissidi, 5 balsamari di vetro di tipo fenicio e molto altro.

 

Monili in bronzo, che a volte ricopriva manufatti di ambra. Erano particolarmente impiegate le forme a spirale (simbolo della ciclicità della vita) e della barca solare (traghetta nell'aldilà le anime purificate). I gioielli erano anche amuleti cui si attribuivano poteri magici o terapeutici

 

Cio che ci interessa maggiormente è che le scene rappresentate su alcuni reperti sono riconducibili ai riti orfici; i temi figurati presenti sui vasi riconducono infatti, senza ombra di dubbio, ad un contesto religioso/iniziatico in cui sono presenti le principali dottrine misteriche: il culto Dionisiaco, i misteri Eleusini, la dottrina Pitagorica. Questo museo offre quindi un'opportunità per conoscere le usanze dell'antica civiltà sannitica di cui, a livello archeologico, non resta moltissimo. Il più importante insediamento sannitico per estensione e ricchezza è quello di Pietrabbondante, le cui origini risalgono al V sec. a.C. 

Di grande importanza è la Tavola Osca, o di Agnone (perchè trovata ad Agnone, nei pressi del Monte Cerro (oggi in prov. di Isernia), di cui si conserva la riproduzione perchè l'originale si trova al British Museum di Londra. Il termine "osco" dato alla lingua sannitica deriva dal popolo che li ha preceduti. E' considerata una delle più importanti iscrizioni in lingua osca (sannitica), databile al 250 a.C. circa. La tavoletta è in bronzo, misura 28 x 16, 5 cm ed è iscritta su entrambi i lati. La scrittura -leggibile da destra verso sinistra- si compone di 25 righe sul verso e di 23 righe sul recto. E' un reperto estremamente importante per comprendere i culti a cui erano dedite le popolazioni che abitavano l'antico Molise; su un lato sono infatti descritte le modalità con cui si svolgevano le cerimonie sacre in onore di Cerere, nel tempio a lei dedicato (recinto sacro), specificando i tempi e i modi del rituale. Sul lato opposto sono elencate 17 divinità, tutte connesse con l'agricoltura e la natura.

 

Riproduzione della Tavola Osca o di Agnone, conservata nel MPS di Campobasso. Fronte/retro; il reperto era munito di maniglietta fin dalle origini. i nomi delle divinità riportati su una delle facce sono: Kerres - Cerere, la divinità a cui era dedicata l'area sacra; Vezkei; Evklui - Mercurio oppure Ade, fratello di Giove; Futrei Kerriiai - Persefone figlia di Demetra; Anter Statai - Stata Mater dei Marsi; Ammai Kerriiai - Demetra; Diumpais Kerriiais - Le Ninfee delle sorgenti; Liganakdikei Entrai - Divinità legata alla vegetazione ed ai frutti; Anafriis Kerriiuis - Le Ninfee delle piogge;Maatuis Kerriiuis - Dea italica dispensatrice di rugiada per i raccolti; Diuvei Verehasiui - Giove Virgator; Diuvei Regaturei - Giove Pluvio; Hereklui Kerriiui - Ercole; Patanai Piistiai; Deivai Genetai - Mana Geneta; Pernai Kerriiai Fluusai - Flora protettrice dei germogli [3]

 

All'arrivo dei Romani, i Sanniti tardarono ad assoggettarsi e ci vollero tre guerre per stabilire la supremazia dei secondi. Sotto i Fabii e i Papirii, per cinquan'tanni i Romani cercarono di avere la meglio sui Sanniti, fino a che vi riuscirono ed operarono una distruzione tale delle loro città, da faticare a riconoscerne la collocazione, stando a quanto ci ha tramandato Floro (I, 16). Dopodichè i Sanniti restarono fedeli a Roma.

 

  • L'antica Saepinum: la città romana

 

Tra il 91-88 a.C. scoppiò la Guerra Sociale tra i Sanniti e Roma per ottenere la cittadinanza romana (quali alleati italici), ma non tutti erano d'accordo: gruppi di ribelli volevano mantenere la propria indipendenza da Roma, arrivando a coniare una serie di monete sulle quali si trova la prima testimonianza epigrafica del nome Italia; su una serie compare invece un simbolo molto significativo: il toro italico (simbolo dei Sanniti Pentri)che abbatte la lupa romana. Nel 90 a.C. Roma concesse, a coloro che non si erano ribellati, la sospirata cittadinanza.
Il Molise conobbe così la piena dominazione romana, che si radicò solo nei centri più idonei agli scambi e quindi più prosperi: Venafro, Isernia, Boiano, Sepino, Larino. Accompaganti dalla nostra speciale guida (Mario) abbiamo visitato l'antica Saepinum, che nel medioevo cambiò il nome in Altilia. Nascosta per secoli sottoterra, continuò ad essere attraversata da milioni di armenti che percorrevano il tratturo Pescasseroli-Candela. Pare che proprio un pastore abbia narrato di un tempio sepolto lungo questa importante arteria, inducendo nel 1959 degli scavi archeologici che riportarono alla luce l'antica città di Sepino, dove gli scavi continuano tutt'oggi. La visita consente di vedere le rovine di Saepinum, nucleo abitato di età Augustea, sorto probabilmente su un precedente insediamento sannita (più a monte). Saepinum prosperò per alcuni secoli, almeno fino al IV sec. d.C.; la struttura urbana prevedeva una cinta muraria in opera quasi reticolata (sviluppo 1270 m), interrotta da 4 porte in corrispondenza dei 4 punti cardinali: Porta Tammaro (lato nord-est); Porta Boiano(lato Nord-ovest); Porta Benevento (lato sud-est); Porta Terravecchia (lato sud-ovest).
La città (circa 12 ettari a pianta quadrangolare) era impostata sul cardo e sul decumano. Dalla Porta di Bojano ma anche da quella di Terravecchia (sita sul lato opposto), si arriva al foro; sulla sinistra si elevano i resti della Basilica, con un colonnato ionico nel fronte principale. La maestosa porta di Boiano, affiancata da torri cilindriche, è ornata da due statue di prigionieri barbari e da una testa di divinità. Molto ben conservato è il teatro, attorno al quale- a semicerchio- sono sorte delle abitazioni, che non sono state abbattute e, in qualche caso, sono ancora abitate! Sullo stipite dell'ingresso di una di queste abitazione si trova incisa, in verticale, una Triplice Cinta.

 

        

         Saepinum: veduta del Teatro e delle abitazioni che fanno da corollario all'emiciclo

 

Il complesso era provvisto anche di altri importanti edifici come il macellum, le terme, i templi, il quartiere di abitazioni private. All'esterno di porta Boiano e porta Benevento sono state individuate le necropoli, lungo tutto il tratturo. Da segnalare i monumenti funerari di Publius Numisius Ligus (I sec. d.c.) e di Caius Ennius Marsus (età augustea).
Interessante la fontana del grifo (così chiamata per l'immagine in rilievo di un grifo, di profilo). E' stato portato alla luce anche un insediamento medioevale del XIV sec., che si è sovrapposto alla necropoli romana e ne ha riutilizzato il materiale: è la città di Altilia.
E' importante considerare che la viabilità romana non era basata su strade consolari ma di portata locale, confermata nelle sue direttrici essenziali fino ai nostri giorni: congiungeva le città principali passando per la valle del Volturno, per la piana di Boiano, sulla dorsale collinare destra nella valle del Biferno, sulle colline parallele al mare.
Un insieme di fattori (tra cui un territorio in prevalenza montuoso e collinare) hanno contribuito a rendere il Molise una terra pressochè intatta con antiche tradizioni rimaste autentiche. Ed è stata veramente una sorpresa andare alla scoperta di alcuni gioielli architettonici, che spesso si trovano in piccolissimi borghi, dove il tempo sembra essersi fermato.

 

                                  

Da Saepinum: lucerna bilicne, con Giove raffigurato al centro, munito dei suoi attributi (fulmini, scettro e aquila), metà del I sec. d.C. Conservata al MPS di Campobasso

 

 

  • Il Castello d'Evoli a Castropignano (CB)

 

A partire dal VII sec. nella regione si consolida la rete di numerosi castelli (molti di essi vennero distrutti durante gli scontri tra papato e l'impero di Federico II di Svevia).
I Longobardi, subentrati ai declinati Romani, assegnarono il territorio Molisano al ducato di Benevento. Nacquero a quel tempo anche numerosi monasteri Benedettini; nell'VIII sec d.C. ebbe inizio la storia dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, che nel XII sec. divenne una città monastica tra le più importanti d'Europa. Tra il X e il XII sec. nelle città, nei piccoli centri e lungo le vie della transumanza, furono erette centinaia di splendide chiese. Uno dei borghi che appartennero al ducato di Benevento, quindi al gastaldato di Boiano, è Castropignano (CB), le cui origini risalgono all'epoca Sannita. Il feudo divenne una colonia slava, che si integrò perfettamente con i locali. Posizionato più in basso rispetto alla parte antica del paese, si trova il castello d'Evoli (eretto in prossimità di una precedente fortificazione Sannita).
Durante il dominio Normanno, la fortezza rappresentò un presidio importante sul tratturo Lucera-Castel di Sangro, lungo il quale si svolgeva la caratteristica transumanza, fonte di ricchezza della nobiltà locale e del borgo.
Il castello si presenta oggi completamente disabitato ed è aperto in rare occasioni. Appartenne alla famiglia d'Evoli, che realizzò diverse opere di ammodernamento e ampliamento. Si presenta come un affascinamte rudere sospeso tra il reale e il fantastico. Un sentiero naturalistico poco battuto, consente di aggirare il maniero quasi completamente (da una parte c'è lo strapiombo), per apprezzarlo da varie prospettive. Sul lato nord del castello è presente una grossa roccia chiamata popolarmente "Cantone della Fata", dalla quale si sarebbe gettata una fanciulla: la leggenda racconta di una giovane di nome Fata, che preferì sfuggire alle guardie e trovare la morte anzichè concedersi alla legge dello "Jus primae noctis".  Guarda il nostro video cone le belle immagini di questo Castello e dei panorami che offre!

 

           

                                   La suggestiva mole del Castello d'Evoli

 

  • La chiesa di San Giorgio Martire a Petrella Tifernina (CB) e S. Maria della Strada a Matrice (CB)

 

Durante il nostro breve soggiorno abbiamo potuto visitare due importanti luoghi di culto risalenti all'epoca romanica (ma innestatI su edifici precedenti): la Chiesa di San Giorgio Martire a Petrella Tifernina e quella di Santa Maria della Strada a Matrice, sempre in provincia di Campobasso. La prima è un condensati di simboli e misteri, a partire dalle sue origini. Sulla prima colonna a sinistra dell'ingresso principale è inciso, con tratto appena percettibile, un singolare tipo di Labirinto: il cosiddetto "Caerdroia", che suscita legittime domande. Ma tutta la chiesa è uno scrigno di curiosità e di simbolismi. A questo importante monumento rappresentativo dell'arte medievale molisana abbiamo dedicato un video a parte.

 

       

L'autrice mostra il singolare tipo di Labirinto inciso sulla prima colonna a sinistra dell'ingresso principale della chiesa di San Giorgio Martire a Petrella Tifernina

 

 

A breve distanza, lungo una diramazione del tratturo Pescasseroli-Candela, sorge la splendida chiesa di S. Maria della Strada, in posizione isolata e quasi discosta, nel paese di Matrice (nome già di per sè interessante). Chi ha il piacere di arrivarvi, però, resterà incantato dall'armonia delle sue forme architettoniche e dai simbolismi che lo accolgono. Una scenografica scalinata precede il sagrato erboso; una fontanina a colonna in pietra, situata alla fine della gradinata, presenta un'epigrafe latina del XII secolo (oltre ad un'altra settecentesca).

 

              

Simbolismi scolpiti sulla lunetta che adorna il portale principale della chiesa di Santa Maria della Strada

 

 

L'edificio avrebbe, secondo gli studi effettuati fino ad oggi, un'origine greca: la Madonna che vi si venera sarebbe infatti Hodighitria o Odigitria, più correttamente Odegetria (dal greco antico ὸδηγήτρια, che significa colei che istruisce, che mostra la direzione). Inoltre, sulla mensola di una colonnina, a sinistra dell'altare, è scolpito un sacerdote che indossa l'omoforion, la casula del rito orientale. La presenza di vestigia di una villa rustica romana depone per una frequentazione molto antica del sito e sappiamo che tale casale venne probabilmente utilizzato da una comunità di monaci basiliani e poi benedettini, che dovevano avere un monastero, vicino all'attuale chiesa. Infatti del cenobio si ha notizia scritta nel 1153 (Bolla di papa Anastasio IV) e pare che sia stato distrutto con il terribile sisma del 1456, data in cui i Benedettini abbandonarono il luogo. Dopo secoli di abbandono, la chiesa venne riaperta al culto nel 1703 e nel 1889 venne dichiarata Monumento Nazionale.
La chiesa avrebbe funto anche da punto di sosta e ristoro per i pellegrini diretti ai santuari pugliesi (come quello di Monte Sant'Angelo). L'interno è a tre navate, terminanti in piccole absdidi e separate da 12 colonne (6 per parte), con capitelli cubici, tutti istoriati con motivi diversi e prevalentemente fitomorfi. La luce filtra dalle strette monofore romaniche (la chiesa risale al 1100 ca) ed è orientata sull'asse E-O, con abside a oriente, come convenzione classica delle chiese cristiane, dove tale punto cardinale corrisponde al sole nascente, cui Cristo risorto è assimilato.

 

            

                                Interno della chiesa di Santa Maria della Strada

 

 

Le pareti delle navate, all'interno, presentano molte raffigurazioni di mani, qualche orma del pellegrino, e anche graffiti apparentemente moderni (come cuori intrecciati). L'apparato scultoreo più interessante è sulle lunette esterne. Data l'impossibilità di descriverle e decodificarle, invitiamo gli interessati a consultare l'approfondita trattazione che ne ha fornito lo studioso locale Franco Valente [4], il quale fa pure rilevare due particolari degni di nota: il primo è situato nella parte più bassa dell’abside di sinistra, dove è sistemata una pietra che presenta un verme strisciante con la testa di uomo. Il secondo si trova a circa un metro e mezzo da terra, dove un’altra pietra reca l’immagine di un ragno che ugualmente ha una testa di uomo.

Lungo la navata sinistra si ammira un sarcofago in travertino (roccia organogena non locale), realizzato nel XIV sec. in stile goticizzante (forse appartenente alla scuola di Tino da Camaino): si tratta della tomba di Berardo D’Aquino, sebbene non ne sia riportato il nome ma lo stemma di famiglia. Poggia su quattro colonnine sorrette da due leoncini (ora mancanti) e da due dadi terminanti con capitelli in stile corinzio; sopra è adornato da quattro colonnine senza base. Sul coperchio del sarcofago giace la figura di colui che vi fu sepolto, ma le ossa ritrovate all'interno appartengono a tre persone diverse. Ammettendo che vi siano sicuramente quelle di Berardo d'Aquino (morto nel 1345), gli altri due chi sono? Su questo pare che nessuno abbia finora trovato una risposta convicente. Inoltre, una delle domande che abbiamo fatto al nostro Mario Ziccardi, che ci ha accompagnato nella visita, è stata questa: "Perchè un sarcofago così importante, dal punto di vista stilistico e simbolico, si trova qui? Chi era Berardo d'Aquino e che cosa c'entra con Matrice e, in particolare, con questa chiesa?".

 

                 

Il raffinato monumento funerario del conte Berardo d'Aquino: contiene i resti di tre individui

 

Apprendiamo così che il nobiluomo era conte di Loreto e aveva sposato nel 1339, a Campobasso, Tommasella di Molise, rimasta vedova di Riccardo di Monforte, morto in Sicilia in una spedizione militare nel 1338. La donna divenne contessa di Loreto, per il matrimonio con Berardo ed egli, al contempo,  ottenne il dotario che il primo marito le aveva lasciato sul Castello di Campobasso, sul Casale di S. Giovanni in Golfo e sul castello di Montorio. Di preciso, tuttavia, sulle opere compiute dal d'Aquino in vita non si sa molto e del perchè si meritò una sepoltura monumentale, che evidentemente poteva permettersi. Pare non abbia avuto eredi e forse offrì delle elargizioni a questa chiesa. Sul bordo della pietra di copertura del baldacchino si trova un altro enigma: è incisa una sola parola "HOC" ("questo"), come se il lapicida avesse iniziato una frase che mai fu terminata. Perchè?

 


                                               

 

Proseguiamo i nostri due passi nel mistero e mentre ci prepariamo alla visita del giorno successivo, ripassiamo un po' dell'evoluzione storica della regione.
Durante la dominazione Normanna il Molise fu sede di 9 contee, che sotto Carlo d'Angiò cessarono di esistere: il Molise entrò quindi a far parte (nella soria del Regno delle Due Sicilie) della "Terra di Lavoro" e della Capitanata e fu indicata spesso come "Contado del Molise". Fu un periodo di grande fioritura architettonica di valore, per lo più Chiese e Cattedrali ma al contempo si consolidò la transumanza, che venne istituzionalizzata nel XVI sec. Questa particolare economia pastorale si ridusse fortemete fra il XIX e XX sec. con la bonifica della Capitanata, tuttavia le zone malariche molisane occupavano ancora nel 1924 il 38% del territorio. La crisi economica causò un grande esodo migratorio. Solo dopo la metà del XX sec. ebbe inizio un primo processo di industrializzazione intorno ai nuclei di Venafro, Termoli e Boiano.
Oggi il Molise ha una popolazione di 330.000 abitanti, di cui almeno la metà è distribuita in più di 120 paesi, in cui vivono piccolissime comunità, alcune di solo 100 anime.
In uno scrigno tanto piccolo, stiamo constatando però quanta storia sia contenuta, quanta arte trasudi, quante tradizioni si mantengano ben rinchiuse.

 

  • Il "Toppo della Vipera"

 

Un nuovo giorno è arrivato e sarà per noi l'ultimo che trascorreremo in questa zona, per spostarci poi sul Gargano. Grazie al nostro formidabile Mario Ziccardi, attraversiamo i secoli e approdiamo al Rinascimento molisano, che ha un validissimo rappresentante nel Castello di Capua a Gambatesa. Ci portiamo quasi al confine con la Puglia, in un territorio di frontiera tra i rilievi montuosi del Molise e l'altopiano del Tavoliere delle Puglie. Il maniero sorse in posizione strategica, dapprima come presidio militare, su un'altura che domina un crocevia importante, costituito dalla valle del fiume Tappino nel punto di congiunzione con la valle del Fortore, del tratturo Lucera-Castel di Sangro e dalle vie provenienti dalla Piana di Sepino e da Benevento [5]. Importante dunque sia per l'economia agro-pastorale che come snodo per i pellegrini diretti al Santuario dell'Arcangelo Michele sul Gargano.

Ma prima di giungere nel comune di Gambatesa e al Castello dei Capua, lungo la Strada Statale 645 Mario ci fa notare alcuni elementi degni di attenzione. Dapprima una fatiscente struttura, ormai in rovina, che costituiva un luogo di sosta per chi percorreva il tratturo, un po' come gli "hospitali"  medievali (luoghi di accoglienza e ristoro dei pellegrini).

 

 

Dopo vari chilometri ci indica una particolarità della collina. in una località denominata "Toppo della Vipera", che significa "colle della Vipera". Infatti, guardandolo, non pare somigliare a questo rettile? Al di là della sua singolare forma, desta interesse la storia che gravita attorno a questo luogo, oggi disabitato. Il termine "Vipera" potrebbe risalire al fatto che in detta località vi fosse un luogo di culto longobardo; quel popolo, in effetti, adorava in particolare "Aufisbena", vipera a due teste. Si narra che in quel periodo (VII sec. d.C.) il vescovo di Benevento, divenuto poi santo col nome di Barbato, avrebbe fatto sradicare l'albero di noce attorno al quale i Longobardi erano soliti adorare la vipera d'oro Aufisbena, che era forse alata. Per scongiurare il ritorno di quel culto pagano, San Barbato strappò tutte le radici dell'albero sacro e, al posto suo, fece costruire la chiesa di Santa Maria in Voto mentre la vipera d'oro sarebbe stata fusa per farne un calice sacro...

Già in documenti alto-medievali (818) è citata una località Viperam o Guiperam, insieme a quella perduta di Clusanum (Chiusano). Carteggi successivi riportano menzione di una "cellam Sancti Petri de Vipera"...Si doveva trattare di un monastero (o cenobio eremitico?) appartenente ai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno. Attorno all'edificio religioso, come avvenne altrove per questioni di sicurezza, si sviluppò probabilmente un nucleo abitato. Sappiamo che durante il governo degli Angioini, l'abitato di Vipera era ancora esistente. Lo troviamo anche in periodo aragonese, quando nel 1484 re Ferrante I d'Aragona vendette il feudo di Gambatesa (che comprendeva anche Vipera) ad Andrea di Capua, primo conte di Termoli. Da lì in poi le notizie sull'insediamento di Vipera si riducono fino a scomparire. E' probabile che alcune catastrofi incombettero: la peste del 1656-'58, che decimò la popolazione e poi un violento terremoto nel 1688, che scosse tutta la regione e peggiorò la situazione di questi piccoli centri d'altura, già stremati. Nella "Platea" del card. Orsini del 1714 sono riportate alcune case in località "Ripa della Vipera" e la chiesa di S. Maria di Chiusanella nel bosco di Chiusano, mentre l'abitato era già scomparso (fonte "Clusanum e Viperam. Insediamenti fortificati  medievali scomparsi nel territorio di Gambatesa").
 


 

  • Il Castello dei Capua a Gambatesa (CB)

 

Ed eccoci quindi giunti nel pittoresco borgo di Gambatesa. Fu Riccardo di Pietravalle (detto poi "Gambatesa" per via di un difetto fisico), il primo signore del feudo (1284), che rimase alla sua famiglia fino al 1399, quando Pietropaolo di Pietravalle, uno dei successori di Riccardo, fu destituito dall’incarico a favore di Luigi Galluccio. Dal matrimonio tra Sibilia, figlia di Riccardo, e Giovanni Monforte, è nato il ceppo cui appartenne anche il famoso conte di Campobasso Nicola Monforte. In seguito divenne proprietà della famiglia di Andrea di Capua, per poi passare nelle mani della casata Lombardo. Dopo il terremoto del 1456, subì delle notevoli trasformazioni, ma quelle più recenti risalgono agli anni del Novecento, e sono opera degli ultimi proprietari del castello, la famiglia D'Alessandro. Oggi, dopo i restauri effettuati sotto la supervisione della Soprintendenza ai Beni Architettonici del Molise, il Castello ha ripreso il suo aspetto di dimora signorile, sviluppandosi su quattro piani.

 

                             Due scorci del Castello e della piazza antistante

 

Nel primo piano dovevano trovarsi, originariamente, gli ambienti adibiti a stalle, magazzini, cantine e carceri.

 

                                                   

                 Un locale dei sotterranei del Castello di Gambatesa, forse una cella di prigionia

 

Le sale di rappresentanza si trovavano al secondo piano: vi troviamo un atrio molto accogliente in cui si aprono le porte del salone e di altri ambienti minori. In tutto il piano sono presenti gli affreschi di epoca cinquecentesca attribuiti a Donato Decumbertino e di stile manierista. In realtà esiste la certezza che siano opera sua in quanto egli pose il proprio nome almeno tre distinte volte nel palazzo. Una, in particolare, è molto interessante e Donato Decumbertino la pose entro un clipeo, dal fondo nero, nel quale dipinse una raganatela con un grosso ragno al centro.

 

                                      

                                     

                                     

Sala delle Maschere, la firma del pittore e i dettagli del ragno nella ragnatela, dipinti al di sopra dell'iscrizione contenuta nel clipeo

 

 

Abbiamo, in altra sede, parlato del simbolismo del Ragno e offriamo al lettore di trarre i significati che, nel contesto del clipeo del pittore di Gambatesa, possano calzare meglio. Non si conosce molto di lui, per la verità, nè si è sicuri della sua provenienza "da Copertino", come suggerirebbe il cognome. Ricordiamo che Copertino è un comune della provincia pugliese di Lecce, nel Salento occidentale. La sua firma nel clipeo con il ragno lo convaliderebbe, secondo alcuni studiosi: in quel periodo il "tarantismo" era ampiamente diffuso e documentato nel Salento (potrebbe essere la prova della provenienza dalla terra salentina), ma è un' ipotesi discutibile. In verità, di questo Donato Decumbertino non vi è altra traccia altrove, all'infuori di questo castello. Cosa stranissima. Non si sa dove sia nato, cosa abbia fatto prima di dipingere gli affreschi di Gambatesa, che cosa fece dopo, dove morì...Un personaggio avvolto nel mistero.
Che egli fosse infarcito di una cultura "filosofica", parrebbe assodato, visto che dipinse temi allegorici come gli Amori di Zeus (tratti dalle Metamorfosi, di Ovidio), le Virtù, personaggi mitologici legati al mondo greco e alle sue divinità, le Arti Liberali, ecc. inserendo qui e là ulteriori elementi dal sottile significato ermetico. Basta soffermarsi adeguatamente davanti a ciascun dipinto per ricavare un'impressione sul personaggio, che lavorò comunque su commissione di Vincenzo da Capua, il signore del castello.
I lavori furono eseguiti da Donato (e aiutanti) che, molto probabilmente, si ispirò alle opere di altri artisti contemporanei conosciuti durante i suoi studi. Dell'artista, gli studiosi pensano che fosse stato allievo del Vasari durante il suo soggiorno a Napoli e Roma nel decennio tra il 1540 ed il 1550. Questa deduzione deriva dal fatto che vi sono somiglianze stilistiche tra i temi del Salone delle Virtù e con quanto il Vasari dipinse, ad esempio, nel Salone dei Cento Giorni nel Palazzo della Cancelleria a Roma.

Nell'Atrio troviamo solo una porzione leggibile, nei suoi affreschi originali, sulla volta a crociera di destra. Qui identifichiamo Io posseduta da Zeus in forma di nuvola, Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro bianco, Danae posseduta da Zeus in forma di pioggia d'oro...

 

 

                                         Volta dell'atrio e i simbolici affreschi

 

Nella attigua "Sala del Camino" sono bellamente dipinte le virtù della casata dei Capua mentre la seguente "Sala dell'Incendio" trae il nome dall'affresco di una città (Sodoma) distrutta e incendiata, con la moglie di Lot trasformata in statua di sale, per essersi voltata a guardare la città in fiamme.

 

                 

                                    Il dipinto dell'incendio (verosimilmente) di Sodoma

 

Ci ritroviamo nella "Sala delle Maschere", in cui troviamo bellissimi affreschi molto ben conservati, su tutte e quattro le pareti. Riconosciamo (a occidente) la dea della Saggezza, Minerva con il suo attributo, la Civetta, dominanti una scena di tranquillità urbana; sopra la porta settentrionale è il clipeo con la firma del pittore di cui s'è detto poc'anzi. Sopra la porta orientale troviamo Apollo, dio del Sole, con uno sparviero o corvo, il suo attributo mentre sotto, le decorazioni vegetali sono interrotte dallo stemma dei Capua-del Balzo (famiglie unite da matrimonio). Sulla parete meridionale riconosciamo Mercurio e, interessante, si può notare la struttura della Basilica di San Pietro, ancora in costruzione, e l'obelisco vaticano. E ancora grottesche, sfingi, volti ammiccanti, girali e festoni, in un caleidoscopio di colori che non ti aspetteresti di trovare.

 

     

 

La successiva è la "Sala del Pergolato", che è il protagonista; infatti sotto di esso, dipinto su un finto loggiato dal verismo impressionante, si avvicendano scene e soggetti, ingentiliti dalla raffigurazione delle Arti Liberali e dalle Stagioni ma anche rappresentativi di vicende legate in qualche modo ai Capua (come la scena di una battaglia navale, forse quella di Otranto del 1480, in cui un avo del committente perse la vita).

 

                     

                                       Sala del Pergolato, scena di battaglia navale

 

SI entra quindi nel mangifico "Salone delle Virtù", l'ambiente di rappresentanza principale che doveva celebrare le virtù del committente, Vincenzo Capua: carità, fortezza, prudenza, giustizia, pace, fede, concordia, consapevolezza della vanità delle cose e della necessità di elevare lo spirito. Sopra l'architrave della parete meridionale troviamo la seconda firma del pittore, Donatus; in realtà egli si era firmato anche sopra la porta occidentale, ma in maniera ritenuta troppo "invadente" dal Capua, che fece rimuovere tale iscrizione, per collocarvi una frase autocelebrativa (il tutto è emerso con i recenti restauri).

 

    

                     

 

Sulla parete ovest troviamo la raffigurazione di un grande Labirinto vegetale, purtroppo non integro; dal centro del labirinto pare ergersi un grande albero, mentre alcuni personaggi sono ritratti sia dentro che fuori dal dedalo. Sullo sfondo -a sinistra in alto-si intuisce un paesaggio marino con un vulcano in eruzione e alcune navi che si allontanano, probabilmente da leggersi contestualmente alla rappresentazione del Labirinto [6].

 

                     

                                                        Il Labirinto, Salone delle Virtù

 

E' in questa Sala, sulla parete sud (poco sotto la "Carità"), che abbiamo trovato - verticalmente -un chiaro graffito di Triplice Cinta, su una porzione priva di affreschi e intonacata. Non è il solo graffito presente sulle pareti delle varie sale di questo piano: in effetti anche sugli affreschi abbiamo notato diversi segni, simboli, frasi, lasciati in epoche imprecisate. C'è da ricordare che questo palazzo ebbe diverse destinazioni d'uso, tra cui anche quello di istituto scolastico.

 

                   

                                                                La Triplice Cinta

 

 

 

Sulla parete settentrionale, sopra l'apertura ad arco, è dipinta una mirabile "raggiera cromatica", quasi un prodigio. La successiva "Sala del Canneto" introduceva allo "Studiolo" di Vincenzo Capua e si presume che fosse usata da lui solo (una sorta di passaggio). Lo "Studiolo" sarebbe stato, secondo alcuni, la Camera da letto del committente, anzichè il suo ambiente di studio e lavoro. Le scene, mutile sul lato ovest, narrano di un amore combattuto (Erse e Mercurio, Amore e Psiche), che potrebbe essere anche metafora alchemica, come la raffigurazione di Ercole che uccide il toro di Creta. Simili allegorie ermetiche erano molto frequenti nelle corti nobiliari italiane di quell'epoca e parecchi signori si dilettavano nell'esercizio della Scienza di Hermes. Non ci stupirebbe se anche Vincenzo Capua se ne fosse interessato.

 

Ercole che uccide il toro di Creta, Studiolo

 

Il terzo piano ha perso quasi del tutto la sua originaria decorazione ad affresco; fanno eccezione le Tre Grazie, Venere e Cupido, contestualmente ad alcuni putti musicanti (lo spartito è stato trascritto e suonato da un maestro locale, nel 2010, che ne ha identificato l'appartenenza al genere del madrigale!). Si segnala la loggetta che affaccia con tre arcate sulla piazza del paese, di fronte alla Chiesa Madre.
Per finire, salendo ancora di un piano, si giunge al terrazzo, all'ultima tappa. Lo sguardo spazia su scenari bellissimi, dal lago di Occhito ai piccoli centri della confinante Puglia. Lo spirito è libero di volare verso dimensioni intelliggibili.

 

                     Scenari da cartolina si godono dal Castello di Capua a Gambatesa

 

 

Per concludere la nostra visita a Gambatesa, una curiosità: ogni anno, dalla sera del 31 dicembre alla sera del giorno successivo, si svolge qui la più antica e caratteristica manifestazione popolare di Capodanno, che coinvolge l’intera popolazione: la "maitunata". In quell'occasione, e solo per quella volta, i segreti di ciascuno possono essere rivelati a tutti, gli aspetti "scomodi" possono venire espressi accentuandone l’aspetto umoristico o il comportamento tipico di ognuno; il tutto condito con ironia che può raggiungere anche toni aspri e polemici. La cosa segue un cerimoniale e viene eseguita dal cantore e accompagnata da un gruppo di suonatori; è un componimento poetico improvvisato, che consta di quattro versi endecasillabi a rima baciata o alternata con ritornello; il tutto cantato su un motivo musicale sempre uguale. E’ un esempio tipico di teatro realistico e popolare che si richiama al teatro vivo di Plauto e di Terenzio, alla fresca e popolare farsa delle Atellane, alla fascinosa licenziosità dei Fescennini. La tradizione  ha come palcoscenico le piazze, le strade, i vicoli e le soglie delle case di amici, parenti e autorità. E’ questa l’unica manifestazione in cui non è presente l’elemento religioso. La tradizione delle “Maintinate” è la più antica e caratteristica manifestazione popolare di capodanno, che, per la sua forma, per la sua storia e per i suoi contenuti, non ha riscontro nel Molise [7].

 

  • Campobasso


Torniamo a Campobasso e approfittiamo di alcune gocce di pioggia per visitare l'interessante Pinacoteca, consigliati da Mario. Essa raccoglie tutta la collezione Praitano ed è installata nelle sale di Palazzo Pistilli, dove forse pochi sanno che è esposto il calco in gesso di una delle 10 formelle della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti. L'opera risale alla fine degli anni Quaranta del XX secolo e racconta le storie di Saul e Davide: Saul sconfigge i Filistei, David uccide Golia e trionfante porta la testa dell’avversario. La Pinacoteca campobassiana è un museo d’ambiente che ricorda una casa borghese, classe sociale di cui esalta appunto la vocazione al collezionismo. Michele Praitano la ebbe e, in oltre cinquant’anni di ricerca in Italia e all’estero, riusciì ad acquisire importanti opere d'arte (circa 150), principlamente della pittura otto-novecentesca ispirata dal realismo, dall’impressionismo e dalla classicità. Opere che ha poi donato ai Beni Culturali, che le ha allestite in questa sede. Palazzo Pistilli, dichiarato di interesse storico-artistico nel 1996, sorge nella parte più alta dell’antico nucleo di Campobasso lungo la Salita di San Bartolomeo, così denominata per la presenza più a monte dell’omonima chiesa romanica. Risalente al 1783, il Palazzo venne fatto edificare dalla famiglia Pistilli, di cui si hanno notizie dal XVI secolo. Sorge a ridosso dell’edificio claustrale di S. Croce del Battente che lo separa da San Bartolomeo ed è arroccato su un piccolo terrazzamento ricavato per collegare agevolmente l’accesso del palazzo ai gradoni  che lo lambiscono e che si inerpicano nel mutevole tessuto urbanistico medioevale di Campobasso (scheda tratta dai Beni Culturali).
 

 

Inerpicandosi lungo la stessa salita si potrà incontrare la bella chiesa romanica di San Bartolomeo (XIII secolo), dove si trova incisa- su un blocco incassato verticalmente in facciata, all'estrema destra e in posizione difficile da individuare- una Triplice Cinta. La chiesa non è aperta al culto.

Essendo in parte preclusa alle auto e caratterizzata da scalinate, la parte antica di Campobasso è sicuramente da vedere con calma, godendosi anche i panorami che può offrire, dalla posizione sopraelevata. Poco oltre la chiesa di San Bartolomeo si raggiunge quella di San Giorgio (XI-XII secolo), molto interessante e sorta, verosimilmente, sui resti di un tempio pagano dedicato ad Ercole.  All'esterno, si trova una croce di ferro che è memoria storica (in città se ne contano diverse).

 

All'interno presenta una cappella laterale (S. Gregorio) con la volta splendidamente affrescata, che non è da perdere (il resto della chiesa è stato completamente rifatto e non offre grandi attrattive).

A questa chiesa si può giungere anche in automobile, tramite una carrozzabile che si imbocca dalla città bassa, e si può salire fino al Castello Monforte, importante fortezza medievale che si erge nella parte più alta della città. Accoglie oggi un Sacrario dei Caduti.

 

                 

 

Per chi volesse approfondire chi fossero i Monforte, signori di Campobasso, c'è una sorpresa: è infatti stato risolto un enigma storico che perdurava da tempo: saprete tutto leggendo qui!

Di fronte alla rocca si trova la chiesa di S. Maria del Monte, di origine medievale (se non ben più antica), dove soggiornò a più riprese Padre Pio, dal 1905 al 1909. La stanza in cui soggiornava è stata trasformata in una cappella nel 1984 e vi si conservano alcuni cimeli appartenuti al santo di Pietrelcina, nonchè un volto scolpito. Anche un famoso artista locale, Amedeo Trivisonno, ha lasciato una tela (dipinta nel 1972) che ritrae Padre Pio e che funge da pala di altare della cappella.

La chiesa di S.Maria del Monte potrebbe essere stata, in origine, la cappella del Castello Monforte, che aveva un aspetto diverso rispetto a quello odierno, notevolmente ridotto (subì gravi danni in seguito al terremoto del 1456). La chiesa è nata con il nome di "Santa Maria de Supra" o "de Campobasso" e solo nel 1525 ha preso il suo nome attuale, probabilmente quando divenne parrocchia. L'edificio perse il suo prestigio intorno al XVII secolo, ma riacquistò pregio nel 1905 quando fu assegnata ai Padri Cappuccini, che si occuparono del suo abbellimento; dal 1829 è stata resa sede parrocchiale e arcipretale [8]. Dietro l'altare, in posizione centrale, si trova la statua della Madonna con Bambino (Madonna del Monte) molto venerata per i miracoli che avrebbe dispensato. Il 31 Maggio di ogni anno si svolge la processione della Madonna del Monte, che si snoda tra i vicoli del centro storico e le principali vie della città ricoperte di tappeti di fiori, dedicati appunto alla Madonna del Monte.

 

                  

La chiesa della Madonna del Monte. A destra e a sinistra abbiamo inserito i dettagli delle croci che si trovano incise sugli stipiti dell'ingresso centrale.

 

Ridiscesi nella città bassa, fuori dalle mura, merita una visita la Cattedrale, dedicata alla SS. Trinità, in stile neoclassico ma di origine conquecentesca;  fu completamente rifatta nel XIX secolo, dotandola di un pronao esastilo. Fa parte dell'Arcidiocesi Campobasso-Bojano e si trova adiacente al Palazzo del Governo.

 

           

               L'occhio onniveggente nel triangolo raggiato nella Cattedrale di Campobasso

 

                                              

 

Siamo consapevoli di aver visitato una minima parte di quanto questa regione può offrire ma è stato un ottimo inizio, e se vi abbiamo dedicato questo lungo report più alcuni video, significa che crediamo sia importante divulgare i tesori che questa piccola regione del meridione d'Italia conserva. Piccola come estensione geografica, ma non certo come storia, arte e tradizioni.

 

  • Altre immagini sono presenti nelle Gallerie fotografiche, in calce a questo articolo, così come i video e il Form di discussione.
  • Si ringrazia vivamente Mario Ziccardi, di cui si ricorda l'articolo sul Labirinto "Caerdroia" di Petrella T pubblicato in questo sito alcuni mesi fa.

 

  • Per tutte le informazioni sui luoghi da visitare, orari, ingressi, ecc. consultare il portale turismo nel sito ufficiale della Provincia di Campobasso

                                         

 

Note:

[1] Nel 1976, con Decreto del Ministero per i Beni Culturali, i Tratturi sono stati dichiarati di "...particolare interesse per l'archeologia e per la storia politica, economica, sociale e culturale della Regione Molise", ponendo di fatto i Tratturi sotto la stessa giurisdizione delle opere d'arte. La Regione Molise, nel 1997, ha istituito il Parco dei Tratturi, per meglio salvaguardare tutti i tracciati esistenti e recuperabili sul suolo regionale (link)

[1bis] Il Museo è allestito nel Palazzo Mazzarotta, nel cuore del centro storico (accesso solo pedonale) ed è in Via Anselmo Chiarizia, 12-tel. 0874/412265, 0874/427313

[2] http://www.comune.petrellatifernina.cb.it/oc/oc_p_elenco.php?x=

[3] Per approfondire http://www.sanniti.info/smagnon.html

[4] http://www.francovalente.it/2008/11/05/1180/

[5] Ziccardi, Mario, Gambatesa e i Capua: i pastori e i signori, ne "Il Castello di Capua a Gambatesa. Mito, Storia e Paesaggio", Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise, Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise, a cura di Daniele Ferrara, p. 9

[6] In questo sito abbiamo dedicato anni fa una pagina alla simbologia del labirinto

[7] http://www.maitunat.it/?page_id=60

[8] http://turismo.provincia.campobasso.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/468

 

Argomento: Tour Molise 2015

Nota bonaria

Mariantonietta | 24.10.2016

Un ringraziamento sincero e un piccolo appunto: la questione delle due Bojano (Bovianum vetus e Bovianum undecumanorum) e ormai superata da tempo (cfr. in particolare Adriano La Regina): entrambe le denominazioni sono da attribuire ad uno stesso luogo, la Bojano attuale, l'antica capitale del Sannio Pentro citata dalle fonti ..., giustificatissima comunque la confusione, visto che anche l'impianto didattico del Museo Sannitico di Cb non aiuta, un caro saluto e a presto

vacanza molisana

Michela | 28.07.2016

Grazie per le dritte, ne terrò sicuramente conto durante le prossime vacanze in questa regione per me sconosciuta e quindi ancora più interessante

Tour Molise

Alfonso | 12.09.2015

Bellissima descrzione di luoghi fuori dai soliti circuiti ma meritevoli di essere divulgati. Grazie e complimenti!!!!!

Nuovo commento