Il Museo del Carcere “Le Nuove” di Torino

                                                               (M. Uberti)

 

  • Nota: questo non è un report sul carcere ma sul Museo del carcere ed è frutto di quanto è possibile cogliere durante le due ore di visita guidata.

                

                   

                              Ingresso del Museo del Carcere "Le Nuove" in via Borsellino, 3 a Torino

 

Questo percorso storico-museale è quasi sconosciuto ai più, nonostante sia allestito nel vecchio carcere di Torino,

Il carcere giudiziario fu costruito sotto il regno di Vittorio Emanuele II, tra il 1857 e il 1869, per sostituire il carcere criminale di Via S. Domenico n.13, il carcere correzionale di Via Stampatori n.3, il carcere delle forzate di Via S. Domenico n. 32 e il carcere delle Torri presso Porta Palazzo per le condannate. Dunque doveva riunire in un unico edificio tutti gli altri citati; doveva accogliere detenuti condannati per pene lievi, che dovevano rimanere poco più di un anno e ha accolto invece, in un secolo di storia, una variegata gamma di carcerati, dai disertori di guerra ai prigionieri politici, mafiosi, terroristi e condannati per "tangentopoli".

il carcere venne Inaugurato nel 1870, e rimase in funzione fino al 1986, quando un nuovo carcere, intitolato agli agenti Lorusso e Cutugno, venne realizzato nel quartiere Vallette. Venne chiuso definitivamente nel 2003; dal 1986 vi stavano infatti i semi-liberi, ossia quei detenuti che la mattina escono dal carcere per recarsi al lavoro, facendovi rientro la notte a dormire.

L’istituzione del Museo del Carcere Le Nuove si deve all’idea di padre Ruggero Cipolla, che fu cappellano del carcere; morendo il 1 dicembre 2006, volle tramandare la memoria di quanto accadde tra queste mura, specialmente nel periodo che va dal 1922 al 1945, quando i prigionieri politici pagarono con il carcere (e spesso con la vita) la propria scelta antifascista. Uno di questi prigionieri fu il dr. Mario Carrara, il genero di Cesare Lombroso. Carrara venne qui a svolgere la professione medica ma  rifiutandosi di giurare fedeltà al fascismo, finì in carcere per quattro mesi nel 1932, pur non essendo assolutamente un criminale, e morì l’anno seguente.

Il percorso storico-museale propone la scoperta dei luoghi più nascosti dove uomini comuni soffrirono per l’affermazione dell’Italia libera e democratica.

E' guidato da membri dell’ Associazione “ Nessun Uomo è un’isola ONLUS” e si articola all'interno delle varie strutture dell'ex carcere, che venne progettato dall’arch. Giuseppe Poloni a doppia croce (1862-’63) derivato dal sistema "panopticon" (una struttura centrale dalla quale si dipartono i "bracci" che ospitano le celle, in modo tale da consentire il controllo contemporaneo di ogni corridoio), ancora oggi conservato nonostante le continue ristrutturazioni.

Vi erano 2 mura di cinta, 4 torri, 13 bracci (compresi quelli “della morte”), 6 cortili, una torre centrale, 558 celle a segregazione individuale per detenuti, 12 di deposito, 21 per le guardie, 13 per le punizioni, 33 per le infermerie, inoltre 2 cappelle (una maschile e una femminile).

Il primo passo di questa visita, della durata di circa due ore, è nella “strada di ronda”, in terra battuta, dove un alto muro impedisce (oggi come allora) di vedere l’esterno. Si sentono i rumori della strada, ma non c’è contatto. Si è reclusi. Qui le guardie circolavano in tre per evitare evasioni. Con il tempo vennero aggiunti i vetri antiproiettile.

 

                        

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov'è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i Partigiani. Nelle carceri dove furono imprigionati. Nei campi dove furono impiccati" (P. Calamandrei)

 

Questa porzione (che oggi è l’ingresso al percorso museale) era parte del carcere femminile, dove venivano tenuti anche i bambini fino a 2 anni. Si passa poi al piano terra, che un tempo era all’aperto e dove la guida spiega quanto in sintesi abbiamo detto finora, rimarcando che la tipologia delle celle singole faceva parte di una “politica della separazione”.

La successiva sezione è la “stanza per la visita” dove i detenuti venivano spogliati per i controlli. Qui si percepiva tutta la desolazione dell’essere reclusi: fuori erano gli affetti, la libertà, tutto il mondo personale. Le suore Si facevano carico di chi entrava,  insieme alle guardie. Le prime da un punto di vista umanitario, le seconde professionale.

Nella sezione seguente si fa la conoscenza di Suor Giuseppina De Muro (1902-1965) che il 27 aprile del 1945 liberò tutti i prigionieri politici che erano ancora rinchiusi in questo carcere.

Si entra quindi nel carcere vero e proprio. Vediamo la Sala per i colloqui e ci sembra di entrare in un film quando mettiamo i piedi nell’ala di detenzione, con i due piani contornati dalle grate (gabbie), che non lasciavano la minima possibilità di affacciarsi, di fuggire o di buttarsi (si erano verificati dei suicidi, per questo vennero messe le protezioni). Le celle erano dotate di inferriata e del blindo (porta), che veniva chiusa alle 21. Il buio sprofondava all’interno e non c’era più niente da fare. Veniva riaperta alle 7 del mattino. Le celle avevano la caratteristica di avere le finestre a "bocca di lupo", che permettevano di vedere soltanto il cielo.

Le madri detenute avevano al seguito i propri figli, fino al compimento dei due anni di età, perciò nel carcere esisteva una sorta di asilo nido (dagli anni Cinquanta). Non sempre le pene da scontare erano brevi, ma anche di venti o trent’anni o l’ergastolo, per cui i bambini che uscivano dal carcere a due anni in molti casi non rivedevano più la mamma, venendo affidati ad altre famiglie. Nel 1986 da qui sono partiti i bambini per il nuovo carcere, perché questa non è una storia che appartiene al passato, ma è contemporanea, fa parte della società attuale, anche se di una parte di società che normalmente è distante da noi, che siamo “da questa parte”. La visita a questo museo consente anche di sensibilizzarsi verso problematiche cui non si pensa, da persone libere. Il 3 giugno 1989 avvenne un incendio in quest’ala e due vigilatrici morirono, oltre ad otto detenuti.

In un’angusta cella vediamo il terribile “letto di contenzione” (1869-1978), dove il detenuto veniva legato mani e piedi. Per i bisogni corporali c’era un foro in mezzo. A questo “trattamento” si ricorre ancora oggi, anche se sembra impossibile. Infatti, negli ospedali psichiatrici normali questi letti sono stati banditi ma negli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) no.

Le carcerate eseguivano anche dei lavoretti, e quindi troviamo degli strumenti da lavoro. La Cucina era alloggiata nella ex- cella di punizione per detenute e tra il 1988 e il 1997 funse da cucina per i bambini, tra il 1999 e il 2003 (cioè nel periodo precedente la chiusura della struttura) fu cucina per i lavoranti e i semi-liberi.

Le donne, in carcere, subivano un trattamento discriminativo rispetto ai maschi detenuti, erano quindi le più danneggiate (sebbene colpevoli di reati di minore entità, erano ritenute sempre inferiori e più colpevoli). Se una donna veniva imprigionata, difficilmente poi il marito le portava i figli. Naturalmente esistevano anche donne terroriste, negli anni più recenti (vi erano cinque celle riservata al 41-bis, il regime di carcere duro, per le ree di terrorismo). Si è fatto l’esempio del 1919 quando un gruppo di donne rovesciò i banchi del mercato perchè aveva fame e finì in galera per questo.

Il primo direttore del carcere, Marinucci, consentì di utilizzare la chiesa interna per le lezioni scolastiche: i detenuti seguivano le lezioni tenute dai volontari dell’Arciconfraternita dalle cellette progettate per la partecipazione individuale alle funzioni religiose.

 

                                                                     

 

Il primo braccio tedesco è impressionante. Era gestito dalle SS e i detenuti venivano atrocemente torturati. Durante il periodo fascista vi rimasero reclusi oppositori, partigiani ed ebrei, come Ignazio Vian e Emanuele Artom, deportati e condannati a morte. All’inizio di marzo 1944, in una notte di nebbia, quasi oltre 300 persone partirono da questo braccio, un centinaio dagli altri bracci (in totale 410 persone). Per andare dove? Nei campi di concentramento. Morirono quasi tutte.

Il primo braccio era gestito direttamente dai tedeschi: il 7 aprile 1944 vi morì, dopo inumane torture, Emanuele Artom, giovane partigiano ebreo, commissario politico della V divisione Giustizia e libertà; il suo corpo, sepolto nei dintorni della città, non venne più ritrovato.

La cella ordinaria maschile era di queste dimensioni. 4 m di larghezza x 2, 5 m di lunghezza e 3 m di altezza. Il muro divisorio era spesso 0, 52 m. La volta era spessa, alla chiave, 0,42 m per impedire la trasmissione della voce. Durante la Resistenza qui vennero imprigionati cittadini innocenti, ebrei, padri di famiglia, e persone sospettate di complicità contro il regime. Era stato istituito il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato delle SS tedesche (Gestapo), comandate dal capitano Alois Schmidt (presso l’ albergo Nazionale d i via Roma). Era spietato.

Interrogatori, cibo scarso e immangiabile, tensione nervosa, miasmi, pulci, pidocchi e cimici, i racconti di chi è sopravvissuto rendono una verità terribile sulla situazione de Le Nuove in quel periodo, in cui la paura era sovrana. Ogni notte si sentivano porte aprirsi e richiudersi, i lamenti sommessi o le urla di chi sapeva di essere portato a morire, o prelevato in modo coatto per i lavori forzati in Germania, senza alcuna speranza per il futuro.

In un locale viene ricordato il beato Giuseppe Girotti (1905-1945), detenuto a “le Nuove” per la sua azione partigiana (diventò il centro di un vasta rete di sostegno a favore dei partigiani e soprattutto degli ebrei, verso i quali nutrì un'affinità culturale maturata negli anni del suo soggiorno a Gerusalemme e successivamente sviluppata con gli studi biblici) e deportato a Dachau, dove morì nemmeno quarantenne, forse aiutato da un’iniezione di benzina dai compagni. La sua sepoltura è a Leitenberg; viene riconosciuto “giusto tra le nazioni”.

Non vi sono parole per descrivere il nostro vivo sentimento di commozione, misto a gratitudine per chi ha dato la propria vita per consegnarci un’ideale in cui credere, un’Italia libera e indipendente. Perché sciupare questi valori?

La cella di punizione presenta tutta la desolazione e la crudeltà degli esseri umani. Qui vi è un letto che hanno usato tutti i condannati a morte a “Le Nuove” ed è cosparso di scritte, messaggi estremi di persone anche innocenti. La guida ci dice che stavano in otto qua dentro, sembra assurdo, c’è pochissimo spazio, e un buco per i propri bisogni, senza alcun rispetto per la persona. Le celle –almeno nella prima fase- non avevano dei servizi igienici. La privacy? Ma che cos’era? Eppure erano individui come noi, come potremo mai riscattarci da questa barbarie?

"Specchio della società, permette di capire come si vive privati della libertà in una cella", dice il depliant, eccome se lo si capisce, visitando questo luogo di memorie.

 

                                               

 

Prima di scendere nel sotterraneo, si trova la zona panottica, dove confluiscono il I, il II e il III braccio. Il quarto braccio è sotterraneo ed era riservato ai  condannati a morte. Nelle singole celle, rimaste com’erano, l’unica luce che continua a brillare è lo spirito di quei giovani eroi. I cui nomi sono scritti per sempre. Di ciascuno, è riportata la frase che disse prima di andare incontro alla sua triste sorte: frasi che toccano nel profondo, che fanno chiudere il cuore per sfuggire all’impulso di scappare, per non vedere, per non ammettere cosa sia stato. Lumini intorno al loro ricordo, simbolicamente, tutti intorno, sul fondo.

In mesto silenzio, il gruppo di visita ripercorre il lungo corridoio della sofferenza, pensando a quanto siamo “fortunati” a poter rivedere il sole, il cielo, i nostri cari. Certe esperienze ci aiutano a ritrovare il senso della vita, la gioia nelle piccole cose, a smetterla di lamentarci e invece ad adoperarci maggiormente per il bene comune.
Fino alla caduta del fascismo non furono apportate modifiche alla struttura; successivamente, con i nuovi diritti costituzionali, il carcere fu reso lentamente più vivibile, eliminando i muri interni del cortile ed apportando importanti modifiche alle celle, tra cui l'ampliamento delle finestre e la dotazione di termosifoni e water.

Nuovi percorsi museali sono in fase di allestimento e comprenderanno i cubicoli, le cappelle e gli oggetti più particolari appartenuti a don Ruggero Cipolla.

Inoltre è già possibile effettuare un tour di un’ora nel bunker antiaereo situato a 18 m di profondità. Di questo ambiente si era persa la memoria, anche se alcune testimonianze dei detenuti nel periodo fascista ne davano ragione. Rinvenuto casualmente il 19 giugno 2010 durante le opere di manutenzione del percorso storico museale, è stato ripulito dalle macerie fino al 24 marzo 2011 dai volontari del Museo del carcere “Le Nuove”. Successivamente è stato sistemato secondo le normative vigenti, in accordo con il Demanio Piemonte, il comune di Torino e la Sovrintendenza Regionale dei Beni culturali e paesaggistici. 

La visita a Le Nuove è un’esperienza che vi toccherà, come è stato per noi.

 

             

 

Links utili:

Argomento: Museo del Carcere "Le Nuove"

Nessun commento trovato.

Nuovo commento