Il Megalite “U Campanaru” di Monte Arcivocalotto:

                   un preistorico calendario solare in Sicilia

                                                                    (Marisa Uberti)

 (sez. Valle dello Jato 2)

Nel maggio 2013 ho effettuato un viaggio in una Sicilia insolita, poco conosciuta e fuori dai tour di massa dei turisti: la Valle dello Jato, traente nome dal fiume omonimo che vi scorre. Devo ad Alberto Scuderi (direttore del Gruppo Archeologico Valle dello Jato) l’opportunità di aver potuto documentare il soggetto di questo articolo e lo ringrazio vivamente. Egli, nativo di Corleone, ha sempre saputo dell’esistenza di “U Campanaru”, la pietra forata che sta come una sentinella sulla cima del Monte Arcivocalotto. Nel 1997 lo Scuderi ne trattò in una pubblicazione [1] ma è solo dal 2010 che la ricerca ha iniziato a destare il dovuto interesse, soprattutto per le implicazioni archeoastronomiche che sono state dimostrate dall’ingegnere e astrofisico Vito Francesco Polcaro.

 

  • Ubicazione e contesto

 

Ci troviamo nel territorio di Monreale, in provincia di Palermo. La Valle dello Jato è un territorio che ha conservato praticamente intatto il suo meraviglioso paesaggio naturale, da sempre favorevole all’insediamento umano per la presenza di ricche sorgenti d’acqua. Il fiume Jato scorre da NO verso SE attraversando buona parte della Valle; si congiunge al ramo destro del fiume Belice e mette in comunicazione l’entroterra con la costa meridionale dell’isola. Il paesaggio che circonda la Valle è costituito da dolci colline che in genere non superano i 500 m di altitudine, da ampie vallate intensamente coltivate nei secoli, nonché da alcuni picchi e massicci calcarei come il Monte Maranfusa, la Rocca d’Entella, la Montagna Vecchia, il Monte Jato, il Monte della Signora, Pizzo Mirabella, Monti Kumeta e Pelavet.

Il Monte Arcivocalotto è un’altura di 570 m (s.l.m.) che appartiene ai rilievi collinari di questa fertile Valle, collocato alle pendici meridionali del Monte Jato ed amministrativamente posto sotto il Comune di San Cipirello. L’altura appartiene al complesso insediamentale di Pietralunga, di cui sembra rappresentare il centro egemone.

Geograficamente la zona è compresa nell’area di Contrada Pietralunga, che è sempre stata molto importante strategicamente in quanto interposta sull’importante direttrice Rocca Busambra-Monte Jato. Topograficamente il Monte Arcivocalotto è compreso tra la Contrada Arcivocale a NE, Patria a SO, Malvello a SO.

Sulla sommità di questo Monte e visibile da diversi chilometri di distanza è situato un interessantissimo manufatto chiamato localmente “U Campanaru”, che fa parte di una lista di arenarie, emergenti dalle argille del Flysch Numidico Oligo-miocenico, con direzione Nord-Sud.

 

                               

                                     Fig. 1: “U Campanaru” visto dal pianoro antistante (sud)

 

Il Monte Arcivocalotto ha restituito frammenti ceramici databili al periodo Eneolitico (Età del Rame), all’Età del Bronzo e fu continuativamente frequentato in età classica, romana e medievale. Nel 1246 le truppe sveve di Federico II, sconfiggendo definitivamente la presenza islamica nella Valle dello Jato, ne decretarono l’abbandono. Solo i pastori la continuarono a usare per i pascoli mentre i contadini ancora oggi ne coltivano i terreni a cereali e foraggio, tra l’altro a poca distanza dal monolite stesso.

L’altura di Arcivocalotto è stata considerata il centro egemone dei territori circostanti e va sottolineata la vicinanza (a circa 1500 m) con Pizzo Pietralunga, ricco di presenze preistoriche (2). Si tratta di una singolare protuberanza rocciosa che si erge solitaria nella piana sottostante, priva di difendibilità ma su terreni con buona potenzialità agricola e nelle vicinanze di una sorgente. La spettacolare altura è ben visibile percorrendo la Strada Provinciale San Cipirello-Corleone e, come vedremo, riveste grande importanza nello studio archeoastronomico di “U Campanaro”.

 

  •   Morfologia del megalite “U Campanaru”

La gente del posto conosce da sempre questo curioso manufatto, costituito da una grossa roccia di arenaria larga circa 4 metri e alta circa 3 metri, con un foro centrale di circa due metri  di diametro. Lo spessore al suolo è di circa 1,5 metri. Il soprannome “U Campanaro” con cui lo si identifica (che significa “il Campanile”) ha misteriose origini: chi dice che anticamente doveva esservi una campana appesa all’interno (ma non si ritrova alcuna traccia di alloggiamenti o ganci), addirittura il megalite sarebbe stato il campanile di una distrutta chiesa. Il fatto che sia isolato e in posizione elevata, lo rende chiaramente distinguibile a diversi chilometri di distanza (sia dalla Valle del Belice, a sud, che da quella dello Jato, a nord), e ciò richiama lo svettare di un campanile in un villaggio o un paese,  che diventa un punto di riferimento sia per gli abitanti che per i forestieri.  E’ evidente che “U Campanaru” rappresenta un luogo magico, nell’immaginario popolare, dove realtà e leggenda si confondono tra le nebbie del tempo che ricoprono la sua vera origine e funzione.

La definizione di “megalite” che gli è stata conferita pare ormai assodata, anche se non tutti coloro che se ne sono interessati sono d’accordo (3): il termine viene usato nel suo senso etimologico di “grande pietra”, in accordo con quanto riporta P. Bahn nel suo “Dictionary of Archaeology” (Glasgow: Harper Collins Publishers, 1992) [4]. Si tratta di un blocco di arenaria, approssimativamente triangolare, che emerge solitario sulla cima dell’Arcivocalotto e che appartiene al costone di roccia che delimita a nord il rilievo del monte stesso. Oltre il limite del megalite, infatti, c’è uno strapiombo di circa cento metri, che termina nel pianoro sottostante (in cui è stata scoperta da Alberto Scuderi e dal Dott. Andrea Orlando astrofisico dell'Università di Catania, una tomba dell'Età del Rame ancora integra).

                             

Fig. 2: “U Campanaru” nella sua parte posteriore (Nord), dove la collina strapiomba verso la Valle con un salto di un centinaio di metri

 

Su questo lato, rivolto a nord-ovest, si nota come il monolito “appoggi” su una piattaforma residua (fig. 3), verosimilmente lavorata dalle mani dell’uomo, sulla quale è incisa una quadruplice cinta (fig. 4), ovvero una figura geometrica costituita da quattro quadrati concentrici raccordati da altrettanti segmenti perpendicolari; la misura del lato del quadrato più esterno è di circa 40 cm. La superficie della piattaforma, definita “gradino-aggetto”, è interessata da una fenomenologia di licheni attivi; il petroglifo potrebbe appartenere alla categoria dei tavolieri incisi (noti come gioco del “filetto” o del “mulino”), lasciato da chi voleva semplicemente “passare il tempo” in epoca imprecisata (non preistorica, secondo chi scrive), tuttavia per giocare bastano tre quadrati concentrici e dal censimento prodotto dalla scrivente, gli esemplari con quattro “cinte” sono molto rari (5). La particolare posizione “a strapiombo” sembrerebbe inoltre far dubitare del valore ludico, dato che a disposizione c’erano delle porzioni di roccia meno pericolose e più assolate (6). Vedremo tra poco come la presenza di questa incisione possa rientrare nell’analisi archeoastronomica condotta dal prof. Vito Francesco Polcaro dell’INAF e in servizio presso l’Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Roma.

 

                                

Fig. 3: dettaglio della base rocciosa su cui sembra appoggiarsi il monolite. La freccia indica la posizione della quadruplice cinta incisa sul “gradino-aggetto”, in posizione orizzontale

 

                                   

                                           Fig. 4: la quadruplice cinta incisa sul gradino-aggetto

 

Un team di ricercatori del Gruppo Archeologico Valle dello Jato, sotto la direzione di A. Scuderi,  sta da tempo indagando tra i misteri del monolite e da un paio di anni la ricerca si è avvalsa della competenza in materia archeoastronomica del Prof. Polcaro. Questi ricercatori ritengono che l’isolamento del megalite sia il risultato di ripetuti fenomeni di frana, che minacciano tuttora la sua stessa stabilità. In origine poteva anche non esservi il foro ma uno strato compatto di roccia che poi è franato a valle, lasciando una sorta di breccia nella parete. La cultura che ha così trovato il “macigno” deve averlo lavorato e modellato, ricavando un foro di forma rotondeggiante e scavando una nicchia nella sua parte inferiore, forse a scopi deposizionali (una persona distesa di media statura e peso vi entra comodamente). 

 

                                            

                    Fig.5: l’autrice distesa nel lettuccio concavo situato nella parte inferiore del foro

 

Con volontà scientifica “U Campanaro” sarebbe stato lavorato in modo che il lato rivolto a sud assumesse un’inclinazione di 75° (rispetto all'orizzonte geografico) e quello a nord rimanesse a 90° circa. Il tutto in un’epoca risalente all’Età del Bronzo.

 

                                      

Fig. 6: “U Campanaru” visto da una modesta distanza e da ovest, posizione che consente di apprezzarne l’inclinazione (sicuramente intenzionale, secondo Scuderi e Polcaro)

 

Alla base del monolito c’è una piattaforma rocciosa che reca due fossette di esigue dimensioni e diverse altre rocce emergono sul pianoro.

 

  • Orientamenti astronomici

 

Trovandosi al cospetto di questo notevole manufatto si prova un grande senso di stupore e di meraviglia: nel suo isolamento millenario sprigiona intatto il fascino del mistero sul suo reale utilizzo, sulla cultura che lo ha prodotto, sul suo valore sacro. Nessuno può infatti risolvere con certezza questi enigmi, anche se negli ultimi tre anni sono stati condotti studi archeoastronomici che sembrano avere inequivocabilmente chiarito che il megalite è orientato all’alba del Solstizio invernale. Lo scopo de “U Campanaru” sarebbe quindi stato quello di essere un arcaico calendario astronomico a fini pratici o rituali.

Un ulteriore elemento da evidenziare è la presenza in antico di piccoli menhir triangolari disposti intorno al megalite. In verità ne è ben visibile uno in posizione verticale (fig. 7).

 

              Fig. 7

              Fig.8

 

Alberto Scuderi ritiene che essi potessero essere molti di più e che facessero originariamente parte di un recinto a forma di semicerchio che delimitava l’area sacra, incentrata sul megalite stesso. A pochi metri dal monumento in direzione SE, si trova un altro probabile menhir, atterrato  accidentalmente da un trattore, alcuni anni fa, ed è probabile che nella sua posizione originale potesse essere perfettamente allineato con l’asse del foro del megalite (fig. 8). La forma di questo menhir ricorda, in piccolo, la morfologia di Pizzo Pietralunga. Quest’ultima potrebbe essere raffigurata, tra l’altro, su un masso inciso, ritrovato nei pressi del Campanaro (cfr. fig.14).

Già il 22 dicembre 2010 venne osservato per la prima volta (da A. Scuderi, F. Mercadante, P. Lo Cascio) il fenomeno solare che interessa il megalite: alle 7.22 si era constatato che la luce solare lambiva l’esterno della parete occidentale (in corrispondenza del “gradino-aggetto”) e lentamente si spostava all'interno del foro, culminando al centro alle 8.30 circa. La luce solare diretta è stata visibile attraverso il centro dell’asse del foro per pochi minuti (il sole permane per una mezz’ora in tutto, dentro il foro, ma non centrato). Il fenomeno è stato apprezzabile per un periodo di cinque giorni: i due precedenti e i due seguenti il 22 dicembre (centrato sul solstizio d'inverno).

Altre misurazioni furono condotte il 23 giugno 2011, al Solstizio estivo, usando una bussola di precisione da rilevamento, corrette per la declinazione magnetica locale tramite misurazioni GPS delle coordinate geografiche (37° 55’ 44” N; 13° 15’ 29” E), operando un raffronto con le misurazioni delle direzioni dei punti di riferimento della cartografia IGM e immagini satellitari. Tali analisi, condotte dall’astrofisico prof. Polcaro, hanno dimostrato che l’asse del foro centrale del megalite ha un azimut pari a 133° (più o meno 1°) e un’inclinazione rispetto al piano orizzontale di 15° (più o meno 1°). Questo orientamento dell’asse consente di osservare, dal piccolo pianoro sottostante, il Sole al centro del foro poco dopo essere sorto al di sopra dell’orizzonte geografico locale esattamente al Solstizio Invernale e solo in quel periodo. E’ stato pure osservato (da Scuderi et al.) che la traiettoria dei raggi solari in quell’istante si riflette nelle acque del fiume Jato (che in quel tratto assume la denominazione dell’areale che attraversa, cioè Pietralunga, pertanto può anche trovarsi scritto “fiume Pietralunga” ma trattasi sempre dello Jato). I fenomeni osservati sono documentati dal grafico di fig. 9 e dalla fig. 9 a:

 

 

                                 

                                                                                 Fig.9

 

                                                                    

                                                             Fig. 9 a

 

A questo punto ricorderemo l’incisione a quadruplice cinta presente sul gradino-aggetto del megalite, la quale sembra assumere una non trascurabile importanza, secondo il prof. Polcaro: essa “è orientata esattamente come l’asse del megalite: è dunque connessa ad esso ed orientata in direzione dell’alba al solstizio d’inverno. Questo petroglifo permette quindi a chi si trova vicino al monolito di determinare con una maggiore precisione che i raggi del Sole nascente al solstizio d’inverno provengano effettivamente dalla direzione che caratterizza questa data: esso può quindi essere utilizzato come uno “strumento di misura fine”, che permette di determinare con maggior precisione il giorno esatto del solstizio d’ inverno” (7).

Questo significa che se l’uso calendariale di “U Campanaru” è dar far risalire all’Età del Bronzo (secondo gli studiosi che ho citato in questo stesso articolo), anche la quadruplice cinta è da considerarsi coeva, tuttavia qui si pone un dilemma poiché dalle mie approfondite ricerche non ho trovato prove che incisioni geometriche di questo tipo siano così antiche, datandosi al massimo alla fine dell’Età del Ferro (8). Quante probabilità esistono che essa sia dunque stata fortuitamente incisa proprio in quella posizione, in epoca posteriore? Al momento la questione rappresenta per me una spina nel fianco!

La questione della casualità o dell’intenzionalità dell’allineamento del megalite “U Campanaro” è stato uno dei temi affrontati nella relazione presentata nel settembre 2012 a Lubiana (Slovenia) durante il Simposio del SEAC (v. nota 4) dal prof. Polcaro. Egli ha preso in considerazione le “linee-guida” (protocollo) tracciate da Schaefer (9) il quale ha suggerito almeno due, ma possibilmente tre condizioni che possano soddisfare l’intenzionalità di un allineamento astronomico e che sono state ampiamente accettate dalla comunità scientifica:

·        deve essere statisticamente significativo, almeno a 3 σ sopra l'ipotesi nulla (l'orientamento casuale) [10];

·        devono essere presenti prove archeologiche di intenzionalità

·        devono essere presenti evidenze etnografiche o paletnologiche del valore simbolico che quel determinato allineamento comporta

 

Il prof. Polcaro ritiene che “U Campanaru” soddisfi tutti questi punti. Per quanto riguarda il primo, le probabilità di trovare in un monumento un singolo allineamento con un azimut corrispondente (entro più o meno 1°) ad una delle otto direzioni solari significative e conosciute in ogni cultura (le quattro direzioni cardinali e le quattro direzioni delle albe e dei tramonti ai solstizi invernale ed estivo) è di 1/22 rispetto all’ipotesi nulla, cioè sull’orientamento casuale (2.08 σ statistiche Gaussiane). L’astrofisico aggiunge che, nel caso in oggetto, il fenomeno si verifica soltanto perché – al momento del passaggio del sole all’azimut dell’asse del monolite- il sole ha anche l’altezza (rispetto all’orizzonte) uguale a quella dell’asse stesso (la probabilità che ciò avvenga casualmente è 1/45 corrispondente, nella statistica Gaussiana, a circa 2,5 σ ). La probabilità che questi due eventi indipendenti si verifichino “per caso” è di 1/1000 (3, 25 σ, che è superiore alla soglia accettata di significatività).

In merito al secondo punto, le dimostrazioni archeologiche di intenzionalità sono molte, sostiene il prof. Polcaro, partendo dal fatto che la pietra forata sia stata lavorata per ottenere appositamente l’orientazione dell’asse del foro e fa ulteriormente notare la presenza dell’incisione a quadruplice cinta con il medesimo orientamento.

In relazione all’ultimo punto, pur essendo difficile trovare prove concrete sul valore simbolico che il megalite può avere rivestito in epoca arcaica, è significativo che i testimoni riferiscano che il luogo del Campanaru è sempre stato ritenuto sacro e magico, come dimostrano le leggende intorno al suo nome, che immaginano il megalite come il campanile di una distrutta chiesa, che suonava solo in giorni speciali, ascrivendo così al megalite stesso un ruolo mistico.

Se le condizioni sembrano essere soddisfatte nel caso in oggetto, come ritiene il prof. Polcaro, la domanda che sorge spontanea, stimolata dall’ultimo punto, è: perché una cultura preistorica (che ancora ci è ignota) ha lavorato artificialmente il megalite?

 

  • Una lettura allargata: l’attenzione verso Pizzo Pietralunga e Cozzo Perciata

Il prof. Polcaro ha osservato che nel giorno del Solstizio d’inverno, alla stessa ora in cui il Sole appare al centro del foro, l’astro ha un’altezza sull’orizzonte tale da lambire esattamente la punta del Pizzo Pietralunga, la singolare roccia isolata che si eleva per 150 metri in altezza sopra la Valle del fiume Belice Destro, che si stende ai piedi del Monte Arcivocalotto (a meridione). La roccia rivestì sicuramente un valore sacrale per le antiche popolazioni ivi stanziate, come dimostrerebbe il materiale fittile rinvenuto nell’area.

 

                                     

                                                               Fig. 10: Pizzo Pietralunga

 

I due siti (Camapanaru e Pizzo Pietralunga)  potrebbero essere collegati dunque non solo dal punto di vista archeologico ma anche astronomico. A ciò si aggiunge la presenza, tra San Cipirello e Camporeale, di un secondo megalite forato, chiamato Cozzo Perciata (che significa roccia bucata) ma anche U Campanaru ra Pirciata, che si trova a circa otto chilometri di distanza da “U Campanaru”; Pizzo Pietralunga viene così a trovarsi interposta tra i due megaliti, che sono entrambi visibili dal pinnacolo: le tre strutture si trovano sulla medesima linea retta.

Questo secondo monolito forato si presenta sfortunatamente frantumato: non è quindi più visibile il foro centrale, essendone crollata la metà. Ma lo Scuderi con il suo team di studio ha recuperato delle vecchie immagini aeree che erano state scattate dopo il sisma del 1968 che colpì la zona del Belice (confinante con la Valle dello Jato) e, in una di esse, è stato individuato il megalite Cozzo Perciata nella sua interezza. Ciò significa che fino ad allora era integro e che solo in seguito (pare a causa di un fulmine) sia stato spezzato. Un vero peccato!

 

                             

                     Fig. 11: Cozzo Perciata in una immagine d’epoca, quand’era ancora integro

 

Interessante che i locali appellino Cozzo Perciata “a petra unni nasci u soli” (“la pietra dove nasce il sole”) perché qualche contadino ricorda ancora che quando il sole nasceva dentro quella roccia era tempo di mietere il grano: è una buona ragione per pensare che l’orientamento del foro di quel megalite fosse al solstizio estivo (tradizionalmente connesso con il raccolto). Per fortuna è stato possibile dare corpo a questa ipotesi poiché in situ rimane metà del megalite ed è stato così possibile misurare la direzione del foro. E’ emerso che essa punta alla cima del Pizzo Pietralunga con un azimut di 60.6° e un’altezza sopra il piano orizzontale di 1, 7°.

Naturalmente gli studi sono in pieno sviluppo, e riguardano anche la presenza di quattro curiosi fori  alla base SE di Pizzo Pietralunga, che delimitano una sorta di rettangolo. Indivudati da A.Scuderi, i fori hanno dimensioni di 30 x 30 cm e una profondità di circa 20 cm; essi sono esattamente esposti all'alba del Solstizio d'invero ed è solo in quel giorno che vengono illuminati senza lasciare ombra al loro interno. Il Prof Polcaro sostiene che essi furono chiaramente realizzati da mano umana come “alloggiamenti” sostenenti un pannello (costituito da materiale deperibile, completamente scomparso) che fungeva da gnomone per determinare il giorno esatto del solstizio.

 

  • Mediatori tra Terra e Cielo

Abbiamo dunque due “pietre forate”, orientate su due diversi e fondamentali momenti dell’anno: il Solstizio invernale (“U Campanaro”) e il Solstizio estivo (“Cozzo Perciata”).

Da quanto esposto finora, il megalite “U Campanaro” segnava anche in epoca preistorica l’inizio dell’allungamento del periodo di luce, poiché pur tenendo conto del fenomeno della precessione, vi è uno “scarto” di 2° rispetto alle misurazioni attuali. quindi irrisorio negli ultimi 5.000 anni.
 

Che significato aveva tutto ciò per  la cultura indigena? Sole, Luna, Stelle hanno sempre rappresentato il modello celeste di ordine, armonia, equilibrio che si doveva rispecchiare in terra. Il moto apparente del Sole era garanzia del ritmico scorrere del tempo, della ciclicità degli eventi (il ripetersi del giorno e della notte, delle stagioni, degli anni, cioè di un “calendario”) sui quali armonizzare le attività umane. Non è da escludere, a mio avviso, che ulteriori studi possano individuare una correlazione anche con alcune stelle che erano prese a riferimento da una antica civiltà contadina stanziata in loco.

Il Solstizio invernale scandiva l’inizio di una nuova stagione connessa con la semina e il megalite diventava così uno strumento “magico” in grado di indicare esattamente il fenomeno solare da cui dipendevano basilari operazioni agricole legate alla sopravvivenza. Il sole era equiparato ad una divinità, il fecondatore della Madre Terra, la Grande Dea. Il megalite di pietra diventava mediatore tra Terra e Cielo,  il punto sacro e immobile intorno al quale ruotavano tutte le occupazioni della comunità.  Una comunità che, operando in conformità con i moti celesti, si sentiva tangibilmente parte di un Tutto.Va tenuto conto, infatti, che le attività terrene dei popoli dell’antichità erano sempre connesse o interconnesse con il piano celestiale/divino.

Forse non a caso l’area dell’Arcivocalotto è stata scelta come necropoli. La Soprintendenza individua l’uso del Campanaru come tomba tardo-romana, nelle cui vicinanze si trovavano altre sepolture intagliate della stessa epoca (poi franate, vedi nota 3). A mio avviso ciò non è da escludere e l’ipotesi andrebbe adeguatamente inquadrata e integrata con le scoperte archeoastronomiche degli ultimi due anni. Però l’utilizzo funerario di epoca tardo-romana potrebbe essere stato dettato proprio dalla presenza (già in situ probabilmente da secoli) della pietra bucata, la quale doveva essere già contornata di una valenza magico-sacrale e già era nota per l’allineamento astronomico che possedeva (anche in relazione con Pizzo Pietralunga e Cozzo Perciata). Del resto le prove archeologiche attestano un continuativo insediamento sull’Arcivocalotto dalla preistoria al XIII secolo.

Agricoltura e culto funerario trovano una coincidenza nell’ottica simbolica. Il seme piantato nella terra è paragonabile al rituale della inumazione dei defunti che vengono affidati ad essa, confidando nella rinascita. Seme ed essere umano condividono dunque lo stesso destino: maturano nell’invisibile, nascono, si sviluppano, invecchiano e vanno incontro a deiscenza, tornando entrambi alla terra che li ha generati. Il momento del Solstizio invernale era promessa di vita: quella che prodigiosamente sarebbe scaturita dal seme deposto nel campo che, pur sembrando inerte, sotto terra viveva. Allo stesso modo il culto dei morti si basava sulla credenza che una parte invisibile dell’uomo (spirito) continuasse a vivere in un piano o dimensione ultraterrena.

Allegoricamente, nel sito sacro del Campanaru si potevano anche rappresentare delle morti iniziatiche, che culminavano con il risveglio simbolico del soggetto in coincidenza con l’alba del Solstizio invernale (sono ipotesi perché sappiamo davvero pochissimo sulle credenze e sui culti delle civiltà rurali).

Trovandosi dinnanzi al megalite una cosa è certa e ho potuto sperimentarla: non si può restare indifferenti e l’Anima sembra volersi coniugare con l’infinito. Perché lassù, dal Campanaru, ogni cosa sembra avere un’anima eterna (a cominciare da esso stesso): la bellezza del paesaggio, i colori, il volo degli uccelli, le montagne, i fiumi, le vallate con le cascine che paiono minuscole, i piccoli laghetti azzurri, il passaggio delle nuvole, i fiori di campo, e poi Pizzo Pietralunga, inconfondibile, quasi materna, che sembra scambiare con i due opposti megaliti segnali d’intesa muti e millenari.

Suggestioni, impressioni, emozioni: non c’è unità di misura per questo sentire interiore, bisogna provarlo.

Se tutto sembra avere un’anima eterna, perché non estenderla all’uomo? Questo potrebbero aver pensato coloro che scelsero questo luogo come dimora ultraterrena.

Personalmente ritengo possibile che nel lettuccio concavo del Campanaru si svolgesse la parte più importante di una cerimonia legata al mondo agreste, al sole e alla rinascita.  Il monolite si presenta tra l’altro, a livello propriamente visivo, come una “porta” aperta su due mondi (11): forse temuta, forse oltrepassabile soltanto da alcune personalità ritenute degne, forse considerata abitabile solo dagli spiriti. Oppure usata come tomba, sepoltura temporanea, dove la salma veniva “caricata” di energia indispensabile al viaggio nell’oltretomba (tramite formule magiche, ad esempio) per poi essere definitivamente inumata. Non lo sappiamo, ma dobbiamo cercare di pensare non con la mente di moderni ricercatori bensì con quella di popolazioni lontane da noi secoli o millenni, che avevano una mentalità ben diversa.

E’ dal lettuccio, tra l’altro, che è ben visibile il tramonto del Sole al Solstizio estivo, dietro il Monte della Fiera.

 

                                 

Fig. 12: In primo piano, il lettuccio concavo. Dall’apertura si ha una splendida visuale sulla Valle dello Jato e dei rilievi fronteggianti a settentrione il megalite “U Campanaru”: ben nitido è il Monte della Fiera

 

Il concetto di insuperabilità di certi limiti è ancora oggi in uso presso alcune popolazioni indigene. E’ il caso dello strabiliante e celeberrimo Rainbow Bridge (Ponte Arcobaleno), sul lago Powell, nella Riserva Indiana Navajo nello stato americano dello Utah. E’ il più grande ponte naturale del mondo, decretato Monumento Nazionale dal 1910; è costituito da un arco di roccia arenaria alto più di 80 metri, che delimita una gigantesca apertura. Viene appellato "Nonnoshoshi" dal popolo Navajo, cioè  "arcobaleno trasformato in pietra”. Riveste un profondo significato spirituale per i nativi ed è molto rispettato al punto che loro vietano di camminare oltre l’area di visualizzazione. Essendo divenuto nel tempo una grande attrazione turistica, i Navajo temono che la sacralità del luogo venga compromessa dal continuo passaggio dei visitatori (il gigante forato appartiene alla loro cosmogonia, ai loro culti ancestrali ed è considerato altamente sacro, v. qui per approfondimenti).

 

                         

                                 Fig. 13: Il Rainbow Bridge dei Navajo (foto da web)

 

A Sochi, in Russia (Regione di Krasnodar), è documentato invece un tipo di sepoltura preistorica a dolmen, scolpita in un unico pezzo di arenaria, della quale si sa poco ma si tratterebbe dell’ultimo sopravvissuto dolmen-monolito del Caucaso Si chiama "Volkonskii dolmen" in onore della duchessa Volkonskaja, che pare trascorresse molto del proprio tempo a comunicare… spiritualmente con esso. La cosa interessante è che presenta un foro nella sua parte anteriore, dietro il quale si trova la camera interna (forse funeraria). il monolito è stato lavorato in modo tale che la sua parete anteriore affronti il solstizio d'estate ed è probabile che dal foro entrasse un raggio di sole destinato ad un punto ben preciso dell’interno (dove c’era la salma?). Nonostante le dimensioni megalitiche del reperto, la camera ha dimensioni esigue (1, 5 m x 1 m). A circa 4 metri da terra è stata modellata una sorta di pedana, o “gradino-aggetto” nella roccia, forse per scopi deposizionali. Il monolito, che secondo gli studiosi può essere stato trasformato in un santuario per meditazioni ascetiche, risalirebbe all’Età del Bronzo. Anch’esso è contornato da leggende e dalla credenza popolare che emani particolari “energie”, che si acuirebbero soprattutto guardando attraverso il foro, dal quale è possibile sbirciare nella camera interna ma non si può entrare in essa (sebbene vi siano una porta e dei gradini scavati nella pietra). Questo reperto unico corre dei pericoli perché è già stato oggetto di atti vandalici (v qui per approfondimenti).

 

                            

                                               Fig. 14: il Volkonskii dolmen

 

Tornando al Monte Arcivocalotto, auspichiamo che vengano eseguiti mirati scavi archeologici intorno al perimetro sud del megalite “U Campanaru” e nell’area interessata dalla presenza dei piccoli menhirs: potrebbero fornire degli importanti tasselli ai fini della comprensione del significato simbolico di questo manufatto.

Cozzo Perciata è invece, come stabilito dal prof. Polcaro, allineata con l'alba del Solstizio estivo e dunque all’operazione del raccolto. Le informazioni disponibili su questo monumento sono ancora poche per potersi sbilanciare in ipotesi interpretative. La notizia certa è che il prossimo 22 giugno 2013 Alberto Scuderi e altri interessati allo studio si recheranno in loco per effettuare i rilevamenti indispensabili al miglioramento delle conoscenze attuali. Ciò che già è noto è che anche intorno a quell’area –come a Pietralunga – si trovasse un insediamento preistorico, che non venne mantenuto nelle epoche successive (come invece avvenne per il Monte Arcivocalotto, che venne abbandonato solo nel medioevo).

Pizzo Pietralunga, “U Campanaru” e Cozzo Perciata sarebbero pertanto siti collegati dal punto di vista insediamentale e archeoastronomico. Il prof. Polcaro, in base agli standard archeoastronomici, ritiene ragionevole l’ipotesi che i due megaliti siano stati appositamente lavorati dall’uomo preistorico per impiegarli come calendari solari connessi con il ciclo delle stagioni, poiché le probabilità che essi siano “casualmente” allineati con i solstizi, di cui abbiamo appena detto, è decisamente remota.

 

  •  Petroglifi in cerca di decifrazione 

 

Nella primavera del 2012 Alberto Scuderi ha individuato, nei pressi del Campanaru, un masso grossolanamente trapezoidale (fig.15), oggi conservato al Museo Civico di San Cipirello, un interessante Antiquarium che fa parte del percorso di visita al Parco Archeologico Valle dello Jato. Sul masso sono presenti delle profonde incisioni su una delle facce maggiori, che destano una certa perplessità perché non consentono, a mio avviso, una adeguata lettura, di conseguenza appare al momento difficile spingersi in una loro decifrazione e, pubblicando l’immagine (fig. 15), spero che qualcuno possa valutare il reperto e fornire un’ipotesi. Al momento è disponibile l’interpretazione che ne ha dato l’egittologo Gunther Holbl (Università di Vienna e curatore della collezione Egitto e Vicino Oriente del Kunsthistorisches Museum), il quale vi ha scorto una possibile scena di osservazione astronomica [12], di primo acchito e sostenendo la necessità di un un esame adeguato del reperto. In questa interpretazione ciò che mi sembra di poter condividere è la presenza, all’estrema sinistra, di una forma fallica che potrebbe riferirsi a Pizzo Pietralunga.. Sul resto, secondo chi scrive, le ipotesi sono aperte.

                  

                                                         Fig. 15

 

In loco, invece, cioè nel sito di “U Camapanaru”, sulla superficie di uno sperone roccioso emergente sul lato nord, è visibile l’incisione mostrata in fig. 16 (è meglio vederla che descriverla a parole) Chiaramente suscita le classiche domande a cui per ora non c’è risposta: di cosa si tratta? Quando è stata eseguita, da chi e perché?

 

             

                                                         Fig. 16

 

  • Non resta che seguire ulteriori sviluppi di questa affascinante ricerca, che getta nuova luce sul fenomeno del megalitismo in una regione, la Sicilia, dove la letteratura ne ha sempre trascurato, se non negato, l’esistenza. Usando la cautela che sempre si impone in chi esegue ricerca con onestà di intenti,  sento di dover appoggiare il pensiero espresso dal prof. Ferdinando Maurici (13) il quale, riferendosi a “U Campanaru” e a Cozzo Perciata ha  espresso l’auspicio che questi due monumenti possano figurare presto nei libri di preistoria e storia dell’arte. Nonché- aggiungo io – di archeoastronomia.

           

            Note:

 

1)      Scuderi, A., Tusa, S., Vintaloro, A. “La preistoria e la protostoria nel Corleonese e nello Jato”, Archeoclub di Corleone, 1997

2)      Sono state rinvenute ceramiche delle facies di San Cono-Piano Notaro, dello stile di Petralla/Serraferlicchio, di Malpasso, di Sant’Ippolito, del Bicchiere Campaniforme di tipo acromo settentrionale e dell’antica Età del Bronzo. E’ presente anche ossidiana perlitica lipariota (Scuderi, Tusa, Vintaloro, op. cit. in nota 1, p. 19)

3)      Secondo gli archeologi Sebastiano Tusa e Stefano Vassallo non si tratterebbe di un megalite ma di una tomba ad arcosolio facente parte di una necropoli tardo-romana (vedasi “Archeologia Viva”, n. 156, Nov.-Dic. 2012, pp.54-55). Il foro attuale sarebbe stato generato dal crollo della parete di fondo del cubicolo, a causa di fenomeni di frana. Secondo questi studiosi, alla base del Campanaru si trovano delle cavità intagliate dal contorno rettangolare arrotondato agli angoli, che dovevano alloggiare sepolture di infanti; altre verosimili tombe intagliate nella roccia si trovano più a nord, sul ciglio del dirupo, ed è probabile che altre sepolture si trovassero limitrofe, distrutte dalle frane. La formazione del foro sarebbe dunque successiva al momento di utilizzazione delle tombe e, secondo i due studiosi, non ascrivibile ad epoca preistorica.

4)      Polcaro, V. F., Scuderi, A., Maurici, F. “The astronomically oriented megalith of the Monte Jato area (Sicily): the “Campanaru”, the “Perciata” and the Eneolithic/Early Bronze Age cultic site of Pizzo Pietralunga”, Atti della relazione presentata al Simposio “Ancient Cosmologies  and modern prophets”- International Conference of the European Society for Astronomy in Culture-SEAC (Lubiana, Slovenia, 24-29 settembre 2012), nota 2. Questo studio, nel marzo 2013, è stato accettato per la pubblicazione sul prestigioso International Journal MAA (Mediterran Archaeology & Archaeometry)

5)      Uberti, Marisa “Ludica, Sacra, Magica. Il censimento mondiale della Triplice Cinta” (ilmiolibro.it, 2012). Ho dedicato un "box" alla quadruplice cinta del megalite nel capitolo 1, paragrafo 3.

6)      Ad una quindicina di metri dal megalite è stato rinvenuto da Alberto Scuderi, in tempi recenti, un frammento litico che reca graffita, con tratto sottile, un’altra quadruplice cinta

7)      Dalla Relazione presentata a Bologna al Congresso della Società Italiana di Archeoastronomia nell’ottobre 2011

8)      Con certezza si conoscono triplici cinte a partire dall’età romana, dove sono attestate come “tabulae lusoriae”; l’uso dello schema, che non conosce soluzione di continuità, ebbe una riesplosione in epoca medievale, dove lo troviamo anche impiegato come supporto simbolico/metafisico. Morfologicamente però, la struttura a quadrati o rombi concentrici (senza segmenti perpendicolari) si data ad epoche arcaiche e probabilmente con significato simbolico (vedasi, ad esempio, il corredo scoperto nel tumulo di Bush Barrow, nella contea del Wiltshire in Inghilterra, risalente al Bronzo Antico)

9)      “Case Studies of Three of the Most Famous Claimed Archaeoastronomical Alignments in North America: Keynote Address", B. E. Schaefer, in Viewing the Sky Through Past and Present Cultures; Selected Papers from the Oxford VII International Conference on Archaeoastronomy, eds T. W. Bostwick and B. Bates (Pheonix, Pueblo Grande Museum), pp. 27-56 (2006)

10)  Dove σ rappresenta la “deviazione standard”

11)  Quello dei vivi e quello dei morti. Anche se è stata trovata una tomba ai margini del pendio meridionale del Monte, la necropoli è situata dalla parte opposta

12)  Per maggiori approfondimenti vedasi l’articolo “Nuova scoperta sul Monte Arcivocalotto: incisioni rupestri su un grosso masso”, Giornale di Sicilia del 12/9/2012

13)  Direttore del Parco Archeologico Valle dello Jato, medievalista e docente universitario 

  • Ringrazio il dr. Alberto Scuderi per la disponibilità dimostrata; si segnala il sito del Gruppo Archeologico Valle dello Jato, di cui egli è presidente e che potrà fornire le informazioni necessarie per eventuali visite in loco (cell. 349 1154753).

 

     Sotto, è disponibile il video girato durante la mia visita al "Campanaru" il 13 maggio 2013:

 

 

 

 

 

 

Argomento: U Campanaru

megaliths Rock-cut sanctuaries

Anton Genov | 11.07.2014

It is great!
You can see also this
http://en.wikipedia.org/wiki/M%C3%AAn-an-Tol

info

acid | 31.05.2014

dove si trova pi+ precisamente?

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