La Cattedrale di Monreale

                                               (Testo e fto Marisa Uberti)

Nel maggio 2013 abbiamo approfittato di un viaggio nella Sicilia insolita della Valle dello Iato per visitare il massimo esempio dell’arte architettonica normanna dell’isola: la cattedrale di Monreale, che vanta il più vasto ciclo musivo d’Italia (6.3040 mq), in cui sono rappresentati  temi biblici (è uno strumento dottrinale d’oro zecchino), che sottendono ad elevati messaggi non solo religiosi ma filosofico- ermetici.

 

  • Ubicazione e situazione politica prima della sua fondazione

 

Ci troviamo in una zona collinare a sud-ovest di Palermo e a pochi chilometri di distanza dalla Valle dello Jato; l’altura alle spalle dell’attuale cattedrale è il Monte Caputo (766 m di altitudine), che sovrasta la fertile Conca d’Oro e la vallata del fiume Oreto.  Agli inizi del XII secolo, quando ancora il duomo non esisteva, la zona era popolata soprattutto dagli Arabi, che lo avevano occupato erigendovi un casale chiamato Bulchar, dove risiedevano contadini musulmani. I re Normanni  avevano scelto l’areale come luogo di caccia e vi avevano eretto ricche dimore e torri difensive; i sovrani vi avevano costruito anche un palazzo reale, da cui deriverebbe il  toponimo Mons Regalis (Monte Regale=Monreale). A quel tempo la presenza araba doveva rappresentare una spina nel fianco sia per la Chiesa che per i governanti normanni (fedeli alla dottrina cristiana); i saraceni convivevano con la gente del posto in maniera pressoché tranquilla. Quando avevano conquistato l’isola nel IX secolo, lasciando libertà di culto, avevano importato tecnologie e innovazioni culturali in un territorio che, prima del loro arrivo, era piuttosto arretrato. I Normanni conquistarono la Sicilia nell’ XI secolo iniziando da Messina, per opera di due fratelli della famiglia Altavilla: Roberto il Guiscardo e Ruggero. Nonostante i Normanni avessero fama di essere guerrieri rudi, politicamente abili, di tradizione e cultura cristiana, amarono circondarsi dei dotti funzionari musulmani a sostegno della monarchia, e per la decorazione degli edifici  furono influenzati dalle tecniche islamiche, unite all’abilità dei bizantini. Ritroviamo infatti i tre stili (normanno, bizantino ed arabo) nel duomo di Monreale.

Si hanno notizie di una chiesa bizantina dedicata a Santa Ciriaca nelle immediate vicinanze del Casale musulmano Bulchar ed è proprio a S. Ciriaca che il papa Alessandro III si riferisce nella bolla emanata il 30 dicembre 1174, che ratifica la costruzione della nuova cattedrale, indicandone l’ubicazione con le parole super sanctam Kjriacam.

Dal 1090 era Palermo ad avere l’unico Arcivescovado sull’isola, ma la città –nel 1174 – risultava ancora priva di una sede religiosa che lo rappresentasse degnamente.  L’erezione di una ecclesia munita a Monreale faceva tremare l’arcidiocesi palermitana perché, pur non avendo un urbano alle spalle, il progetto della nuova cattedrale monrealese voluta dal re normanno Guglielmo II d’Altavilla era grandioso ed aveva tutta l’aria di voler far  assumere alla città un ruolo predominante. La vicinanza a Palermo, l’avere entrambe in comune il prolungamento entro le mura del medesimo asse extra-urbano e il possedere ciascuna la propria cattedrale e il proprio Arcivescovado lascia intuire una complessa vicenda alle loro spalle. Sicuramente l’ascesa di Monreale fu favorita da ingenti somme di denaro che il re Guglielmo II (poi detto il Buono) elargì per la favolosa realizzazione del duomo, nato  come abbazia di Santa Maria la Nuova. Ma da dove trasse il denaro necessario?

 

  • Il sogno,  il tesoro, i lavori lampo

 

Tutto sarebbe cominciato in una notte del 1171, quando la Madonna apparve  in sogno al sovrano e gli indicò il posto dove avrebbe trovato un tesoro nascosto: il bottino di guerra di suo padre. Proprio in quello stesso punto, Guglielmo avrebbe dovuto erigere un tempio a lei dedicato. Leggenda vuole che il re scavasse e trovasse davvero l’ingente tesoro, dando così inizio alla costruzione del duomo, del Palazzo Arcivescovile e del chiostro, opere incredibilmente complete già solo dieci anni dopo.  Le Maestranze provenivano da Cava dè Tirreni; infatti in quella cittadina esisteva già un cenobio benedettino di grande splendore. Il papa intendeva fare di Monreale un centro religioso sullo stesso livello (come Montecassino nel Lazio), soggetto alla diretta autorità pontificia in unicum con quella del re e dei suoi eredi.  Da Cava arrivarono cento monaci benedettini con a capo l'abate Teobaldo, cui venne affidata l’abbazia e la chiesa annessa. Essi giunsero a Monreale il 20 marzo 1176 e l'abate Teobaldo venne insignito del titolo di "Signore della Città". In parallelo vi fu la concessione di enormi privilegi e la concessione di un territorio vastissimo. Immaginiamo quindi quale potere stesse per assumere questo polo religioso.

 

  • Il “Rollo” di Guglielmo II e il potere di Monreale

 

Nel maggio 1182 il re redasse una Donazione nota come “Rollo”, che forse fu una storpiatura di Ruolo. Il documento riveste un’eccezionale importanza anche perché è rimasto in uso per secoli (fino al 1846): si trattava di un atto solenne redatto in greco, arabo e latino (le tre lingue ufficiali dell’epoca) in cui venivano precisati i confini dell’area concessa. Del documento sono conservate a Palermo (Biblioteca Regionale) le versioni latina ed araba, mentre quella latina è stata contaminata, oltre che da costrutti tipici del dialetto siciliano, anche dal francese antico. La Donazione di Guglielmo è l’equivalente attuale del catasto del territorio redatto in forma descrittiva e costituisce una miniera di informazioni di carattere topografico, agricolo, sociale, ecc. Tramite esso si vengono a conoscere alcuni tipi di coltivazione non riscontrabili altrove; si possono conoscere i paesi di provenienza delle persone che abitavano nel territorio (ad esempio vi erano marocchini, magrebini, andalusi, tunisini, del basso Indo, del Nord Africa, persiani), ma anche  ebrei, sudanesi, latini o bizantini, genovesi, magiari.

          

                         Parte iniziale della Donazione di Guglielmo II (o "Rollo")

 

Il territorio venne suddiviso in quattro grandi divisioni (magnae divisae): Jato, Corleone (magna divisa Corilionis), Calatrasi (divise Kalatatrasi) e Batallaro (divise Battallarii); le ultime due vengono definite divise e non divisa e farebbero pensare ad un accorpamento di divise.

Dato che il nostro viaggio si è concentrato nella Valle dello Jato, vediamo qual’era la sua suddivisione: la maggioranza dei possedimenti era costituita dai territori di Jato (magna divisa jati) che –utilizzando i toponimi attuali – partivano da Sagana e continuando in senso orario attraversavano Pioppo, Giacalone, Piana degli Albanesi, Santa Cristina, Corleone,  Roccamena, Camporeale,  Calatafimi, Alcamo, Partinico e Borgetto, per una estensione di 1.000 Kmq!  Nel Rollo erano poi tracciati i confini delle singole divise all’interno della magna divisa (in questo caso, dipendenti da Jato, che era magna divisa).

 

 

Il 5 febbraio 1182 il duomo venne elevato al rango di “cattedrale metropolitana”  su richiesta del sovrano, ma già il papa Alessandro III nel 1174 esternò la propria soddisfazione per la solennità del monumento, che tutto il mondo allora conosciuto iniziava a conoscere e ad ammirare.

Per diversi secoli l’intero areale fu caratterizzato da una propria identità politica, culturale ed economica, facente capo al potente Arcivescovado di Monreale che diventò il principale polo di riferimento e di aggregazione. Nessuna attività economica sfuggiva al suo controllo e alle direttive del vescovo e signore temporale di Monreale: agricoltura, attività estrattive, boschive, allevamento, produzione del ghiaccio (neviere), la caccia, i mulini, le cartiere costituirono una fonte di introiti immensa, unitamente alla riscossione di pedaggi, alla produzione nei trappeti, alle attività dei fondachi,  delle taverne. Tutti questi soldi contribuivano sia all’esercizio religioso e al mantenimento di un grosso apparato burocratico-amministrativo, ma anche alla manutenzione e salvaguardia del maestoso duomo monrealese.

 

Parte finale del Rollo (versione araba) con le firme di re Guglielmo II, il vescovo di Palermo Gualtiero Offamiglio, del vice-cancelliere Matteo d’Aiello, e dell’eletto di Siracusa Riccardo Palmer

 

Alla fine del XVII secolo l'Arcivescovo di Monreale possedeva 72 feudi. Dalla elevazione a Cattedrale Metropolitana ad oggi, la sede di Monreale ha avuto 54 arcivescovi e, tra questi, 14 cardinali della Chiesa.

 

  • Una fusione di stili: gli esterni

 

Arrivando nella bellissima piazza Guglielmo II, stagliata nel cielo blu cobalto vediamo l’imponente cattedrale com’è oggi, e restiamo in contemplazione. Qualcuno ha affermato che la facciata di un edificio è come il volto di una persona, il manifestarsi del suo mistero interiore. Questo edificio è poco differente dalle sue forme primitive, tuttavia un tempo lo spazio antistante al duomo era circondato da un porticato più ampio che riparava dagli agenti atmosferici (sole cocente o pioggia).  Il duomo era circondato da un grande recinto rettangolare con giardino e pozzo centrale ad uso dei pellegrini, chiamato Paradiso, chiuso da portici laterali conclusi dal nartece. Vi si accedeva da una porta d’ingresso praticata nel perimetro occidentale difeso da muri e torri (1). Il prospetto turrito principale, anche se dilatato nella larghezza del portico d’ingresso, ricorda la grande porta della cinta islamica di Cordova in Spagna. Le torri sono una caratteristica dell’arte normanna e infatti gustiamo immediatamente la fusione di questi due stili architettonici.

 

          

                                              Facciata principale, ovest, della Cattedrale

 

Le maestranze locali che hanno atteso alla realizzazione dell’edificio furono certamente fortemente influenzate dall’architettura islamica, come abbiamo già accennato poco sopra. I camminamenti alle quote alte sono di matrice araba e il collegamento tra chiesa e palazzo ripropone quello di Cordova tra la moschea e la residenza dell’emiro. La colonna angolare inserita nello spigolo del muro e ancor più quelle poste ai lati delle absidi riportano alla nicchia della preghiera in direzione della Mecca. Senza dimenticare l’intero apparato musivo dell’interno, eccezionale esemplificazione di una cultura prettamente orientale (2).

 

        

Facciata principale, timpano: le arcate intrecciate di calcare e lava sono una decorazione tipicamente araba

 

Il portale centrale è preceduto da un protiro del XVIII secolo, che ha tre arcate e che ha sostituito un precedente esonartece che era decorato da mosaici non più esistenti oggi, ma che avevano il compito di anticipare le tematiche messianiche che pellegrini e fedeli avrebbero trovato all’interno. Attualmente una cancellata recinge il portico.

 

            

          Il portale bronzeo principale (XII sec.), incorniciato da una strombatura con elementi simbolici

 

Bonannus Pisanus (Bonanno Pisano) firmò la sua bella opera bronzea nel 1186,  cioè il portale di 7,80 m x 3,90 m costituito da 46 formelle che narrano episodi biblici, esplicitati da alcune epigrafi abbreviate, che hanno il compito di indicare la traccia su cui camminare una volta entrati, culminando con l’incontro del maestoso Cristo Pantocratore effigiato nell’abside centrale. Ma  l’ingresso non avviene più da questa porta (se non in occasioni particolari), bensì dal portale laterale (su piazza Vittorio Emanuele II), che è preceduto da una cancellata in ferro che chiude un portico realizzato tra il 1546-1569 da due maestri Comacini della famiglia Gagini (o Gaggini), trapiantata in Sicilia, i loro nomi sono Giandomenico e Fazio. Il portale è invece una delle opere più antiche del duomo: risale al 1179 ed è opera di Barisano da Trani, che eseguì 28  mirabili formelle bronzee con figure di santi ed evangelisti, ma anche elementi profani e mitologici.

             

                                                     Facciata settentrionale

 

E’ opportuno allontanarsi di qualche metro, verso la fontana, per poter apprezzare anche questo fianco dell’edificio, per capirne i volumi. L’alta torre-campanile dell’angolo NO presenta sull’architrave del vano d’ingresso una formella dove sono raffigurati un calice con l’ostia, attorniati da quattro teste (angeliche), due per parte.

 

      

                                               Particolare della formella

 

Lo spettacolare scorcio che ci si presenta appena girato l’angolo nord-orientale è indescrivibile: la stretta viuzza nasconde i gioielli delle tre absidi della cattedrale, che hanno un richiamo irresistibile! Basta avvicinarsi per piombare nella meraviglia, glorificando questa piccola creazione divina. Meravigliosa opera romanica di impronta arabo-normanna caratterizzata da un vivace rivestimento ad archi intrecciati e tarsie geometriche bicrome di calcare e lava, questa parte absidale presenta innumerevoli simboli che cospargono le superfici: Fiori della Vita, croci in diverse fogge, stelle, girali, nodi, dischi, elementi geometrici e floreali stilizzati che lasciano capire come sia stata lasciata libera espressione ai maestri scultori e decoratori (abbiamo trovato gli stessi motivi anche nella cattedrale di Palermo). Ciò che colpisce maggiormente è la ripetitività dei motivi che mai stanca e l’assenza di  figure antropomorfe; questo potrebbe far nuovamente pensare all’influenza artistica araba, che rappresenta soltanto figure geometriche e al massimo animali stilizzati. L’esistenza di Dio si palesa nella perfezione e nella precisione geometrica, che diventano espressioni della bellezza divina; la ripetitività decorativa indica l’unità nella molteplicità. Percepiamo che nell’arte le distanze tra religioni diverse si annullano e diventano momento di coesione, di interscambio culturale e di elevazione spirituale.

 

   

                                        Parte absidale della cattedrale: mozzafiato

 

  • L’interno: i baricentri e l’apoteosi cristica

Entriamo in silenzio, quello che predispone l’anima ad un nuovo incontro con il sacro. Normalmente preferiamo le chiese spoglie, quelle rupestri in grotta o quelle di pietra romaniche che affidano alle sole sculture il loro messaggio. Ma abbiamo visitato innumerevoli luoghi e ciascuno ha saputo comunicarci qualcosa; abbiamo saputo individuare in ciascuno di essi un messaggio simbolico fondamentale, spesso nascosto sotto pesanti rimaneggiamenti o abbellimenti. Quel messaggio  è universale, alchemico, diciamo noi.

Come entriamo, notiamo che due forme a triplice quadrato concentrico campeggiano sul pavimento: decorazioni, certo, ma dalle forme a noi care. Notiamo che ci sono due troni –uno di fronte all’altro- nel transetto e che stavano a significare l’unità monarchia-Chiesa, alle origini di questo duomo.  Il re Guglielmo II è rappresentato sopra la parete del trono regale e su quella del soglio arcivescovile: nel primo mosaico, in piedi e vestito della dalmatica, è raffigurato in atto di ricevere la corona da Cristo mentre due angeli recano lo scettro ed il globo crucifero; nel secondo egli si china ed offre il modello della chiesa alla Vergine.

 

                                                   I due troni nel transetto

 

Una straordinaria unità che si rispecchia nell’intero complesso che recupera modelli abbaziali tipici dell’Italia meridionale connettendoli alla forte presenza simbolica della residenza reale

Entrando dalla porta laterale non si ha l’impatto visivo che si avrebbe trovandosi di fronte l’immagine gigantesca del Cristo pantocratore che si fruisce entrando dal portone centrale. Ma forse è meglio così, altrimenti troppa bellezza accecherebbe i sensi! Infatti le pareti della cattedrale di Monreale sono interamente rivestite da abbaglianti mosaici d’oro zecchino, quasi integralmente originari del XII secolo, che la fanno appellare una cattedrale di luce più che di pietra… E’ un’opera che va sentita perché in qualcuno lo sfarzo potrebbe suscitare sentimenti di ripudio, ma bisogna considerare quanto abbiamo detto fino ad ora: le circostanze politico-sociali  in cui nacque il progetto, il patrocinio e il finanziamento regale, l’importanza come polo religioso e culturale di aggregazione nei secoli. Smantelliamo dunque l’aspetto puramente estetico-decorativo e addentriamoci nel livello più profondo, più intimo: quello simbolico. Cosa vuole trasmetterci, questo tempio? Lo scopriamo se rispettiamo il senso adeguato di lettura del ciclo iconografico, che va dalla Creazione all'attesa del ritorno di Cristo.

          Navata centrale: scene della Genesi (registro superiore) e costruzione dell'Arca di Noè

 

Recenti studi compiuti dall'arch. Vincenzo Noto (autore del libro "Architetture medievali Normanne e siculo-normanne") e pubblicati nel sito ufficiale del duomo di Monreale, hanno evidenziato la presenza di tre baricentri architettonici e cinque artistici, vera “bussola” che orienta e semplifica lo sguardo e lo spirito delle persone. Per conoscere questi baricentri in pianta e capirne il significato, si consulti la pagina dedicata del sito ufficiale della cattedrale. In estrema sintesi le posizioni dei baricentri architettonici sono le seguenti:

A) Al centro della grande  navata, alla fine del quarto intradosso delle arcate delle grandi colonne

B) Nella zona degli scalini che immettono nell'area dominata dalla Nuova Alleanza, realizzata nel Vangelo o Lieto annunzio

C) Il terzo baricentro è collocato nei pressi dei due troni, cui si è fatto cenno e si affaccia sull'area più sacra della Cattedrale, quella presbiteriale (Sancta Santorum). 

I cinque baricentri artistici si possono individuare nelle seguenti raffigurazioni:

a)  nei catini absidali delle absidi minori (o laterali), dove troviamo le colonne della Chiesa: Pietro (a destra) e Paolo (a sinistra)
b) nel primo registro nell'Area absidale centrale, ove troviamo la serie di Apostoli ed evangelisti a figura  intera
c) nel primo Arco trionfale, dove termina la lunga sequela di santi e sante, a figura intera che abbracciano idealmente il cuore operativo della Cittadella regale, ossia la corte del Re e la comunità del monaci.  Tra i santi figura anche Tommaso Becket (martirizzato nel 1172) e questo è singolare, poichè per il tempo in cui fu realizzata l'opera era un inserimento molto precoce (ma di significativa importanza)
 d) nei numerosi 'tondi' di angeli e di santi che occhieggiano nella navata centrale, che sembrano abbracciare e far da corona "al Popolo di Dio che vive e soffre nella storia, vivendo la sua missione di carità nella giustizia"
 e) nell' asse centrale verticale che attraversa l'intera Cattedrale, alle sommità di alcuni elementi architettonici quali: -gli archi trionfali, inaugurati con il tondo della Sapienza di JHVH (nel timpano del primo arco trionfale); - gli intradossi del primo e secondo arco trionfale, con i tondi del re Obed e del re-sacerdote Melchisedek; il quarto arco trionfale, recante il tondo dell'Emmanuel, oggetto finale della Parola e dell'azione salvifica della citata Sapienza eterna.


La pianta basilicale dell’interno è divisa in tre navate sorrette da 18 colonne in granito orientale con basi di diversa grandezza e materiale diverso. “La prospettiva, disegnata dalla doppia teoria delle colonne della navata centrale, si prolunga con le strutture che attraversano il presbiterio, ordinando otticamente ogni elemento musivo od architettonico, in un’unica convergenza verso il Cristo Pantocratore, genialmente ed armoniosamente proporzionato nella superficie ricurva del catino absidale in un effetto stereoscopico” (Gulizia, nota 1).

Ricchissime cappelle, sarcofagi cinquecenteschi, dipinti, sculture settecentesche: non manca nulla in questa cattedrale, è un museo in sé stessa. Da visitare la tomba del re Guglielmo II e della moglie, sepolti in colossali sarcofagi nella cappella a destra dell’altare, dalla quale poi si accede al Museo d’arte sacra.

                         

               Il sarcofago del re Guglielmo II d'Altavilla, il grande benefattore e fondatore del tempio

 

Filtrano i raggi solari dalla finestra occidentale e sembrano bagnare di luce le pareti e i pavimenti, che attirano la nostra attenzione. Sembrano cosmateschi: marmi rossi di Taormina e bianchi e neri di Genova formano l’attuale pavimentazione (1569); si ha quasi timore di calpestarla. Sopra i grandi archi acuti si aprono finestre con piatte grate seicentesche; in origine queste finestre erano costituite da lamine di piombo traforato, dovevano conferire ancora più magia. 

                                                  

           

             Splendida visuale della navata centrale, vista dalla zona dell'altare guardando verso ovest

 

             

                     Splendida pavimentazione cosmatesca nell'area presbiteriale

 

Lo sguardo si sposta al soffitto: è a capriate con travature scolpite, dipinto e dorato nelle navate, a stalattiti islamiche nella crociera. Nel 1811 un incendio causò la distruzione della copertura lignea, che venne rifatta dopo una trentina d’anni, armonizzandola perfettamente con i mosaici.

                  

                                                 Spettacolare la volta della crociera

 

Questi ultimi rivestono integralmente le pareti; il loro fondo d’oro è strabiliante! Un manto di 6.340 metri quadrati che narra il trionfo del Cristianesimo. Non è possibile fare, in questa sede, l’analisi delle singole scene musive: bisognerebbe avere il tempo di visionarle con attenzione.

Tuttavia, come già avemmo modo di scrivere nelle pagine dedicate alle cattedrali medievali ed al loro valore didattico (quali “Bibbie dei poveri”, libri aperti, ecc.), anche questa non si discosta e in prima lettura essa appare proprio come una gigantesca (e preziosissima) lavagna sulla quale sono raccontati gli episodi salienti dei Libri Sacri dei Cristiani: il Vecchio e il Nuovo Testamento. Con una novità ulteriore: l’attesa messianica. ” Il motivo escatologico è rappresentato dall’Emmanuele, un medaglione posto nell’estradosso del catino absidale, che raffigura Cristo nel vigore della giovinezza, nell’aspetto di giudice; e soprattutto dall’etimasia, il trono vuoto con gli strumenti della passione e con la colomba, collocato al centro dell’arco del presbiterio, simbolo della tensione della storia verso la parusia, con la guida dello Spirito Santo” (3). E’ un motivo, questo, che ci ha particolarmente colpito e che raccomandiamo di cogliere, andando in visita al duomo.

Naturalmente l’apice di tutto il ciclo narrativo è raggiunto –come in un lungo, paziente, corretto procedimento alchemico –nel catino absidale, dove l’immagine del Cristo Pantocrator ci osserva e sembra seguirci ovunque ci si sposti. E’ bellissimo. Naturalmente accanto a lui Sua Madre, la Vergine Maria cui la chiesa è dedicata.

                                   

                                        Dettaglio del colossale busto del Cristo Pantocrator nel catino absidale

E’ Lui il Cristo-Pietra, il Sole, l’Oro, la materia trasmutata e spiritualizzata, l’Uomo divinizzato e immortale.  Addosso ha una veste rossa e un manto blu: le due nature riunificate nella Verità Universale. E’ un Cristo che, con la mano sinistra, regge un libro aperto dove, in lettere greche e latine, è scritto: “Io sono la luce del mondo: chi mi segue non cammina nelle tenebre” mentre la mano destra è aperta in atto benedicente ed accanto a lui sta la scritta in greco: “Gesù Cristo, il Pantocratore” (la parola Pantocratore deriva dal greco παντοκράτωρ -τορος, comp. di παντο- «panto-» cioè "tutto" e tema di κρατέω «dominare», cioè Gesù Cristo onnipotente, Signore del mondo).

  • Le dita di Cristo

Le dita del Cristo sono da notare: il pollice tocca il mignolo e l’anulare. Questo gesto lo abbiamo trovato molte volte nelle raffigurazioni iconiche bizantine e ortodosse. Normalmente il Cristo benedicente nell’iconografia cristiana ha la mano aperta con pollice, indice e medio ritti e anulare  e medio piegati, mentre nel mondo greco-ortodosso è ritratto come a Monreale.  Il significato ufficiale è il seguente: “ La mano di Cristo mentre benedice al modo greco, cioè con pollice, anulare e mignolo stretti in gruppo di tre a ricordo di Dio Uno e Trino, un richiamo, quindi, ai misteri fondamentali della fede cristiana” (4). La Mano destra del Cristo dunque è un vero e proprio messaggio ermetico, dove l'indice rappresenta il Padre, il pollice il Figlio, il medio lo Spirito Santo, l'anulare l'umanità, il mignolo la divinità: il gesto del pollice che tocca l'anulare e il mignolo ripiegati significa che Cristo, il Figlio, è Uomo e Dio (5).

                                                           

                                                

                              Cristo Pantocratore, dettaglio delle dita benedicenti al modo greco

 

Secondo alcune teorie non ufficiali, le dita sono paragonabili ad antenne puntate verso l’Universo e sono impiegate per le mudra, cioè lo “yoga con le mani” (5). Nel caso del Cristo di Monreale (come in molti altri) il Cristo è ritratto dall’artista nella pratica delle mudra (“la salute sulla punta delle dita”). Secondo tale disciplina, ogni gestualità ha proprietà precipue e corrisponde ad uno specifico mudra. Analizzando le diverse (e spesso curiose) posizioni assunte dalle dita delle mani di personaggi come Gesù, i Santi, ecc. ritratti nell’arte sacra orientale ed occidentale, si riesce a capire quale mudra stanno applicando.

 

  • Gli allineamenti archeoastronomici: i segreti del tempio (7)

 

"La massima concentrazione di luce dentro il duomo di Monreale è il 21 dicembre quando comincia il solstizio d' inverno; la minima è il 21 giugno, avvio del solstizio d' estate. Con la festa di San Giovanni, il 24 giugno, comincia il ciclo semestre discendente del sole che riprenderà poi la fase ascendente con la Natività. Come dire che il Battista, precursore del Messia, passa la "luce" a Gesù Cristo. Ogni giorno dell'anno la proiezione dei raggi di sole sui vari elementi della cattedrale arabo normanna, costruita nel 1174, illumina i diversi simboli della liturgia cristiana. Dove la luce simboleggia la salvezza, l'ascesa dalla terra al cielo, dall'uomo a Dio. I misteri del tempio che svetta nella rocca che si staglia sulla Conca d'Oro sono stati svelati da quattro studiosi (Aurelio Antonio Belfiore, Alessandro Di Bernardo, Giuseppe Schirò, Cosimo Scordato).

A cominciare dal progetto, che è stato regolato armoniosamente sui fenomeni luminosi (alba, tramonto e mezzogiorno) delle diverse ricorrenze del calendario, dall' Annunciazione alla Natività, dal Martirio all' Assunzione in cielo. Così colonne, navate, fonte battesimale, punto di fondazione, mosaici, vengono illuminati secondo una scansione mirata sulle ricorrenze sacre. Il processo progettuale, basato sull' osservazione del moto apparente del sole durante tutto il ciclo annuale, ha assecondato le teorizzazioni dell'architetto romano Vitruvio Pollonio, vissuto nel I secolo a. C. Purtroppo le finestre schermate, poste a difesa dei mosaici della parete Nord, impediscono di apprezzare i molteplici giochi luminosi all'interno della navata, ma, per fortuna, un raggio riesce a passare dal vetro rotto della terza finestra perpetuando così in parte la magia quotidiana.

 

           Giochi di luce solare all'interno (la foto è stata scattata verso le 18.10 a metà maggio)

 

Niente è stato lasciato al caso: scelta del luogo, orientamento, disposizione della pianta, proporzione degli spazi e delle cubature, allineamenti interni ed esterni, dislocazione di finestre e colonne, rispondono a regole rigidissime, dettate dall'astronomia, dalla gnomonica, dalla geometria, dall'architettura, dall'ingegneria e dalla conoscenza impeccabile delle sacre scritture.

Gli architetti-sapienti del Medioevo, oltre alle enormi competenze tecnico-scientifiche, avevano un naturale approccio all'edificazione sacra come rivelazione solare, assecondando i dettami della teologia cristiana, secondo la quale solo il sole era capace di rivelare agli uomini il volere di Dio, codificabile, nel loro caso, attraverso numeri e geometrie intrinsechi ai fenomeni celesti. La luce comunque è solo il risultato finale di una procedura che si presenta complessa fin dalla scelta del luogo dove erigere l' edificio di culto, che non può essere lasciata al libero arbitrio dell' uomo. Secondo la ierofanìa ("rivelazione superiore"), infatti, il luogo non è mai scelto, è soltanto scoperto; lo spazio sacro si rivela da sé.

                                                      

                               Dettaglio dei mosaici della navata centrale: l'origine della Creazione             

 

Come per altre architetture medievali d'Europa, l'abbazia di Monreale è stata localizzata attraverso un procedimento di allineamento astronomico all'alba del solstizio estivo e al tramonto di quello invernale (che sono in direzione opposte sullo stesso asse) con altre due costruzioni cristiane presenti nel territorio: la cattedrale di Palermo e la chiesa di San Giovanni degli Eremiti. Quindi, non in un posto qualsiasi, ma un luogo inserito in un mosaico zonale. In altri paesi, la Francia ad esempio, lo schema territoriale, ha dato vita a gruppi di edifici collegati che hanno dato forma a diversi disegni astrali o divini: la Croce (in una di esse vi è la celebre chiesa di Reims) l'Orsa maggiore (le abbazie benedettine a Caux), e ad altre costellazioni, come la Vergine, l'Ariete. Un disegno complesso che "curvava" la spazialità geografica ai disegni della fede. «La cultura medievale - sostiene Alessandro Di Bernardo che ha approfondito le problematiche connesse alla luce e al rito di fondazione - concepiva la costruzione sacra come frutto di una determinata prassi progettuale, tutta incentrata sull'imitazione di un archetipo divino ben preciso, il Mondo Creato.

                                                                 

                                                 

                                                             Dettaglio della Creazione: gli astri

 

Soltanto ripetendo i medesimi passaggi progettuali di "Dio-Architetto" gli uomini del tempo riuscivano ad avere la certezza di costruire un tempio che fosse sacro in quanto ordinato dalle leggi universali». E il duomo diventa nel contempo casa del creatore in terra e anticamera della dimora celeste per gli uomini. Individuato il palo di fondazione, che è la riproposizione in cantiere del "centro ombelicale" attraverso cui fu creato il cosmo, si procedeva a disegnargli un cerchio intorno per localizzare lo spazio. Il raggio doveva essere proporzionale alle dimensione della terra. A Monreale è stato calcolato in 90 metri, una milionesima parte del grado meridiano locale che a Palermo è di 90 chilometri. Dal palo parte la porta del Paradiso, simboleggiata da una volta di stelle in un arco, che è collegata con la porta degli inferi, una botola sul pavimento sottostante che rappresenta gli abissi del peccato. Prima tra paradiso e inferno c'era una colonna. Ma l' ordine benedettino, che si insediò nel Duomo, metteva l'uomo in questo spazio compresso tra la salvezza e la perdizione. L'uomo entrando nel tempio mondava la sua anima.

Le composizioni iconografiche, dai celebri mosaici a tutte le altre immagini sacre, indicavano il cammino verso Dio. Le illustrazione partono, infatti, da Adamo ed Eva che si allontano da Dio e il lungo cammino dell' uomo, sulle orme del Cristo, per ritornare tra le braccia del padre. La figura maestosa e ieratica del Pantocratore è il fulcro del tempio. Il punto che calamita gli occhi di fedeli e visitatori". […] (Gulizia, v. nota 1).                                   

  • Il chiostro

Sul significato del chiostro nelle abbazie abbiamo discusso in altra sede. Non  ci resta che dedicare le ultime parole di questo articolo al magnifico esemplare monrealese. L’accesso avviene dalla piazza Guglielmo II, a destra della facciata principale del duomo. E’ a pagamento ma non è da perdere, trattandosi di un luogo che risale al XII secolo e che condensa arte romanica con motivi islamici di grande bellezza e simbolismo. E’ composto da 228 colonnine binate e policrome, con capitelli tutti diversi per ornati e figurazioni.

   

    Scorcio della galleria destra del chiostro, capolavoro dell'arte bizantino/islamico/normanna in Sicilia

 

Il XIX capitello del braccio destro raffigura  re Guglielmo II che dona il duomo alla Vergine. Nell’angolo sud-occidentale è situato lo spazio quadrato che presenta al centro una fontana, di matrice islamica. Dalla base si erge una colonna cilindrica di porfido verde tutta lavorata, che termina con tanti volti antropomorfi dalle cui bocche esce l’acqua.

      

   La colonna di foggia islamica che si erge dalla vasca lustrale come un Albero della Vita

 

Guy de Maupassant ebbe a dire, dopo aver visitato il chiostro: “[…]suggerisce alla mente una tale sensazione di grazia che si vorrebbe rimanere all’infinito”.

Provare per credere…

Nel XV secolo venne attuata la ristrutturazione di parte della copertura del chiostro, che ci è stata tramandata dal nobile pellegrino Nompar II de Caumont. Attraverso le sue descrizioni apprendiamo notizie che ci restituiscono il suo aspetto originario, non più oggettivabile ai nostri giorni. Era un vero e proprio giardino con numerose fontane; contava 63 passi di lunghezza per ciascun lato. Tre dei corridoi presentavano ognuno un grifone dal quale usciva l’acqua fresca giorno e notte, ma numerose altre fontane e sculture adornavano l’ambiente claustrale. Fu probabilmente a causa dei lavori su vasta scala ordinati dal vescovo Ventimiglia nel corso del 1400, che l’antico splendore si disperse. Nel XIX secolo i monaci dell’abbazia abbandonarono per lungo tempo il chiostro che nel 1806 venne ulteriormente danneggiato dalle truppe Napoleoniche.

In origine probabilmente il giardino fungeva da “orto dei semplici”, in cui venivano coltivate piante medicinali, come nella stragrande maggioranza delle abbazie. Delle specie coltivate, però, non resta traccia. In tempi recenti il giardino monastico è stato riallestito, piantando un albero simbolico in ciascuno dei quattro settori in cui è suddiviso: una palma da dattero (che simboleggia la giustizia), un fico (che evoca pace e prosperità), un melograno (che simboleggia la fertilità della terra), un ulivo (simbolo di pace e speranza). Nello spazio centrale è stata lasciata una Cycas revoluta in qualità della sua rarità e pregevolezza. Siepi di alloro perimetrano i quadranti (le foglie di questa pianta sono scolpite anche sui capitelli), mentre il mirto è stato impiegato per le bordure.

                              

Dettaglio della base di una colonnina del chiostro, con elementi zoomorfi tipici dell'arte romanica. Il fusto mostra la ricca decorazione musiva policroma e dorata che in origine ricopriva tutte le colonne, rendendo questo luogo un vero Paradiso terrestre che irradiava simbolicamente luce ai quattro angoli del mondo

 

Ci è stato riferito che una parte estremamente interessante si trova nel sottosuolo del duomo...Speriamo di poterlo visitare alla prossima occasione.

 

  • Per approfondimenti e tutte le informazioni di carattere pratico visitare il sito ufficiale della cattedrale di Monreale al link: www.duomomonreale.it

 

Note:

 

  1. Diego Gulizia “I mosaici del duomo di Monreale”. L'autore ha messo a disposizione uno splendido libro intitolato "Il ciclo musivo del duomo di Monreale" con innumerevoli fotografie, interamente consultabile sul web gratuitamente. Grazie e complimenti!
  2.  Monreale (Sicilia) in “Italia da scoprire. Viaggio nei centri minori” , Touring Club Italiano, 1996, p. 478
  3.  Per approfondimenti vedasi Gulizia, D. (cit. nota 1)
  4. “Si può trovare, in alcune rappresentazioni, la mano di Cristo che dispone le dita come usano i sacerdoti bizantini:la punta del pollice tocca quella dell’anulare. Talvolta le dita di Cristo schizzano il suo monogramma: il mignolo per la I, l’anulare e il pollice per la C, il medio e l’indice incrociati per la X (ICXC = Gesù Cristo). Sull’icona deve, infatti, esserci il “nome” della figura rappresentata; per Gesù Cristo si usa mettere, in alto, l’abbreviazione greca: ICXC e questo anche nelle icone fatte in Russia” (Adriano Fedeli La posizione delle mani nelle benedizioni)
  5. Lezioni di religione
  6. Le mudra, nella disciplina yoga, sono uno dei tanti rituali per mettersi in contatto con le energie sottili del cosmo; un gioco silenzioso del corpo per ricaricarsi di prana, l'energia vitale, o per scaricare flussi negativi, nocivi al corpo come alla mente.  E’ un gesto simbolico che in varie religioni viene usato per ottenere benefici sul piano fisico, energetico e/o spirituale (I Mudra. Materiali divulgativi a cura dell’ Associazione Culturale Dinamicamente
  7. Tratto da D. Gulizia, v. nota 1

Argomento: Monreale

colonna araba

salvatore consolo ( salvatoreconsolo@virgilio.it ) | 25.11.2013

Non sono un esperto ma ho trovato il tutto esaudiente al massimo. Una sola cosa vorrei specificata: la scritta da voi accennata su una colonna araba poteva essere letteralmente riportata. Ricordo infatti di averla letta altrove (sia in arabo che in italiano) ma mi è sfuggita dalla mente. Diceva pressapoco: Dio è grande ......e chi confida in lui non ha da temere (?). Spero di non confondermi con altra colonna sistemata altrove! Ancora complimenti

capitello del chiostro di Monreale con trionfo della Croce e della Chiesa sulla Sinagoga

annalisa.tadiotto@libero.it | 04.03.2014

Sto cercando, per motivi di studio, un'immagine del capitello su citato.
Qualcuno può gentilmente inviare una foto al mio indirizzo email?
Grazie

R: capitello del chiostro di Monreale con trionfo della Croce e della Chiesa sulla Sinagoga

Marisa | 14.11.2014

Annalisa, scusa il ritardo, spero tu abbia poi visto che alla galleria di foto (pagina 3 e 4) ci sono molte foto del chiostro e probabilmente del capitello che cerchi.

tombe del duomo

danilo | 28.04.2014

ci sono due sarcofaghi nel duomo,uno quello bianco e' du Guglielmo secondo e l'altro quello marrone rossiccio di chi e'?

R: tombe del duomo

Barbara | 01.07.2016

Del padre. Guglielmo I

correzione nome

Noto Vittorio | 28.03.2015

L'autore del libro citato:
Architetture medievali normanne e siculo normanne è Vittorio Noto e non Vincenzo. Vi prego correggere il testo di cui sopra. Grazie.

guardando il cristo pancreatore

lorenzo donghi | 16.05.2015

penso di non aver sbagliato affatto religione.

rivestimento pareti parte bassa

angelo arnaboldi | 19.03.2017

I rivestimenti in marmo bianco sotto i mosaici sono coevi o aggiunte nel tempo?

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