Terza tappa:  Musei del Parco (Macchine minerarie, i Minatori, la Stazione del treno)

 

Riemersi dalla miniera, che è un’esperienza molto toccante e interessante, ci dirigiamo verso l’area denominata Pozzo Earle (percorso Via delle Ferruzze), in cui si trovano il Museo delle Macchine Minerarie, il Museo dei Minatori e la Stazione del treno che, attraverso la Galleria dell’Ortaccio, ci trasferirà nella Valle dei Lanzi, dalla quale potremo iniziare il cammino verso la Rocca di San Silvestro.

 

Lungo il percorso a piedi che conduce al Pozzo Earle abbiamo cura di osservare tutto quello che incontriamo (comprese le“ferruzze”, piccoli accumuli di minerale di ferro scavati negli anni ’40 del XX secolo):

  • sulla strada sterrata che sovrasta il parcheggio delle auto è collocata, quale memoria storica a cielo aperto, la Pala meccanica ad aria compressa che, ideata e fabbricata negli USA dopo la II Guerra Mondiale, era in dotazione ai reparti dell’esercito americano in Italia. Nel 1948 entrò a far parte del mondo delle miniere poiché rappresentava una grande novità tecnica: era facile da manovrare, agevole da trasportare nei pozzi e nelle gallerie. Allora era l’unico caricatore meccanico esistente in Italia: rivoluzionario per l’epoca! Fino a quel momento, infatti, si caricava a mano sui vagoni il materiale estratto. Arrivò nelle miniere di Campiglia nel 1956 (acquistata dalla società Miniere Campiglia S.p.A.) e poi ne vennero acquistate altre, sempre negli Stati Uniti. L’esemplare è tutt’ora funzionante.
  • I resti del ponte della Ferrovia Quota 212 (costruito tra il 1901-1902) a scartamento ridotto che collegava i pozzi di estrazione mineraria al polo di trasformazione metallurgica
  • Montagne di scarti (discariche) provenienti dai lavori di scavo e dei lavori di trattamento del minerale (li si vedono in tutto il Parco)
  • Paesaggi suggestivi (in tutto il Parco)

Raggiunta l’area del Pozzo Earle, restiamo affascinati dall’atmosfera frammista di memorie, di duro lavoro e di quiete che regnano. Tutti gli attrezzi qui riuniti, nel Museo delle Macchine meccaniche, tacciono da tempo, ma raccontano la faticosa storia di una professione oggi quasi scomparsa, quella dei minatori. Il Museo è allestito nell’edificio dell’argano, situato proprio di fronte al Pozzo Earle (XIX-XX sec.), l’unico superstite dei 5 pozzi di estrazione mineraria che si trovavano nell’area del Campigliese all’inizio del XX secolo. Scendeva ad una profondità di ben 170 m nel sottosuolo. E’ tutt’oggi dotato del castelletto di ferro e della macchina di estrazione. Precedentemente era chiamato Coquand (dall’ingegnere minerario che lo aveva realizzato per la società francese Ballon- Crapault & C.) poi ribattezzato Earle dal nome del presidente della società inglese Etruscan Copper Estate Mines, che prese in appalto i lavori delle miniere dal 1901 fino al 1907.

Alla fine degli anni ’50 fu ripreso dalla Miniere di Campiglia S.p.A., che avevano scoperto al sesto livello (il più profondo) un filone di rame nativo e un torrente sotterraneo  di acqua calda, immediatamente sfruttato per sopperire alla carenza di acqua. Quante sorprese che ha dato questo sottosuolo! E in quanti hanno voluto mettervi sopra le mani…

Dall’edificio dell’argano venivano guidati i due ascensori a gabbia (tutt’ora efficienti) muniti di paracadute a molla secondo le normative minerarie. I macchinari esposti nel Museo comprendono una gamma che permette di capire le condizioni di lavoro dei minatori, che praticamente dovevano eseguire tutto a mano; ogni nuovo strumento “tecnologico” consentiva un allentamento del carico di fatiche sopportate e un parziale miglioramento delle condizioni di salubrità. Troviamo compressori, fioretti e forgiatrici pneumatiche, martelli pneumatici, servosostegni, campioni dei carotaggi detti “carote” (quelli che si trovano qui, abbandonati in scatole, risalgono al 1980 circa quando la società Solmine, a miniera chiusa, tentò di ricavare indicazioni circa la presenza o meno di minerale nel sottosuolo, che però si era esaurito) e molti altri macchinari.

Sono esposti anche dei documenti relativi alle Società Etruscan Mines, i permessi di svolgere l’attività mineraria e l’atto di chiusura della stessa, alcune foto d’epoca,  un verbale del 1905 di denuncia da parte di alcuni minatori che ritenevano pericolose le condizioni lavorative: il montacarichi del pozzo Earle arrivava fino a 130 m di profondità ma l’estrazione avveniva anche fino a 170 m. I minatori dovevano caricare su un “mastello” (un grosso cestello) i minerali, che venivano issati dalla quota a cui si trovavano a quella del montacarichi ma nell’ascesa i pezzi potevano cadere e non c’era riparo per schivarli. La fune metallica oscillava pericolosamente. Il mastello serviva anche per la risalita dei minatori ed essi si dicevano preoccupati anche per i potenziali rischi che correvano!

Proseguendo verso la Stazione del trenino, incontriamo

  • la Sezione Cocquand, un saggio a cielo aperto eseguito dal già citato ingegnere minerario nel XIX sec.  Si tratta di un esempio significativo delle mineralizzazioni del Campigliese.
  • Il Verricello manuale degli anni ’30 del XX secolo (appartenne alla società Cave e Miniere)
  • Il Morteo, luogo dove i minatori mangiavano e si cambiavano. Si tratta di una baracca in lamiera di 94 mq e divenne, durante l’epopea delle lotte sindacali, una sorta di quartier generale. Il nome “Morteo” deriva dalla ditta genovese Morteo Soprefin che dal 1960 fino al 1990 fornì prefabbricati industriali in tutta Italia. Questa “baracca” è diventata il Museo dei Minatori,  un luogo dedicato alla memoria degli uomini che hanno lavorato e lottato per la vita di queste miniere. Apprendiamo l’organizzazione del lavoro in miniera, il salario, la salute dei minatori, le lotte sindacali e la chiusura della miniera. Un video trasmette racconti di vita di un minatore, i suoi ricordi, la sua esperienza…
  • Il muro della diga inglese.  Quest’opera venne ideata agli inizi del 1900 dalla società che allora aveva in concessione la Miniera, la già citata Etruscan Copper Estate Mines, per sopperire alla necessità ingente di acqua. Infatti il lavoro in miniera, la pulizia delle caldaie e soprattutto la fase di ripulitura del minerale richiedevano l’utilizzo di molta quantità di acqua. A quel tempo si ignorava l’esistenza del torrente sotterraneo che scorreva nel livello più profondo (il sesto) che, come abbiamo visto, venne scoperto dalla società Miniere Campiglia anni dopo; gli inglesi realizzarono quindi dei bacini idrici, tra cui quello che vediamo di fronte alla Galleria Lanzi-Temperino. Alto 7 m, lungo 23 e con uno spessore di 3 metri, fungeva da bacino di contenimento dell’acqua del Fosso dell’Ortaccio, ma la scarsa portata di quest’ultimo e la permeabilità del terreno non permisero la soluzione del problema.

Dopo tutte queste informazioni che ci vengono date dai pannelli didattici, è ora di salire sul trenino minerario che ci porterà –attraverso un tunnel scavato nella roccia- alla Stazione Valle Lanzi, evitandoci di dover percorrere a piedi il restante tratto (ancora molto lungo) della Via delle Ferruzze, che è la “spina dorsale” del Parco perché è su questo percorso che si trovano le principali emergenze archeominerarie dell’area. Noi ora l’abbandoniamo, dopo aver visto importanti strutture, perché dobbiamo raggiungere la Rocca di San Silvestro.

 

(Autrice: Marisa Uberti)

 

Argomento: Strumenti, minatori

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