"Verona Minor Hierusalem"

Verona insolita

(percorso spirituale, storico, artistico e simbolico

-

report di Marisa Uberti)

 

Verona, la “seconda Roma”, dalla fama mondiale per tanti luoghi-simbolo, ha le sue parti nascoste alla massa dei turisti, specialmente quelli del “mordi e fuggi” ma forse poco note anche a parecchi veronesi stessi. Sarà anche perché molte realtà architettoniche sono state scoperte e rese accessibili in tempi recenti oppure rivalorizzate come meritano, essendo state chiuse al pubblico (in tutto o in parte) per anni.

Il nostro itinerario prende oggi le mosse da un progetto nato da poco[1], che ha come slogan “Rinascere dall’acqua. Verona al di là del fiume”[2]. Si tratta di uno straordinario “cammino” ad anello che coinvolge cinque chiese situate oltre l'ansa dell’Adige, ubicate tra le Torricelle e il lato rivolto verso il centro storico:

San Siro e Libera, Santo Stefano, San Giorgio in Braida, Santa Maria in Organo, San Giovanni in Valle.

L’obbiettivo è quello di porsi nelle vesti di un pellegrino medievale che, giunto all’altezza dell’antichissimo Ponte Pietra, si ritrovava davanti una scenografia di rara bellezza: la collina di San Pietro (nucleo primigenio della città), bagnata dalle acque del fiume, con le vestigia del Teatro romano ai suoi piedi, il Castello sulla sommità e importanti chiese dislocate attorno a questo scenario che compone una Piccola Gerusalemme. Nel tardo-Medioevo, infatti, Verona fu paragonata a Gerusalemme[3] e quindi, svolgendo questo percorso spirituale, artistico, storico e culturale, incontreremo edifici di culto che ricalcano i punti-cardine della vita terrena di Gesù in Terra Santa ma non solo, come vedremo.

Oltre alle cinque chiese citate, risalendo la collina, troveremo una città veramente poco conosciuta ma dall’aspetto assolutamente affascinante: lontano dal frastuono cittadino, in posizione privilegiata sopraelevata, vedremo la Chiesa di Santa Maria di Betlemme (ora San Zeno al Monte) con la Scala Santa che porta al cospetto del cinquecentesco Giardino Giusti; la Fontana di Ferro, luogo enigmatico probabilmente sede di culti pre-cristiani (come del resto tutta la collina di San Pietro) e la chiesa di S. Maria di Nazareth.

Otto tappe, quindi, per rinascere dall’acqua.“Il percorso in questione affonda le sue radici nel secolo dopo Cristo. «Allora i pellegrini veronesi di ritorno dalla Terra Santa avevano voluto ricreare, nella loro città, dei luoghi in ricordo di quelli visitati in Palestina», racconta Davide Galati, laureato in Filosofia e Storia delle Religioni, che insieme a don Signoretto ha curato «Verona minor Hierusalem», guida pratica e ricca di rimandi storici, che ricostruisce l´itinerario. «Questa topografia sacra viene ripresa nell´ottavo secolo dall´Arcidiacono Pacifico che per primo, nella sua opera di costruzione e recupero di molte chiese della città, parla di Verona come di una piccola Gerusalemme. Finché nel proemio degli statuti veronesi del 1450 si cita la leggenda che vuole Verona fondata da Sem, uno dei figli di Noè, come “Minor Hierusalem”. Le stesse parole incise, nel 1474, sul sigillo della città accanto all´effige di San Zeno»[4].              

In ciascuna delle cinque chiese citate all’inizio può essere ritirata la mappa itinerante o credenziale del pellegrino, che prevede anche lo spazio per il timbro, testimonianza dell’avvenuta visita (tappa).. Meglio comunque ritirarla all’ info-point situato nella chiesa di San Pietro Martire (su Via Sant’Alessio; la chiesa, racchiusa tra caseggiati, è interposta tra quella di S. Giorgio in Braida e quella di S. Stefano).

Con un certo orgoglio possiamo esibire i nostri 8 timbri, collezionati in tre diverse giornate di visita (una sola non basta, se si vuole effettuare il percorso a piedi e sostare il tempo sufficiente per una visita adeguata).

  •                        Per iniziare…

Abbiamo quindi la mappa, siamo nelle vesti di moderni pellegrini e andiamo in cerca del tesoro misterioso che ci attende. Prepariamoci quindi all’uscita del centro storico, in vista del Ponte Pietra[5], come avrebbe fatto un pellegrino nel Medioevo e puntiamo lo sguardo sul colle San Pietro. Ancora oggi, nonostante i cambiamenti urbanistici intervenuti nei secoli e la sostenuta viabilità, si resta ammaliati dal pittoresco paesaggio che ci si para innanzi. Percorrendo il ponte, si attraversano duemila anni di storia: fu costruito dapprima in legno nel 148 a. C., nel punto di guado più agevole (92 metri) e che era già usato in epoca preistorica.

I Romani, infatti, riconobbero in esso un punto strategico dove si incrociavano diverse vie di comunicazione e proprio per questo la città romana nacque sul colle dirimpettaio del ponte. Su quest’ultimo, inoltre, venne fatta passare la Strada Postumia; intorno all’ 89 a.C[6]. il ponte di legno venne sostituito con uno di pietra, che oggi costituisce l’unico ponte di origine romana rimasto a Verona. Conobbe vita travagliata, distruzioni e ricostruzioni; la più recente è stata quella conseguente ai bombardamenti della II Guerra Mondiale, che avevano interrotto il collegamento tra le due rive. Centocinquanta metri a valle del Ponte Pietra, esisteva il Ponte Postumio che crollò nel 1153 e mai più venne ricostruito (le pietre, rimaste a lungo nel letto dell’Adige, furono riutilizzate per costruire il campanile della chiesa di Sant’Anastasia). E’ importante sottolineare che in età romana esistevano sette Templi in quest’area, dedicati a Luna, Marte, Minerva, Giove, Venere, Saturno e al Sole, oltre ad edifici non ancora del tutto identificati come l’Orphanum, e l’Organum[7] (dove sarebbe sorta l’attuale chiesa di S. Maria in Organo). Lo studioso veronese Umberto Grancelli (1904-1970) ipotizzò che vi fosse stato un “piano di fondazione di Verona romana” (vedi nostro video) e che esistesse un itinerario iniziatico ad anello che il neofita doveva intraprendere per conquistare l’adeptato (diciamo così). Questo percorso iniziava e finiva sul colle San Pietro, dopo essersi esteso anche al di là del fiume Adige. Il pellegrino cristiano probabilmente faceva la medesima cosa, in nome però di Gesù Cristo e invece che negli antichi templi entrava, a tappe, con devozione e speranza, nei santuari cristiani che verosimilmente ne avevano inglobato la memoria.

Chiesa di S. Siro e Libera

Attraversato il Ponte Pietra con particolare emozione notiamo, a sinistra, la cupola ottagonale di S. Stefano e più in là quella emisferica di S. Giorgio in Braida. Decidiamo tuttavia, per prima cosa, di visitare la parte più antica di tutta la città, il colle San Pietro, dov’è situata la chiesa dei Santi Siro e Libera. La notiamo subito, in cima alle gradinate del Teatro Romano; questo luogo è collocato il Museo Archeologico,  riaperto nel 2016 (interessantissimo!). Sul colle San Pietro ebbe origine la Verona romana, da cui discese quella odierna; qui gli archeologi hanno trovato numerose testimonianze di culti pagani e perfino egiziani (vi era un tempio dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide). La chiesa di S. Siro e Libera ha riaperto al pubblico in occasione di questo progetto itinerante; prima era interdetta al pubblico e una parte ancora lo è. Chi vuole visitarla e farsi mettere il timbro sulla credenziale, non ha necessità di acquistare il biglietto per il Museo del Teatro Romano: può chiedere di effettuare la visita alla sola chiesetta e verrà accompagnato da una cortese guida fino alla base della gradinata della cavea.

Oggi vediamo l’edificio sormontare le gradinate ma un tempo, quando ancora non era stato riportato alla luce il Teatro Romano, esso si ergeva su una scalinata in un rione di povere case, sorte sulle vestigia. Fu Andrea Monga (1794-1861) a cominciare gli scavi per la riscoperta dei ruderi romani, importantissimi. La bella scalinata doppia è invece seicentesca ma salendo abbiamo notato pietre romane riutilizzate nella muratura, come la lastra funeraria del medico Cornelio Melibeo, nell’angolo destro della facciata. La chiesetta, sorta in onore di S. Siro all’inizio del X secolo, andò ad inglobare la primitiva grotta in cui l’eremita si era stabilito, alle pendici del colle San Pietro.

La grotta è ancora esistente ma è nascosta dietro la sedia centrale del bellissimo coro. In pratica, da quanto si capisce (perchè proprio questa parte è inaccessibile), qui aveva sede un edificio di culto più antico, S. Maria della Cava, distrutto nel 1613 e così chiamato perché penetrava in un arcovolo del Teatro[8]. Che trucco insospettabile quel sedile mobile! Tra l’altro vi sarebbe anche un affresco raffigurante S. Siro (quattrocentesco). Questa porzione del monumento non è accessibile perché pericolante (si può ammirare da due vani delimitati da cordoni).

Sul frontone dell’ingresso, all’esterno della chiesa, si trova un’iscrizione che la qualifica come il luogo dove venne celebrata la prima S. Messa nella città di Verona. Non è poco! Ciò segnò infatti il passaggio dal paganesimo alla conversione cristiana, dovuta all’opera evangelizzatrice di Siro che, secondo una tradizione, sarebbe stato il giovinetto che porse a Gesù i pani e i pesci per il miracolo della moltiplicazione. Giunto in Italia al seguito di Pietro, Siro sarebbe divenuto il primo vescovo di Pavia ma avrebbe esteso la propria missione di predicatore anche a Verona. Nel 1300 venne aggiunta l’intitolazione a Santa Libera (Santa Liberata da Como), anche se non se ne conosce il motivo. La chiesa fu possedimento dei Frati Olivetani di Santa Maria in Organo, che la concessero in uso alla Confraternita segreta del Santissimo Corpo di Cristo, costituitasi nel 1517. Fu sotto questa gestione che vennero eseguite le maggiori trasformazioni architettoniche, con l’aggiunta di cappelle letamali e l’ingrandimento del coro.

Sul pavimento abbiamo notato alcune lapidi sepolcrali, tra cui una risulta particolarmente rilevante perché appartenente al noto pittore veronese G. B. Cignaroli (detto Giambettino, 1706-1770), che fu il capostipite di una famiglia di pittori. Molti nemmeno sanno che quella è la sua tomba, forse neanche tra i residenti. Comunque è facilmente individuabile (guardate per terra e la troverete, l’epigrafe latina è chiara). Il lato destro della chiesa presenta, esternamente, un portale barocco e sulla terrazza si elevano elementi in pietra di epoca romana. Noi abbiamo effettuato anche la visita dell’intero sito archeologico romano, compreso il Teatro, il lapidario, l’antica chiesa di San Girolamo, dove si possono ammirare notevolissimi mosaici e il museo egizio. In tal modo si riesce ad entrare nella storia di questo luogo millenario, a capire come –da zona di santuari pagani- venne fagocitata dal cristianesimo e trasformata ma senza perdere la sua vocazione sacrale. Si può capire anche come si vivesse nella Verona romana e andare ancora più indietro nel tempo.

Oltre alla chiesa di San Girolamo, vi era il convento omonimo annesso (nei cui locali si trova attualmente la collezione museale), costruito nel XV secolo dalla Congregazione dei Gesuati di San Girolamo i quali producevano prodotti curativi, preparati con le erbe e l’acqua sorgiva che sgorgava abbondante sul colle S. Pietro. Il convento e la chiesa erano andati ad occupare porzioni del teatro romano, come gli scavi hanno evidenziato. Si narra di gallerie e cunicoli che si aprirebbero sotto il colle, chissà forse i frati li conoscevano e li hanno potuti esplorare…

Accesso: Via Regaste Redentore, 2, stesso ingresso per il Museo Archeologico del Teatro Romano. Non dimenticate di far mettere il timbro sulla vostra credenziale da uno dei volontari e, se ancora non l’avete, fatevela dare!

   Castel San Pietro e la distrutta chiesa di San Pietro in Castello

Dato che ci troviamo alle pendici del colle S. Pietro, vale la pena di sapere qualcosa di più di questa misteriosa collina, la cui sommità rappresentò sempre motivo di sicurezza, per le genti insediate qui ben prima dei romani (è ipotizzabile la presenza di un primitivo castelliere). I motivi sono ben presto detti: lontano dalle piene pericolose del fiume ma al contempo vicino ad esso per necessità vitali e spostamenti; inoltre dall’alto si controllava meglio il territorio circostante e ci si poteva meglio difendere.  In epoca romana numerose e ricche ville occuparono le pendici del colle che, con la  realizzazione del Teatro (30 a.C. circa), vennero sbancate e sulla cima del colle fu realizzato un tempio sacro collegato al Teatro. Non si sa tutt’oggi con certezza a chi fosse dedicato il tempio (chi dice a Giano, chi dice a Giove Serapide[9], chi dice al Sole). Il toponimo del colle si deve alla presenza di una chiesetta risalente all’epoca paleocristiana (che andò sicuramente a rimpiazzare il tempio pagano), dedicata a San Pietro Apostolo. Il re longobardo Alboino, secondo una tradizione, avrebbe insediato qui la propria residenza,  dove sarebbe avvenuto il celebre episodio: far bere la moglie Rosmunda dal calice ricavato dal teschio del padre di lei, Cunimondo (re dei Gepidi), che egli stesso aveva sconfitto. Nei pressi della medesima chiesetta, anche il duca del Friuli Berengario (poi primo re d’Italia) trovò rifugio e venne ucciso nel 924. Un vero e proprio castello venne eretto nel 1398 dal signore di Milano Gian Galeazzo Visconti durante l’occupazione di Verona. La costruzione inglobò la chiesetta di San Pietro, che sopravvisse fino al 1801, quando l’arrivo dell’esercito napoleonico la fece saltare, insieme al castello.  L’attuale edificio risale al 1851 e fu voluto dal feldmaresciallo Radetzky e  venne progettato dal colonnello del genio austriaco Conrad Petrash (1807-63) nel periodo di occupazione austriaca della città di Verona. Ai giorni nostri l’ex caserma è sostanzialmente integra; i cortili interni sono adibiti a giardini pubblici e da questa posizione si gode un panorama mozzafiato sulla città, non per nulla è una delle mete predilette dai veronesi.

Accesso: Piazzale Castel San Pietro. Vi si può arrivare a piedi tramite un' affascinante scalinata che si inerpica tra i caseggiati del Lungadige S. Giorgio oppure in automobile. La funicolare, che era stata realizzata apposta per collegare la riva al colle, è momentaneamente ferma, dovrebbe presto essere ripristinata (attualmente il sito del castello è in restauro; vi è il progetto di adibirvi un nuovo museo).

Chiesa di San Giorgio in Braida

Dirigiamoci ora a desta, uscendo dal sito archeologico del Teatro Romano, verso la chiesa di S. Giorgio in Braida, con il fiume alla nostra sinistra che ci regala incantevoli sensazioni. Il monumento è chiamato così perché anticamente si trovava nei pressi di uno spiazzo erboso (ci troviamo nella parte settentrionale della città, sulla direttrice per Trento). Il termine “braida” deriva dal longobardo “bràida” e passò poi nel tardo latino con il significato di “campagna aperta, distesa pianeggiante, proprietà terriera, piccolo podere”. Ancora oggi nello spiazzo dietro la chiesa vi si trovano dei giardini pubblici. L’edificio (al momento della nostra visita fasciato da impalcature edilizie) si fa notare da lontano per la sua mole e soprattutto per l’alta cupola che è attribuita al Sammicheli (1484-1559), opera del 1540. Non stiamo a descrivere la chiesa perché questo si può trovare nelle classiche guide e, inoltre, usufruendo direttamente in loco di visite guidate, si ascolteranno molte notizie utili.Come è nostro “mestiere”, punteremo su qualche informazione particolare che deriva dalla nostra curiosità e che quindi travasiamo anche a voi (sempre per chi non conosce l’edificio). Anzitutto, uno sguardo alla imponente e candida facciata consente di riconoscere lo stile rinascimentale. La monumentale opera sorse infatti nel XVI secolo al posto di una più antica abbazia benedettina (XI secolo), di cui restano pochissime vestigia[10].

L’interno è a navata unica e farà restare a bocca aperta ciascun visitatore. Ricordiamo la dedicazione a San Giorgio, l’eroe che uccide il drago (e libera la principessa, alchimia docet), iconografia molto diffusa in Terra Santa, specialmente dalle Crociate in poi. E siccome il nostro  “cammino” è chiamato Verona Minor Hierusalem, è bene non dimenticare il filo conduttore. Entrando abbiamo notato immediatamente e centralmente un’alternanza di lastre pavimentali bianche e nere, che disegnano una sorta di percorso labirintico tortuoso. Segnerebbero due vie possibili: quella della Luce e quella delle Tenebre. Entrambe portano a delle croci. Il labirinto, nella cristianità, ha assunto un valore fondamentale di Redenzione (di cui abbiamo discusso a lungo in varie sezioni di questo sito). Purtroppo le file di banchi non consentono di apprezzare appieno la geometria del resto del pavimento, anche perché la chiesa a quell’ora era visitata da diverse persone.

Giunti all’altezza della cupola del Sammicheli, nello spazio antistante il presbiterio libero dai banchi, il pavimento mostra una gigantesca ruota formata da cinque cerchi concentrici che si ingrandiscono procedendo dal centro verso l’esterno. I cerchi sono resi dalla sequenza regolare di elementi quadrati contenenti, ciascuno, un elemento floreale azzurro con pistillo arancione. Gli spazi tra le file di cerchi sono intercalati da quadrati pieni, di colore nero, come nero è il bordo del quadrato contenente il fiore. Vengono a delimitarsi dei raggi di colore bianco, che originano e convergono sul fulcro centrale: un circolo contenente una stella a 16 punte, con nucleo centrale arancione (arancione è pure la corona circolare esterna, che inscrive un cerchio di colore nero (vedi foto). Guardiamo in su e la magnificenza della cupola ci stordisce: come in Cielo, così in Terra? Quanta energia c’è in questo posto?! Tra l’altro al centro della cupola si trova il “triangolo con l’occhio divino”.

Accedendo al magnifico presbiterio, abbiamo trovato altre sorprese…pavimentali: raffinati e simbolici intrecci di linee delimitano tre ovali contenenti delicate incisioni di delfini e ippocampi, i traghettatori verso una nuova vita (nella luce cristica). La magnifica Pala d’altare raffigura il Martirio di San Giorgio di Paolo Veronese.

Tre stelle a 16 punte sono pure presenti in fondo alla navata e vengono considerate rappresentazione delle Tre Virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità)[11]. Un percorso da intraprendere senza fretta e senza dare fastidio ai fedeli, scegliendo eventualmente un orario “buono” (non di punta). Altra cosa da non perdere è la cappella (o oratorio) del Crocifisso miracoloso, la cui storia lasciamo al lettore leggere nell’apposito link. Vi stupirà entrare in questo ambiente, così carico di leggenda e di fede. Molto importanti sono le opere d’arte custodite in questa chiesa: un Tintoretto (sopra la Porta principale), Battesimo di Cristo, un Veronese (sotto la cupola), autore anche della pala d’altare di cui si è accennato, un Moretto, Madonna con Bambino in gloria; le grandi tele che arricchiscono i lati del presbiterio sono del Farinati (Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci) e del Brusasorzi (La manna nel deserto), veramente belli.

Accesso: Porta San Giorgio, 6 (quartiere Borgo Trento). Anche in questo caso, dopo tanto stupore, non si dimentichi di far timbrare la propria credenziale!

Chiesa di San Pietro Martire: l'infopoint

Usciti da S. Giorgio in Braida, lasciamo il Lungadige San Giorgio attraversando la strada e imbocchiamo Via S. Alessio dove prospetta, tra le case, la chiesa di San Pietro Martire. Questo personaggio chiamato anche Pietro da Verona, nacque nella città scaligera alla fine del XII secolo. Il suo nome originario era Pietro Rosini e fu allevato da genitori manichei, considerati eretici (catari), Pietro si fece frate domenicano e fu un acerrimo nemico degli eretici, tanto da diventare Inquisitore Generale della Lombardia nel 1243. Fu un grande erudito e zelante apostolo della dottrina cattolica, specie a Milano, cosa che diede fastidio ad una frangia cosiddetta “eretica”; il 6 Aprile 1252 gli fu teso un agguato da dei sicari mandati da Milano, Bergamo, Pavia e Lodi e venne ucciso sulla strada tra Como e Milano[12].

E’ raffigurato con la tonaca domenicana, la palma del martirio, una ferita sanguinante dal capo alla fronte (oppure con una piccola roncola che penetra nel cranio, con cui gli venne spaccata la testa), e il pugnale (conficcato nel petto o nei fianchi). In tal modo è rappresentato anche nella chiesa veronese a lui dedicata, che funge da info-point per questo itinerario. La piccola chiesa, incastonata tra i caseggiati e quasi sfuggevole alla vista,  sarebbe sorta sulla primitiva casa natale del santo martire; l’edificio è stato realizzato tra il XVII e il XVIII secolo in stile barocco sulle fondamenta della sua abitazione. Da una nicchia di quest’ultima venne salvata, secondo la tradizione, la statua del santo che è collocata attualmente al di sopra del portale d’ingresso. Nelle due tele che la chiesa conserva (S. Pietro martire in Gloria e una Madonna con Bambino e santi) si vedono scorci di Verona, com’era.

Accesso: Via Sant’Alessio, 34. Fatevi mettere il timbro…

Chiesa di Santo Stefano

L’abbiamo vista già da lontano, l’antica e interessante facciata di questa chiesa particolare, a pochi passi da quella vista precedentemente e da S. Giorgio in Braida; è anche molto vicina ai ruderi del Teatro Romano e al Ponte Pietra[13]. Un luogo importantissimo, forse la prima cattedrale di Verona, che doveva avere un suo battistero[14]. Le importanti reliquie di vescovi risalenti al V-IX secolo e la “cathedra” alto-medievale ancora conservata nell’abside, sembrerebbero confermarlo. L’edificio sorse probabilmente su una necropoli romana, che in epoca paleocristiana (V secolo) venne trasformata in luogo di culto cristiano, il cui completamento si fa risalire al XII secolo. Gli scavi archeologici hanno però portato alla scoperta di ben altro sotto il pavimento della cripta (che periodicamente veniva infiltrata dall’acqua e dall’umidità): ad una profondità di circa due metri e mezzo vennero alla luce le vestigia delle “casette” dell’Età del Ferro, i primi insediamenti di Verona! Si scoprirono inoltre diverse tombe datate all’XI secolo. Si è sempre ritenuto che la cripta fosse una realizzazione più tarda, rispetto alla chiesa paleocristiana, ma il passato era proprio nascosto lì sotto. L’antica basilica funeraria (che sorgeva poco fuori le mura romane) aveva un aspetto molto diverso da quello odierno e rimase inalterato per cinque secoli; solo nel X secolo furono create le tre navate odierne, il doppio ambulacro all’interno dell’abside, trasformate le aperture.

La facciata medievale si può tutt’oggi ammirare sulla porzione destra dell’edificio, verso il fiume, come i lacerti di antichissimi affreschi. Nel XII secolo venne realizzata la facciata che vediamo oggi (molto bella) a fasce alternate in pietra tufacea e mattoni in cotto; in tale occasione fu inglobato il nartece che apparteneva alla chiesa paleocristiana. La chiesa era certamente di pellegrinaggio perché anzitutto vicino sorgeva un hospitale non solo per i pellegrini che si recavano a Verona ma che proseguivano per altri luoghi santi come Roma o Gerusalemme. Su un affresco acefalo del XIV secolo si osserva la sagoma di un personaggio con mantello e bordone da viaggio…

Il tiburio ottagonale che si ammira da lontano (e molto bene aggirando la chiesa sulla via laterale che sale verso la Madonna del Terraglio[15]) è l’unico di tipo lombardo nel territorio veronese. Splendido, a doppio ordine di bifore, è costituito da mattoncini rossi in cotto e risale al 1100 circa. Funge da campanile.

L’origine della chiesa di Santo Stefano si deve, secondo la tradizione, al ritrovamento delle reliquie del santo a Gerusalemme nel 415 d. C., e da lì il culto si diffuse in tutta la cristianità e frammenti del corpo del protomartire arrivarono anche a Verona. In questa chiesa vi si trovano inoltre le ossa di cinque antichi vescovi di Verona, effigiati in altrettanti quadri nella cripta[16] e le reliquie di quaranta martiri cristiani veronesi. Ma non solo: a queste importanti reliquie si aggiungono quelle di quattro bambini della Strage degli Innocenti ordinata da Erode. Un tempo venerate nella cripta, sono oggi custodite nella splendida Cappella Varalli (o Cappella degli Innocenti, 1618-‘21), eretta appositamente in una geometria particolare: ha la forma di un parallelepipedo sormontato da un cilindro, completamente decorata da stucchi manieristici e ospitante tre tele: La Strage degli Innocenti (del veronese P. Ottino, 1578-1630), I cinque Santi Vescovi (del veronese Marcantonio Bassetti, 1586-1630), I Quaranta Santi Martiri Veronesi (del veronese A. Turchi, 1578-1649, detto l’Orbetto).

L’interno è suddiviso in tre porzioni: quella per i fedeli (chiesa plebana), quello sacra (il presbiterio sopraelevato), la cripta sotterranea, armoniosa e spaziosa, le cui quattro colonne di colore grigio che sostengono la volta a crociera del presbiterio provengono da riutilizzi romani. Triplice è anche stata la funzione dell’edificio, come abbiamo visto: cimitero, reliquiario, battistero.

Lacerti di affreschi medievali si coniugano a quelli di epoche più recenti, in un percorso millenario, il cui significato e valore sembrano filtrare a dosi crescenti avanzando dall’ingresso all’abside…

Accesso: Vicolo Scaletta Santo Stefano, 2. Oltre allo spirito, ricordatevi di riempire la vostra credenziale con il timbrino…

Chiesa di Santa Maria in Organo

Ripassiamo davanti al Teatro Romano, diamo un altro saluto alla chiesa dei Santi Siro e Libera e proseguiamo sul nostro itinerario. Puntiamo verso un’altra meraviglia, che contiene opere dell’ingegno umano uniche nel loro genere e difficilmente superabili dagli artisti del periodo. La chiesa di Santa Maria in Organo con annesso monastero fu forse fondata al tempo del duca longobardo Lupo (VIII secolo), verosimilmente su un edificio di epoca romana, l’Organum, una struttura idraulica costituita da un’alta torre, la cui base fu poi riutilizzata per erigere il campanile. L’ Organum  aveva un tamburo circolare in cui alcune statue segnavano lo scorrere del tempo, attraverso un meccanismo idraulico alimentato dalle acque del fiume Adige che faceva muovere le statue stesse;  grazie all’ombra proiettata, si poteva capire l’ora. Il risucchio dell’acqua veniva fatto convogliare in apposite canne tagliate a misura le quali, ad intervalli regolari, emettevano delle melodie. Attraverso una serie di fontane, l’acqua ritornava poi nell’Adige. Questa meraviglia fu quasi totalmente abbattuta all’epoca dei Longobardi.

La chiesa di Santa Maria in Organo era già esistente nel 744 e, dal IX secolo, fu sotto le dipendenze del Patriarcato di Aquileia[17]. Nel tempo il monastero divenne proprietario di molti beni terrieri ed ebbe alle dipendenze altre chiese nei dintorni. Rimanenza delle antiche vestigia si può vedere nella cripta, recentemente riaperta al pubblico (chiedete di vederla e vi sarete accompagnati). L’ambiente ipoego conserva colonne e capitelli dell’VIII secolo, infatti; inoltre vi sono due lapidi pavimentali al di sotto delle quali si trovano degli ossari (non visibili). Vi sarebbe anche la tomba di frà Giovanni da Verona.

La Chiesa di S. Maria in Organo, fino al XIX secolo, affacciava su un ramo secondario dell’Adige  che fu interrato (rimane il toponimo nella Via “Interrato dell’Acqua Morta”). Il terremoto del 1117 la distrusse quasi completamente e venne ricostruita una prima volta. Nel corso del tempo fu gestita dai Benedettini Olivetani, fra i quali spiccò la figura di frà Giovanni da Verona (1457-1525), encomiabile artista intagliatore e architetto.

Sono sue le meravigliose tarsie del coro ligneo, il leggio e il candelabro intagliati (eseguiti nel primo periodo della sua attività). Nella seconda parte della vita, il genio di frate Giovanni creò le tarsie delle spalliere della sacrestia che pullulano di simbologie e che rappresentano uno degli esempi più alti raggiunti nell’arte lignea.

Vasari , nelle “Vite”, dichiarò che quella di S. Maria in Organo fosse la più bella d’Italia, sia per le pitture ad affresco (veramente magnifiche) sia per la spalliera di banchi lavorati di tarsie e d’intaglio con belle prospettive così bene che in que’ tempi, e forse anche nei nostri, non si vide gran fatto di meglio, e chiamò eccellentissimo in quell’arte frà Giovanni da Verona. Costui doveva essere un grande erudito perché per realizzare la tecnica della “prospettiva” erano necessarie conoscenze matematiche, geometriche, letterarie, insomma appartenenti alle Sette Arti Liberali.

In questo cranio l'autore inserì alcune curiosità, tra cui la gondola veneziana camuffata nella "risata sardonica"

Frà Giovanni viaggiò molto in Italia ed ebbe modo di accostarsi ad artisti della sua epoca come Mantenga, Pinturicchio, Sodoma, ed altri rappresentanti eccelsi dell’arte prospettica rinascimentale. In particolare, nelle spalliere della sacrestia di S. Maria in Organo, si osservano i poliedri platonici ed archimedei, poliedri stellati e altri solidi curiosi, realizzati con elevata sapienza prospettica, come illustrati da Leonardo per  frate Luca Pacioli ne “De Divina Proporzione”, opera probabilmente nota a frà Giovanni da Verona.

La parte claustrale della chiesa è attualmente concessa ad una scuola materna; l’esterno del monumento si presenta con forme cinquecentesche in marmi bianchi (disegno di Michele Sammicheli), incompiute. Il campanile, dalla inconfondibile architettura, ospita delle campane che vengono tuttora suonate manualmente!

Internamente accolgono il visitatore tre navate, un transetto e un presbiterio rialzato, il tutto immerso in una ricchissima decorazione pittorica, che si deve a svariati artisti, tra cui il Guercino, il Brusasorzi e l’Orbetto. Gioiello sono, come abbiamo detto poc’anzi, il coro intarsiato, il leggio e il candelabro situati nell’area presbiteriale. Per raggiungerla si passa attraverso il transetto dov’è conservato il simbolo della chiesa, la Muletta (o Musseta), bellissimo gruppo statuario in legno che la leggenda vuole essere arrivao qui tramite il fiume. Gesù è in groppa alla Muletta in atto benedicente, a ricordare l’episodio del Suo ingresso trionfale a Gerusalemme dalla Porta d’Oriente, narrato dai Vangeli. L’opera data alla metà del 1300 e si diceva contenesse la pelle dell’asino che aveva appunto portato il Salvatore a Gerusalemme. Anticamente questa scultura veniva portata in processione in un clima di festa “paganeggiante” (la scandalosa die festus de mulula), carnevalesca e scherzosa, che creava non pochi imbarazzi al clero, che decise di sopprimerla. La muleta veniva infatti venerata alla stregua del Cristo che la cavalcava…Oltralpe, i viaggiatori riportavano le voci che a Verona si venerasse un asino. Tanto bastò per abolire quella festa.

Il simbolo dell’Asino non è di bassa lega, non è soltanto l’animale da soma testardo stereotipato, ma nasconde un significato allegorico ben più profondo (e che invitiamo a rivedere in un nostro pregresso articolo[18]). Nell’ebraismo, la Domenica delle Palme equivaleva al Pèsach, l’antica festa della Primavera. L’asino era considerato, a partire dal Vecchio Testamento, un animale in grado di vedere l’invisibile (l’Asina di Balaam, in Numeri 22, 22-35, vede gli angeli e parla al padrone). Spesso compagno di Dioniso nella mitologia greca, l’asino era il destriero del dio della “follia estatica” attraverso vino, musica e danze. Ancora nel Medioevo, si tenevano le “Feste dei Folli”, in cui un Asino veniva portato in chiesa; i “Folli” avevano spesso copricapi con orecchie d’asino, sinonimo di sapienza e tenevano in mano una clava (come l’Homo Selvadego). Il signore di Verona Consignoro della Scala, nel 1336, inaugurò un “Palio degli asini”[19], per festeggiare le nozze con Agnese d’Angiò Durazzo, cui potevano partecipare uomini, prostitute, mule ronzini, cavalli berberi e asini.

Leggende, tradizioni, storia sacra e profana fanno di un luogo un “universo” di cui spesso sfuggono i retroscena. Rinnegare il passato è sbagliato, inquadrarlo nella giusta dimensione è doveroso. Senza dimenticare il suo valore presente, che qualifica questa chiesa tra le più interessanti della Verona Minor Hierusalem.

Accesso: Via S. Maria in Organo, 1. Dopo tanta bellezza, non perdete l’orientamento e ricordatevi di farvi timbrare la credenziale!

 

             

Chiesa di San Giovanni in Valle. L’importanza di questo monumento sacro non è inferiore a quello delle altre già visitate anzi, è un altro gioiello da conoscere ed è quello che forse ha meglio mantenuto la sua impronta romanica. Si trova in posizione sopraelevata, un poco più distante dal fiume rispetto alle altre, a oriente della città. Fu pieve battesimale ed è dedicata a San Giovanni Battista, che nel fiume Giordano battezzò Gesù (ricordiamo sempre il filo conduttore di questo itinerario). In epoca romana l’area era utilizzata come zona sepolcrale, poi divenuta cimitero paleocristiano. Dell’edificio si hanno notizie documentate dall’VIII secolo; sotto i Longobardi (cristiani di culto ariano) divenne una sorta di seconda cattedrale. Si tratterebbe dunque di una cattedrale ariana con proprio battistero (mentre S. Stefano era la cattedrale cattolica). Probabilmente vi furono sepolti anche vescovi ariani?

Il 3 giugno dell’anno 1234, la chiesa perse la dedicazione al Battista, santo caro ai Longobardi (come Michele) e prese quello di San Giovanni in Valle[20]. Tale toponimo derivò dalla posizione nel “Vallum di Teodorico”, vicino  al  tracciato  urbano  orientale  della  Via Postumia,   la   via   consolare   romana   che   in   questo   tratto   costeggia   la   cosiddetta  "corte  del  Duca",  zona  destinata,  dal  V  secolo,  ad  ospitare  le   milizie barbariche[21]. Il terremoto del 1117 portò distruzione anche a questo tempio, come avvenne per molti altri a Verona (e non solo), tanto che dopo il 1120 dovette essere ricostruito, sotto il vescovo Bernardo. La chiesa venne riconsacrata nel 1164  e nel XIV secolo subì una trasformazione; nel XX secolo subì un ripristino delle forme romaniche (la parte più antica ravvisabile è oggi l’abside sinistro). L’ingresso è normalmente dal cortile sul quale affaccia la parte residuale dell’incantevole chiostrino e del campanile, ma l’entrata principale della chiesa è prospiciente la strada ed è ben riconoscibile dal piccolo protiro pensile poggiante su due colonnine. Addossati al muro della chiesa (dalla parte claustrale) si trovano stemmi, lapidi e sigilli sepolcrali (non perdeteli). L’interno della chiesa è impostato su tre navate con caratteristiche coperture a capriate lignee; particolare è che il piano di calpestio si trova a circa 5 m dal livello stradale (è più basso di cinque gradini). Alle tre navate corrispondono altrettante absidi semicircolari; il presbiterio è raggiungibile tramite una scalinata ed è delimitato da una balaustra marmorea. Alcuni lacerti di affreschi medievali sono visibili in alcuni punti della chiesa.

Sotto l’altare maggiore è situata la cripta romanica[22], anch’essa a tre navate; la parte più vetusta (circa IX secolo) è quella anteriore, di forma quadrata con otto colonne, mentre quella più arretrata è in stile romanico (XII secolo). L’ambiente ospita due interessanti sarcofagi in marmo greco: a sinistra una bellissima opera di tipo romano, sormontata da un coperchio con le duplici figure distese dei Santi Simone e Taddeo (che qui sarebbero sepolti).

    

A destra un altro bellissimo sarcofago romano appartenente alla sepoltura di due coniugi (ai lati S. Pietro e Paolo). Le guide in loco sapranno fornire tutte le spiegazioni, tuttavia vogliamo darne alcune di carattere archeoastronomico, che probabilmente pochi conoscono (e che le guide non danno). Partiamo dalla posizione in cui si trova la chiesa di S. Giovanni in Valle, in salita, circondata da un tessuto urbano medievale (lasciate perdere l’auto perché non vi sono parcheggi). Rifacendoci agli studi di Alberto Solinas, abbiamo constatato che egli non manca di recuperare le teorie di Umberto Grancelli il quale, nel suo “Piano di fondazione di Verona Romana”, peraltro già citato in questo nostro lavoro, afferma che la Chiesa di San Giovanni in Valle è un caposaldo per l’orientamento della costruzione dell’ impianto della Verona Romana nell’ansa dell’ Adige. Gli auguri romani avevano impostato l’orientamento della città sul tramonto del sole al solstizio invernale e il suo percorso, verificato dallo stesso Solinas, è il seguente: Chiesa di Santa Lucia Extra, Chiesa di Santa Lucia in Corso Porta Palio, Capitello di Piazza delle Erbe, San Giovanni in Valle, il Piloton di Montorio[23], la Chiesetta di San Giovanni Battista sul Pian di Castagnè. Pertanto Grancelli aveva ragione. Ecco come ne scrive A. Solinas: “Il sacerdote romano nel giorno del solstizio d’inverno, per indicare l’orientamento della città, si era posizionato dove sorge oggi l’attuale Chiesa di San Giovanni in Valle che si trova a 70 m. sul livello del mare, (in via Fontana del Ferro n° 3 vi sono tracce delle sabbie dell’ Adige di circa 13-14 mila anni fa). Pertanto il sacerdote romano poteva quindi vedere tramontare il sole sul piano dell’orizzonte proprio dietro al punto in cui è stata costruita la primitiva Chiesa di Santa Lucia extra, che si trovava allo stesso livello altimetrico ( 70 metri s.l.m. ) di San Giovanni in Valle[24].

Come stiamo vedendo in questo itinerario, non si tratta per noi soltanto di “curiosare” nelle chiese del progetto e arricchirci spiritualmente immergendoci nella loro atmosfera sacra, ma di recuperare un quadro di Verona romana, una città delle origini che ancora si fatica a definire ma che nuovi studi potranno confermare e mappare.

Accesso: Via S. Giovanni in Valle (timbrate la credenziale…)

La Fontana di Ferro

Questo luogo pittoresco ed enigmatico si trova sulla strada che conduce alla chiesa di S. Maria di Nazareth, come la Fontana della Vergine a Nazareth di Galilea. Questo dice la nostra mappa/credenziale. Ma per arricchire il percorso che è anche storico-artistico e simbolico, vogliamo saperne qualcosa di più. Accanto alla grata di ferro della Fontana, si trovano delle nicchie che sembrano essere appartenute a pratiche devozionali antecedenti il cristianesimo, connesse alla natura. Effettivamente la sorgente è millenaria e i veronesi da sempre attingono quest’acqua per la sua rinomata salubrità. Il toponimo non è dato, come si potrebbe ritenere vedendola, dalla grata di ferro che ne chiude l’accesso, dal nome della dea Feronia, divinità della fertilità protettrice dei boschi e delle messi, in accordo con il carattere mistico del luogo dove in epoca romana venivano celebrati rituali propiziatori[25]. Ecco, ci pareva, infatti…

L’acqua che scendeva dalla Fontana del Ferro veniva raccolta da una grande cisterna sotterranea (prima metà del 1400), la cui presenza dà nome alla omonima piazza (piazza della Cisterna). Si vede ancora il pozzo integro, al quale la popolazione del rione si serviva, anche perché rimase in funzione per secoli, fino alla fine del 1800. Lungo la salita si incontra l’ex-villa Francescatti, una nobile e stupenda dimora cinquecentesca che appartenne alla famiglia dei Della Torre, quindi degli Algarotti, Zenobio, Odoli, Dal Bovo, Palazzoli ed infine ai Francescatti, che nella seconda metà del XX secolo l’hanno donata alle Suore della Sacra Famiglia. Dopo un lungo periodo di abbandono, è stata recuperata e restituita al suo antico splendore. Nelle sale è installato l’ Ostello della Gioventù, considerato uno dei  più belli d’Europa!

Accesso: libero, lungo la Salita di Via Fontana del Ferro

 

Chiesa di Santa Maria di Nazareth. Rappresenta simbolicamente il luogo dove l’Arcangelo Gabriele annunziò a Maria Vergine l’arrivo del Figlio Gesù. Antica residenza estiva dei Vescovi veronesi, oggi la chiesa è nota come Casa del Don Calabria. Su questa chiesa non esistono molte notizie. Sappiamo che mantiene ancora il suo originario nome che la lega a Verona Minor Hierusalem, ad opera dei crociati veronesi.

Attualmente è sede del COV – Nazareth (Centro orientamento vocazionale, scuole superiori e teologia), che fa capo alla Comunità fondata da don Calabria, figura carismatica che vedremo meglio parlando della chiesa di San Zeno al Monte. Immersa in un contesto isolato e pittoresco, circondato dalla vegetazione e strapiombante da un lato, il complesso risulta esistente dal 1202 come un “casale” di proprietà del cardinale Adelardo II, vescovo di Verona (1188-1214). La chiesetta, dedicata a Santa Maria di Nazareth, fu costruita nel XIV secolo in stile romanico. Nel XV secolo, per volontà del Vescovo umanista Ermolao Barbaro (1453-1471), fu ingrandita.

Dopo essere passata di mano, nel XIX secolo tutto il complesso cadde nell’oblio a causa delle contese tra francesi e austriaci. Fu San Giovanni Calabria, con grande fiducia nella provvidenza, a riportare splendore nel complesso, volendo realizzare il grande desiderio di formare giovani anche indigenti al sacerdozio, secondo lo spirito evangelico. “Concepiva Nazareth come luogo dove anzitutto scoprire la volontà di Dio sulla propria vita. Era convinto che la formazione impartita a Nazareth fosse una grande grazia sia per coloro che diventavano sacerdoti, sia per coloro che – come ex allievi – formavano col matrimonio una famiglia in seno alla società[26].

Nel 1930 la chiesa di S. Maria di Nazareth fu ridonata al culto e consacrata dal vescovo di Verona Girolamo Cardinale. San Giovanni Calabria amava in modo privilegiato questo posto, dove si intratteneva più giorni, soggiornando nella sala vescovile al primo piano. Come sappiamo, questa era stata una residenza estiva per i vescovi di Verona e, nel XVII secolo, questa sala del I piano era stata fatta affrescare da Agostino Valier (1531- 1606; vescovo dal 1565 al 1606).

La chiesetta è inserita in un complesso architettonico costituito da più edifici (nel cortile è visibile un bel pozzo) ed è una costruzione armoniosa, preceduta da un ampio portico colonnato. Un corto protiro sormonta il portale di ingresso; i muri sono a corsi di tufo e di cotto, in stile romanico. “Nella navata vi sono interessanti affreschi raffiguranti santi, probabilmente del XIV secolo. Nell’abside domina una grande crocifissione ad affresco monocromo degli inizi del Seicento, realizzata con straordinario effetto chiaroscurale, forse opera del Ligozzi[27]

Accesso: Piazzetta S. Maria di Nazareth. Meglio arrivare a piedi perché, pur potendo giungervi  in macchina, non c’è parcheggio. Dalla Fontana del Ferro ci si inerpica per Via Nazareth. La chiesa è comunque raggiungibile anche dalle altre chiese, come la mappa che avrete tra le mani vi illustrerà. Ricordarsi di far timbrare la credenziale perchè siamo a quota 7 e manca soltanto un'altra chiesa per completare l'ogdoade....

Le Mura scaligere

Dalla Chiesa di S. Maria di Nazareth si può spostarsi lungo un tratto delle Mura scaligere e, seguendone l’andamento, raggiungere in qualche chilometro l’ultima delle chiese dell’itinerario, l’ottava, S. Maria di Betlemme (oggi San Zeno al Monte). Prima però è doveroso fare un breve riferimento alle Mura, che probabilmente ben pochi conoscono e infatti non si trovano turisti, ma soltanto alcuni escursionisti. E’, del resto, un percorso stimolante, immerso nella vegetazione, e fuori dai circuiti di massa, sul crinale della collina che Cangrande I della Scala fece fortificare nel XIV secolo per difendere la città da eventuali attacchi da quel lato. L’opera era stata precedentemente avviata da Alberto I della Scala. La massiccia cinta comprende cortine, torri e fossato, scavando il quale si ricavò materiale per costruire la muraglia, che si elevava originariamente per circa 8,5 metri, con uno spessore di un metro e mezzo. Le mura vennero rinforzate sotto il dominio veneziano nel XVI secolo e,nel 1800, dagli Austriaci. Le Mura sono in discreto stato conservativo ma solo in alcuni tratti[28]. Un paesaggio “nascosto”, fuori dai soliti luoghi comuni veronesi…

Chiesa di Santa Maria in Betlemme, oggi San Zeno in Monte. Questa chiesa è nota anche con il nome di San Zeno in Monte e rappresenta sicuramente un pezzetto di Verona semi-sconosciuto ai turisti. Provvisto, tra l’altro, di una Scala Santa, oasi paradisiaca, nel progetto Verona Minor Hierusalem, simboleggia il luogo dove nacque Gesù Cristo. Anche se non conserva più nulla delle proprie antiche origini, la chiesa di S. Maria di Betlemme si trovava un tempo ai margini della città, lungo la via Gallica. Sicuramente era già esistente nell’anno 805, quando venne ingrandita e venne annesso anche un monastero. Consacrata l’anno successivo alla presenza del re franco Pipino il Breve, fu nuovamente ampliata nel corso del Mille, e venne aperta una cripta. Il sisma del 1117, che come abbiamo già visto procurò molti danni, causò la distruzione dell’edificio che venne ricostruito e ampliato a  più riprese (nel 1200, nel 1300 e nel 1500). Il monastero fu soppresso nel 1770 perché i frati erano rimasti in pochissimi e il colpo di grazia arrivò dai soldati napoleonici, che saccheggiarono la struttura ma… una nuova vita era in serbo per il complesso.

         

Don Calabria, sacerdote nato a Verona come Giovanni Calabria nel 1873 e morto nel 1954, iniziò la propria attività ufficiale il 26 novembre 1907, quando accolse in una piccola casa di Vicolo Case Rotte a Verona, sette bambini poveri e abbandonati. Negli anni seguenti il sacerdote veronese fondò molte altre Case e scuole con un’attenzione particolare per gli orfani e i ragazzi in difficoltà, che lui chiamava “Buoni Fanciulli”. Divenuta troppo piccola, la casa precedente venne lasciata per trasferirsi a San Zeno in Monte, dove oltre alla chiesetta, si può oggi visitare il vasto complesso[26], dalla cui terrazza si gode un panorama stupendo e indimenticabile.

Dopo aver sostato estasiati nel piccolo chiostro, si può accedere gratuitamente alle stanze di don Calabria, dove egli visse e ottemperò al suo mandato. Inoltre,  in varie sezioni, sono esposti oggetti sacri, documenti autografi, corrispondenze, paramenti, ecc. appartenuti al religioso, che venne dapprima beatificato da papa Woityla nel 1988 (a Verona) e in seguito da lui canonizzato il 18 aprile 1999 (in P.zza San Pietro in Vaticano). La sua tomba si trova in una Cappella della piccola chiesa, dove riposa anche il suo primo grande e magnanimo collaboratore, il conte Francesco Perez. Fu costui a donare a don Calabria la proprietà, nel 1908, affinché vi insediasse la Casa dei Buoni Fanciulli. Da allora appartiene alla Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria, che da allora ha accolto gratuitamente migliaia di ragazzi poveri e in difficoltà, basando tutto il suo apostolato sul trinomio pedagogico: chiesa, scuola, lavoro.

Accesso: Via San Zeno in Monte, 23. Si può arrivare 1) percorrendo la Scala Santa dal basso verso l’alto (partendo da vicolo Pozzo, a pochi passi da piazza Isolo - dove ci sono i parcheggi sotterranei – verso la collina. Il percorso è un’antica Via Crucis strutturato come una lunga scalinata in pietra bianca che gli abitanti del borgo risalgono in preghiera durante le celebrazioni della Settimana Santa[27], con le stazioni infisse nella parete che costituisce le fondamenta del soprastante Istituto Buoni Fanciulli. 2) Se ci trova nei pressi dalla Fontana di Ferro o della chiesa di S. Maria di Nazareth, si prosegue lungo le Mura scaligere per circa 1 Km e si arriva fino alla zona di San Zeno in Monte, dinnanzi alla casa madre dell'Opera don Calabria. Qui ricordatevi (ci mancherebbe altro) di farvi timbrare la credenziale con l'ottavo e ultimo timbro!

Con questa ultima chiesa abbiamo concluso il nostro ricchissimo itinerario che ci ha fatto scoprire chiese, storia, contesti, leggende e paesaggi mai visti prima. Ci ha nutrito di arte sacra, architettura, mistero. Ci ha permesso di immergerci in una Verona nascosta e millenaria, fortemente viva e pulsante.

(Autrice: Marisa Uberti. Vietato riprodurre foto e articolo senza autorizzazione o citazione della fonte e della relativa bibliografia)

 


[1] Il 26 Novembre 2016 e proseguirà finchè si riuscirà a garantire la copertura dei turni da parte dei volontari che si sono impegnati a tenere aperte le chiese, dal giovedì alla domenica, dalle 10 alle 18. Gli orari possono variare ed è quindi consigliabile consultare il seguente sito ufficiale: http://www.veronaminorhierusalem.it/it/16-Info-utili/20-Visite-e-Orari.html

[2] Verona Minor Hierusalem è un progetto ideato e presentato dalla Diocesi di Verona e dalla Banca Popolare di Verona

[3] Un legame ribadito da un sigillo del 1474 degli Statuti Veronesi (v. http://www.veronaminorhierusalem.it/it/15-News-and-Press/22-News/36-UN-SIGILLO-CHE-LEGA-DUE-CITTA%E2%80%99.html). Prima di allora, la città ebbe un altro sigillo che presentava delle mura con tre torri sormontate da tre croci (riferimento al Calvario). L'iscrizione presente sul sigillo del 1474 recita: "die sabbati XXVI februarii 1474 in consilio duodecim deputatorum congregato de licentia magnifici domini potestatis in quo interfuerunt due partes et ultra; presentibus etiam dominis provisoribus: De litteris circa sigillum deliberata fuit hec inscriptio videlicet: Verona minor Hierusalem Di. Zenoni Patrono” ("il giorno di sabato 26 febbraio 1474 nel consiglio dei dodici deputati riunito su autorizzazione del magnifico signore podestà, al quale parteciparono due parti e oltre; presenti pure i signori provveditori, riguardo alle lettere attorno al sigillo fu deliberata questa iscrizione, cioè: Verona Gerusalemme minore d(dedica) a Zeno patrono".

[6] E’ questo l’anno in cui gli storici fanno ufficialmente risalire la fondazione della colonia romana di Verona, che divenne Municipium nel 49 a. C.

[7] Di questi templi e luoghi si parla ancora nel cosiddetto “Ritmo pipiniano”  (Versus de Verona), redatto alla fine dell’VIII secolo. Descrive una Verona medievale che venne in seguito parzialmente distrutta dal terremoto del  3 Gennaio 1117

[8] Di questa chiesa si sa che era separata originariamente da quella di S. Siro tramite una stradella. Fu poi riunita alla seconda, formando una chiesa sola

[9] Durante gli scavi per la realizzazione della caserma austriaca fu ritrovata una statuetta integra di questa divinità, alta 1, 5 m (conservata in un Museo Svizzero, fonte http://cittadiverona.it/guide/monumenti/castel-san-pietro.php

[10] Il campanile del XII secolo e, lungo l’Adige, una porzione del chiostro ricostruito, appartenuto al vecchio monastero

[12] Le sue reliquie, oggetto di enorme devozione fin dal momento della morte per via di miracoli che si sarebbero verificati, si trovano nella chiesa di S. Eustorgio a Milano

[13] Tra la chiesa e il ponte sono recentemente venuti alla luce resti di un muro a L e un probabile lastricato romano

[14] Alimentato dalle tante sorgenti della zona, di cui resta il toponimo nella Via delle Fontanelle

[15] Chiesa sorta all’inizio del 1500 per proteggere un’ icona mariana, dipinta su un portale delle mura scaligere

[16] Sul secondo pilastro interno sono riportati i nomi di 11 vescovi veronesi sepolti nella cripta, oltre a diverse reliquie, come quelle della venerabile vergine Placidia, un frammento della Croce della crocifissione di Gesù Cristo, i capelli della Madonna (fonte L’Arena, estratto di p. 23, 11 novembre 2016, “Santo Stefano: la chiesa dalle tre vite”)

[17] La dipendenza cessò nel 1756, quando il Patriarcato venne abolito

[19] Rimasto poi come tradizione, perpetuandosi

[20] La chiesa di San Giovanni in Foro, lungo Via Borsari, è dedicata a San Giovanni Evangelista

[21] Per approfondire si veda “La chiesa di San Giovanni in Valle a Verona”, relazione storico-architettonica, della prof.ssa Daniela Zumiani http://www.webalice.it/arch.ezorzi/gallery/indagini_sgvalle/SanGiovinValle.pdf

[22] In realtà doveva essere la parte più antica, del V-VI secolo d.C.

[24]Verona: la chiesa di S. Giovanni in Valle e la sua  misteriosa origine ariana”, Alessandro Solinas, 11 dicembre 2008 http://www.veja.it/2008/12/11/verona-la-chiesa-di-san-giovani-battista-in-valle-e-la-sua-misteriosa-origine-ariana/

[25] http://www.verona.net/it/itinerari/un_borgo_tra_storia_e_leggenda.html

[26] Natale 1930 Natale 2000. Nazareth compie 70 anni!  ne “L’Amico”, periodico dell’Opera don Calabria, n. 6, novembre-dicembre 2000, Anno LXXI, p. 6

[27] ibidem

[28] Per approfondimenti www.doncalabria.org

[29] Ancora oggi, durante la Settimana Santa, i fedeli della vicina chiesa di San Giovanni in Valle celebrano qui la Via Crucis

[30] Per conoscere il complesso sistema difensivo di Verona consultare il sito https://it.wikipedia.org/wiki/Mura_scaligere_di_Vero

 

 

Argomento: Verona Minor Hierusalem

Nessun commento trovato.

Nuovo commento