Le due Creazioni

                                            (Carlo Massimo Fabrizio Capone)

 

Le due Creazioni: Genesi 1,1 -2,4
Genesi 2,4-22

 

Il primo libro della Torah, ”Genesi” inizia con la Creazione, ma nel leggerlo ci imbattiamo in due differenti narrazioni degli stessi eventi, addirittura con due stili narrativi diversi.
Per capire questa apparente incongruenza è necessario risalire alla datazione del Libro, ma si scontrano due avverse correnti di pensiero.

  • Secondo la tradizione ebraica, il libro della Genesi sarebbe stato scritto da Mosè in persona nel deserto e fu completato nel XV sec. a.e.v. (=avanti l'Era volgare) se consideriamo la cronologia lunga (faraone Tutmosis III), o nel XIII sec. a.e.v. per la cronologia corta (faraone Ramesse III).
  • Secondo l'ipotesi cosiddetta “documentale” o teoria JEDP [I], la redazione della Thorah sarebbe opera di autori ignoti, collocabile tra il VI-V secolo a.e.v. al ritorno in Giudea dopo la cattività Babilonese, rimettendo in ebraico precedenti tradizioni orali e scritte.

 

Secondo questa teoria, formulata da Jean Astruc (1) in pieno illuminismo, i passi in cui D*o è chiamato Yahweh proverrebbero da una fonte e quelli in cui figura come Elohim da un’altra. Queste fonti vennero denominate rispettivamente “J” e “E”. Successivamente altri studiosi proposero ulteriori fonti, posteriori all’epoca di Mosè: la “D” (“deuteronomista”) e la “P” (“sacerdotale”, in inglese “priestly”). Questa ipotesi documentale cerca di spiegare su basi razionali le differenze tra le due Creazioni.

La prima versione della Creazione (Genesi 1,1- 2, 4 fino alla parola בּהבּראם /behibbar’am/: queste sono le generazioni del cielo e della terra nella loro creazione) sarebbe stata composta a Gerusalemme, poco dopo il ritorno dall’esilio babilonese (538 a.e.v.). In essa D*o viene chiamato Elhoim.
La seconda versione della creazione (Genesi 2, 4-22 a partire dalla parola בּיום /beyom/: in quel giorno), probabilmente di origine edomita, sarebbe precedente all’esilio di forse 500 anni; in essa compare il Tetragramma affiancato a Elhoim

Le differenze più marcate tra le due versioni si riscontrano nell’ordine di creazione:

 

 


La prima Genesi, nel suo ordine di sette giorni finalizzato all’introduzione e all’osservanza del sabato, propone un D*o che crea con la parola ויאמר /vayyo’mer/ cielo, terra, luce, sole, luna, grandi animali acquatici (alligatori), uccelli, grandi animali terrestri, rettili. Nelle religioni politeistiche c’è un idolo per ogni essere vivente e uno stuolo di dei sopra di essi: sole, luna, stelle, cielo, terra, abisso, acqua, mare, etc. Il
D*o degli ebrei crea per primi proprio gli altri dei, riducendone così la potenza e affermando la propria unicità.
Quando deve formare l’uomo non usa la parola ma lo “fa”, נעשׂה /na’aseh/ “faremo adam con la nostra immagine e il nostro carattere”.
La creazione viene presentata come la prima fioritura del mondo, una stagione primaverile, quando uccelli e animali si accoppiano; la versione babilonese fece della primavera la stagione della creazione e durante la cattività, il primo giorno di Nissan (inizio della primavera) diventò il capodanno ebraico (3).

La seconda versione della creazione è più vaga e si presenta in negativo: “Ogni arbusto dei campi non era ancora sulla terra, ogni erba dei campi non era ancora germogliata perché Adonai Elohim non ha ancora fatto piovere sulla terra e non c’è adam per lavorare la terra, un vapore salirà dalla terra per irrorare tutta la faccia del suolo”.
L’uomo viene fatto da D*o con la polvere della terra inumidita dal vapore, ma fino a quando non riceverà il soffio divino non sarà neppure un essere vivente נפשׁ חיה /nefesh hayyah/.
Questa Genesi assomiglia molto alla versione epica sulla creazione nota col nome Enuma Elish ("Quando nell’alto") (3) scritta nella prima parte del secondo millennio a.e.v. su sette tavolette cuneiformi.
Come in Enuma Elish la stagione della creazione si situa alla fine di una lunga estate con l’universo disseccato dal sole, arido e deserto, quando sta per cominciare l’autunno con il primo segnale di pioggia dato dalla nebbia.

Nel primo secolo e.v. il rabbino Eliezer fece prevalere la sua opinione fra gli ortodossi e fu stabilito che il primo giorno di Tishrì (alla fine dell’estate) fosse il primo giorno del primo anno di D*o.
Negli ultimi decenni l'ipotesi documentale è stata sottoposta ad accesa critica da parte di nemerosi studiosi:
secondo Gary Rendsburg (4) la Genesi è molto più uniforme e meno frammentaria di quanto generalmente si assuma, rendendo "irragionevole" l'ipotesi documentaria; William MacDonald (5), nel suo Commentario, si dilunga sulla ricerca delle fonti e citando Harrison chiude la sua introduzione:
“Il Pentateuco è una composizione omogenea in cinque volumi, non un agglomerato di opere distinte o addirittura soltanto casualmente attinenti. Esso descrive, in un contesto generalmente accolto come storico, il modo in cui Dio si rivelò agli uomini e scelse gli Israeliti per una funzione speciale e come testimonianza per il mondo nel corso della storia umana”.

 

  • Considerazioni personali

 

La Bibbia, come oggi la conosciamo, è il frutto di successive traduzioni di un antico testo unico, originale, scritto in ebraico e aramaico.
Il Sefer Thorah custodito nell’ Aron hakodesh (armadio sacro) delle sinagoghe, dovrebbe essere una copia fedele del testo originale; oggi possiamo solo confidare nell’abilità dei copisti, Soferim, nel non commettere errori.
Compiuto questo atto di fede, ci troviamo di fronte ad un’opera che rimanda la luce riflessa del Primo Lavoro.
A Firenze, in piazza della Signoria, campeggia imponente il Davide; è una copia, l’originale è al riparo nella Galleria dell’Accademia. Sia pur appannata dalla patina del tempo atmosferico, quest’opera ci permette di rivivere le stesse emozioni di quando, al suo posto, Michelangelo pose il suo marmo. Come sarebbe piazza della Signoria se al posto della “copia” del Davide venisse collocata una “interpretazione-traduzione”
dell’opera originale?
Possiamo disporre oggi di traduzioni interlineari dei testi ebraici, parola per parola, e la lettura di queste traduzioni non è agevole, non solo perché si leggono da destra verso sinistra ma soprattutto perché non è facile rendere completamente il senso autentico che una parola, a volte anche solo una preposizione, esprime nel suo contesto originale. Questa difficoltà mi è apparsa evidente quando ho confrontato una traduzione
interlineare in inglese con una in italiano; la sensazione era quella di avere di fronte due testi differenti. Leggere quindi i versetti di Genesi, resi amichevoli da successive traduzioni e interpretazione non è lo stesso di ciò che fece Esdra quando cominciò a leggere il Sefer Thorah nel cortile tra le rovine del Tempio.
L’enorme fatica Talmudica ci dice quanti e quali sforzi siano stati compiuti per non perdere neppure una sfumatura della scrittura sacra, senza scomporla, preservandone anzi l’integrità. Effettuare una autopsia su un organismo non permetterà più di studiarne la fisiologia.
Penso che la Bibbia sia un organismo vivente, se scegliamo di vivisezionarla ne potremmo ricavare dettagliate informazioni sulla struttura, ma perderemmo per sempre il privilegio di sentirla respirare.

 

Nota:

I. Teoria JEDP o Teoria Documentale

 

 

Bibliografia


1. Jean Astruc. Conjectures sur les memoires originaux dont il paroit que Moise s'est servi pour composer
le livre de la Genese, pubblicato in Brussels e Paris in 1753
2. R. Graves, R. Patai. I miti ebraici. Longanesi Milano 1980, pag 28
3. J. Bottero - S.N. Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia, Einaudi Milano 1992, pp. 642-695
4. Gary A. Rendsburg, The Redaction of Genesis, Winona Lake, IN: Eisenbrauns, 1986, p. 105.
5. William MacDonald Il commentario biblico del discepolo – Antico Testamento, Christliche Literatur-Verbreitung 2013, Bielefeld (Germany)

 

(Autore: Carlo Massimo Fabrizio Capone, pubblicato in marzo 2014)

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