Il campanile del duomo di Siena

                                         (Andrea  Tigli)

 

 

Fin dal primo incontro è stato premesso che l’argomento Duomo di Siena è vasto quasi come l’universo ed i motivi o i particolari per approfondirne la lettura rimangono innumerevoli; per chi tuttavia fosse ancora interessato a guardare ed udire, permane l’invito a rintracciarne qualche altro messaggio.
Moltitudini di storici, architetti, critici d’arte, geologi, archeologi, ognuno nel proprio campo e con le proprie esperienze, lo hanno approfonditamente esaminato alla ricerca di notizie e segreti nascosti o dimenticati. Cosa mai un semplice dilettante, pur se entusiasta, potrebbe sperare ancora di percepire nel capolavoro in questione? Assolutamente niente… adoperando quegli strumenti che mani senz’altro più abili delle sue hanno già maneggiato.
Con l’utilizzo di altre chiavi può invece sperare di provare ad aprire quelle porte invisibili che offuscano completamente ad occhi assuefatti ad accettare e vedere solo “il dimostrabile”, cose diverse, cose che prima di tutto devono essere percepite. Già l’Alchimia identificava due strade per giungere al compimento dell’Opera: la via operativo/scientifica e quella intuitiva, definite la Via Secca e quella Umida; potremmo quasi azzardare quella mascolina e quella femminina…
Chi accetta il gioco di porsi su piani diversi e, primariamente, sul piano di chi 800 anni fa viveva e ragionava coltivando convinzioni e logiche che erano esattamente opposte alle odierne in cui ci premuriamo soltanto di asservire la materia alle nostre necessità anziché di darle un’anima, è sulla giusta via per provare a pervenire alla meta. Nessuno può assicurare che sarà raggiunta, ma il bello della vita è proprio quello di viverla.
Molto tempo è occorso di osservazioni, studio e riflessioni per dare una lettura, ribadisco assolutamente personale, di alcuni dei simboli e dei significati raffigurati nel Duomo. Assai più arduo è stato riuscire ad arrivare a percepire cosa rappresentasse il campanile. Ogni campanile in generale, ma soprattutto questo in particolare.
Focalizzando quindi la nostra attenzione su quella parte della struttura che è la più visibile e conseguentemente la più identificabile, ci accorgiamo che è da tutti la più trascurata. Chissà perché questo accade: forse perché “IL” campanile fa da contraltare a “LA” chiesa ed il mondo femminile, come noto, ha sempre molti più motivi per farsi ammirare; forse perché la chiesa è l’edificio principale dove trovano la loro collocazione ricchezze e capolavori; forse perché si espande interamente sulla terra e ci è più facile immedesimarvi, mentre il campanile, con la sua tensione verticale, ci rimane più ostico essendo lì a rammentarci il nostro non semplice dovere di assimilazione con il Tutto.
Non vale neanche, congetturando sulla loro forma ed estensione, l’assimilazione con un dolmen ed un menhir.
Chissà perché, ma questo è il comportamento preminente.

                    
 

 

Se interpelliamo la TRECCANI ENCICLOPEDIA, Guido Zucchini offre la seguente descrizione:

CAMPANILE. (fr. clocher; sp. campanario; ted. glockenturm; ingl. bell-tower). - Il campanile inteso come costruzione elevata per diffondere il più lontano possibile il suono delle campane (vera chiesa delle campane, come lo chiama Giovanni di Garlande nel suo Dizionario, 1245), per chiamare i fedeli a raccolta, per commentare quasi i riti, per indicare da lungi il luogo di Dio, è opera essenzialmente italica e non anteriore al sec. IX. Col corso dei secoli diventa l'espressione del fervore religioso e mistico simbolo, secondo Sicardo Cremonese (Mitrale, sec. XII), del sacerdote, che sveglia col suono delle campane le coscienze dei cristiani (v. campana).
Vano sembra ricercare se esso ebbe origine dalle torri romane che spesso fiancheggiavano le opere militari e le porte delle città (mura di Torino, torre di S. Secondo ad Asti, ecc.) o dai fari, tra i quali famoso quello costruito nell'isola di Faro da Tolomeo Filadelfo o, cosa più probabile, dalle stesse torri che, nei primi secoli dopo il riconoscimento della religione cristiana fatto da Costantino (Editto di Milano, 313 d. C.), sorsero sulle facciate delle chiese o compenetrate al loro corpo, quali organi di difesa e nel contempo atte, mediante piccole scale circolari, a render praticabili le parti superiori delle nuove costruzioni. Esempi di torri scalarie nella facciata di edifici erano dati dalle terme romane d’Agrippa, di Severo, di Tito I più antichi campanili esistenti in Italia sono quelli di Ravenna (circolari in S. Apollinare Nuovo, in S. Apollinare in Classe, nel Duomo, in S. Maria Maggiore,. ecc.; quadrati in San Giovanni Evangelista e in S. Pier Maggiore ora S. Francesco); già creduti del sec. VI e riconosciuti ora come appartenenti al sec. IX o tutt'al più allo scorcio del sec. VIII. Il tipo di queste prime torri campanarie ravennati, che prese origine più dalle antiche torri scalarie che dai fari, è assai semplice e rozzo: la muratura è di mattoni sottili, a grossi letti di calce e senza alcun ornamento: solo in quello di S. Francesco (fine del sec. IX) i pilastri angolari, muniti di controlesena, rompono l'uniformità del paramento murario; le finestre, ad arco tondo, in basso monofore, poi bifore e infine trifore nell'alto, senza alcuna decorazione, derivano dagli archetti ravennati che nei più antichi monumenti collegavano tra loro lesene verticali con ritmo assai largo (mausoleo di Galla Placidia, Battistero, ecc.): nelle polifore le colonnette marmoree offrono un largo piano di posa ai grossi muri degli archi mediante un pulvino ad ovolo da cui derivarono i capitelli a gruccia così usati poi nelle finestre dei campanili romani".

 

                                            

 Antica torre campanaria del Battistero di Neon, chiamato anche il Battistero ortodosso, è il monumento più antico di Ravenna

                   

                          

 

Reperire poi notizie su quello senese ha del miracoloso essendo in pratica inesistenti e se sul Duomo sono stati scritti milioni di parole, sul suo campanile si trova solo che:
“In stile romanico, fu costruito nel 1317, su disegno di Agostino di Giovanni e di Angelo Ventura; venne innalzato sui fondamenti di una antica torre del contiguo palazzo Bisdomini-Fonteguerri. Restaurato già nel 1389, ebbe un nuovo restauro nel 1404, efficace al punto che il campanile non abbisognò di altri interventi fino al terremoto del 1789. Il campanile ha sei piani di finestre che procedono dalla monofora del primo piano fino all’esafora del sesto piano; questa disposizione tende ad alleggerire la mole del campanile. (da www.upd.siena.it: Il campanile del duomo Siena)”.
Lo stesso Enzo Carli nella sua prestigiosa opera “Il Duomo di Siena”, edito nel 1979 a cura del MPS, dove tratta in maniera estremamente particolareggiata ed erudita della cattedrale ripercorrendo tutto lo scibile espresso nei secoli fino a quei giorni, dedica alla torre campanaria solo alcune righe ove affronta principalmente la differenza fra quello che avrebbe potuto essere, secondo il disegno su pergamena ritrovato nel Museo dell’OPA e pressoché identico a quello progettato da Giotto per la chiesa di S. Maria del Fiore a Firenze, e l’attuale. Conclude, dopo aver ampiamente riportato le varie diatribe sorte sulle attribuzioni e gli studi relativi, con queste testuali parole: “… il quale, con le sue fitte zebrature bianco-nere e con i sei ordini di finestre che, all’uso romanico-lombardo, da monofore vanno progressivamente aumentando fino alle esafore della cella campanaria, sta benissimo anche così”.
Una conclusione squisitamente “campanilista”, ma altrettanto poco esaustiva.
Fin da piccolo quando nelle gite domenicali con la famiglia visitavo “chiese et castella” del territorio senese e della Toscana in genere, non mi distraevo con i-pad o mp3 (anche perché erano di là da venire) ma osservavo attentamente con i miei occhi curiosi di fanciullo quello che dal finestrino delle prime FIAT mi scorreva davanti. I tesori di questa terra si sono impressi fin da allora nelle mie pupille e da adulto mi sono accorto che una cosa forse più delle altre aveva attratto la mia attenzione: i campanili. Freud ha ovviamente una sua spiegazione ad hoc già pronta in merito. Chissà però se saprebbe anche spiegarmi come mai la mia attenzione era ammaliata principalmente dal numero delle aperture che li contraddistinguevano… Proprio quelle monofore o bifore o trifore che “casualmente” ogni costruttore aveva deciso di inserire in queste torri religiose rapivano la mia attenzione e senza rendermene conto cominciai a constatare, per un semplice passatempo, che ben raramente le aperture avevano un aumento matematico come indicato. Piuttosto alcune erano sviluppate in un modo che poteva sembrare caotico, altre ordinate numericamente ma più ridotte fermandosi al massimo alla quadrifora. Discorso a parte meritano poi quei campanili “completati” da mani diverse in tempi postumi che vanno a rompere, in maniera percepibile anche dai più distratti, lo stile e l’armonia iniziali come accade nel Duomo di Modena.
Trascuriamo intenzionalmente gli “abbellimenti” dei secoli XVII e XVIII.

 

                   

 

 

Mai in nessun campanile, in Italia come in Europa, risulterebbe riscontrabile uno sviluppo numerico dove la trifora tiene il suo terzo posto tra le plurifore che salgono con i diversi piani dalla monofora alla esafora come avviene nel Duomo di Siena. Uno dei pochissimi, se non l’unico, che traccia uno sviluppo analogo è quello del Duomo di Massa Marittima (GR) allora senese: ma pur sforzandoci di attribuire ad una delle fessure più ime la dignità di monofora, la progressione perfetta si estingue nella doppia pentafora terminale.

 

Il duomo di Massa M.


Essendo il nostro fine quello di provare a desumerne una esegesi, iniziamo con l’analizzare la forma di queste torri campanarie: essa è inevitabilmente a parallelepipedo o cilindrica. Di ovali o assai più audaci ne possiamo trovare solo in tempi a noi molto più vicini quando, ormai completamente tralasciata la cultura della sacra geometria, ogni parroco “yé-yé” ha potuto sbizzarrirsi assecondando geniali architetti nella realizzazione di qualunque oscenità.
Fin dalle più antiche scuole esoteriche il quadrato, il 4, è associato all’uomo, alla terra, al mondo fisico, ai quattro elementi, così come il tondo, o meglio la circonferenza, è associato alla perfezione e quindi al divino. (ci siamo mai domandati perché i pianeti, le lune, gli astri siano tutti immutabilmente sferici? E perché le loro orbite sono senza eccezione curvilinee?)
Al di là di Ravenna, ricordiamo un solo campanile realizzato in forma cilindrica. La spiegazione la possiamo forse intuire nell’ambizione del popolo pisano che, essendosi addirittura trasportato per nave dalla Palestina la terra per l’annesso cimitero, si sia sentito autorizzato ad erigere un campanile non nella consueta forma quadrata che dalla terra raggiungesse il cielo, ma circolare ovvero che dal cielo calasse su Pisa.

 

                       
 

Chissà, magari “qualcuno” ricordando Babele, l’ha reso così instabile e pericolante infastidito da tanta vanità.
Una brevissima riflessione. Come possiamo chiaramente notare i piani con le loggette che ornano la costruzione sono sei più quello della base, connesso alla materia, di dimensione identica ma ad archi ciechi, ed uno più piccolo alla sommità: 7 e più verrebbe da pensare…
Nel romanico-lombardo innumerevoli sono le disposizioni delle monofore o plurifore che ornano i campanili sui quali possiamo scorgere talvolta una simmetria di 9 finestre per lato come per S. Giusto a Susa o per il Torrazzo cremonese (anche se di aperture ne conteggiamo 12 nell’un caso e nell’altro, ma le ulteriori le classificherei proprio come tali e non finestre o monofore). Il 9, quadrato del 3, è il numero del divino ed anche la Bibbia ci ricorda che 999 è il numero simbolo di Dio così come quello capovolto viene attribuito alla Bestia; secondo Pitagora è il numero della reincarnazione, della materia che incessantemente si scompone e si ricompone, così come ha una sua valenza anche nella Kabbalah e nell’alchimia, soprattutto quella cinese.

 

                      

                   A sinistra: San Giusto (Susa, TO); a destra il Torrazzo a Cremona

 

Ma anche il 10 ha una sua essenza esoterica e divina: ancora Pitagora lo indica con l’espressione “la Gran Madre che tutto abbraccia e delimita” e lo rappresenta in un triangolo equilatero, la TETRAKTIS.

 

                                                           

E’ il 9 + 1, il ricongiungimento con l’Essere, la ricostruzione dell’unità, è Malkut (il regno) ultima Sephirot di quest’Albero che rappresenta il Principio che lega le cose superiori alle inferiori e viceversa e molto altro. (ci offre un’esegesi dei numeri, avvincente a mio avviso, Eugenio Bonvicini nel suo “Esoterismo nella Massoneria Antica” I vol. ed. Atanor).

 

                                                                   

Non è difficile individuare la Tetraktis capovolta nel triangolo formato dalle plurifore con il vertice verso il basso che va così ad incontrare ed a completare lo slancio dal basso verso l’alto del campanile, formando una verosimile stella a sei punte o di Davide e concretizzando la massima ermetica che “è vero, senza errore, è certo, è verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola”.

 

                                                               
Osservando, fra le altre, la disposizione relativa al campanile della Pieve di Rosia, se ne ha una comprensione assolutamente perfetta. Chissà, forse una mano templare, che in quelle zone non era certo assente, ha voluto mettere il suo sigillo sul campanile della Pieve dedicata, oh perbacco, proprio al S. Giovanni che tanta rilevanza ebbe per l’Ordine?

 

Pieve di S. Giovanni Battista / Rosia – Sovicille (SI)

 

 

Ma il “nostro” campanile senese che conta ben sei piani di finestre in perfetto accrescimento, quale significato recondito manifesta? La risposta più ovvia, come visto, è che più si sale verso l’alto e più c’è la necessità di alleggerirne il peso. Razionale, ma opinabile, come ci viene dimostrato dalla stessa Torre del Mangia che svetta a pochi metri di distanza.
Forse è giunto il momento propizio per ricorrere alle nostre ermetiche chiavi invisibili e provare ad inserirle nella toppa invisibile della porta invisibile.
Esaminiamo pertanto queste aperture mettendole idealmente in fila come dei soldatini:1,2,3,4,5,6. No, Fibonacci non ci aiuta.
Dietrofront: 6,5,4,3,2,1. E’ un conto alla rovescia, ma nessun missile è in partenza.
Allora proviamo a sommarle: otteniamo 21.
Le lettere del nostro alfabeto? Improponibile.
La somma del 2 + 1? Banale, essendo questa formula già palesata in quella del 1 + 2.

 Quella del 10 + 11 ovvero la Tetraktis sommata alla Forza Suprema o Trionfo dello Spirito Umano sulla Materia? Potrebbe essere questa un’ipotesi intrigante, considerato anche il rilievo che l’esegesi del numero 11 ebbe in tutte le correnti Gnostiche essendogli attribuita la valenza di Scintilla Divina, e tali correnti non erano certo estranee né ai Templari, né agli stessi costruttori come suggeriscono le convincenti interpretazioni della prof. Anna Giacomini.
Oppure la somma del 12 + 9, cifre che si ottengono sommando le file in alternanza. Valida ipotesi considerando la valenza del 12 quale numero degli edifici palesati nella Gerusalemme Celeste, o le tribù di Israele, o gli Apostoli, o i mesi dell’anno, o le ore del giorno e quelle della notte, o i segni zodiacali ed altro ancora.
Addirittura sommandole tutte otteniamo ( 21 x 4 ) 84, riducibile quindi ( 8 + 4 ) nuovamente al 12, ma…
No, deve esserci dell’altro e la somma di due o più numeri non risultano totalmente persuasivi e poi non può ridursi tutto solo ad un gioco, come non sono solo un gioco la scacchiera e il filetto o le carte.
Perché non dovrebbe esserci un significato riferibile al solo 21 nella sua integrità?
Ma se c’è, qual è?
21, ventuno, vent1, viginti unus, ma insomma parla, deciditi non stare lì muto come il Mosè!
Ti è stata attribuita l’unicità nella cristianità, ti è stata riservata un’attenzione che ben pochi ti hanno dimostrato, cedi alfine e rivela le tue grazie!
La tua forma quadrata l’abbiamo compresa; il significato della cuspide ottagonale non ci è ignoto essendoti indispensabile per connetterti al superiore, a causa di quel passaggio obbligato per cui da ogni transetto (la materia) per giungere alla cupola rotonda che lo sovrasta (la perfezione divina) si frappone un ottagono, massima perfezione umana raggiungibile (i battisteri, i fonti battesimali, il simbolo dell’infinito).
Ma questo bene(male)detto numero 21, quale mistero nasconde?
Qual è il messaggio che i tuoi Costruttori vollero evidenziare affidandolo proprio a te, soggetto tanto discriminato quanto basilare nel corpus del Duomo e della città tutta?
Il tempo trascorre, ma niente lacera gli spessi ed oscuri veli dell’ignoranza.
Poi un giorno, per caso, dalla Bibbia prorompe: “le 21 perfezioni della sapienza”.
Per tutti i lapicidi “bingo”! Ecco quale era il tuo segreto!
Anzi non segreto, semplicemente il tuo messaggio oscurato dall’imperizia.
La ricerca che ne consegue dà subito i suoi frutti e già su Wikipedia si trova:

 È un numero composto dai seguenti fattori: 1, 3 e 7. Poiché la
somma dei relativi fattori è 11 < 21, è un numero difettivo.
 È il sesto numero triangolare, dopo il 15 e prima del 28.  È l'ottavo numero della successione di Fibonacci, dopo il 13 e prima del 34.
 È un numero idoneo.  È il numero più piccolo di quadrati distinti per coprire un quadrato grosso
 È un numero ottagonale.
 È un termine della successione di Mian–Chowla.
 È un numero fortunato.
 È un numero di Harshad.
 Dati x e y differenti fra loro, se un numero al quadrato termina con la sequenza xyxyxyxyxy, allora xy
può essere solo 21, 61 o 84. Il più piccolo esempio è 508.853.989 (elevato al quadrato)= 258.932.382.121.212.121

È il numero di volte in cui viene intonato il mantra Oṃ durante la pratica induista dell'Aumkara.

0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144...la progressione di Fibonacci.

 

21 quadrati che compongono un quadrato più grande

 

E’ pure il giorno in cui cadono entrambi i Solstizi ed è la valenza attribuita alla lettera dell’alfabeto ebraico SCIN, ma soprattutto:
Il 21, in quanto prodotto dei due numeri sacri 3 e 7, è considerato il numero della perfezione. Nel libro deuterocanonico della Sapienza (7, 22-23) vengono elencate le sue 21 qualità:

«In essa c'è uno spirito...
1. Intelligente,
2. santo,
3. unico,
4. molteplice,
5. sottile,
6. mobile,
7. penetrante,
8. senza macchia,
9. terso,
10. inoffensivo,
11. amante del bene,
12. acuto,
13. libero,
14. benefico,
15. amico dell'uomo,
16. stabile,
17. sicuro,
18. senz'affanni,
19. onnipotente,
20. onniveggente
21. e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi»

Il 21, numero che ritroviamo racchiuso pure nella tecnica costruttiva della piramide di Cheope come in quella delle Cattedrali francesi, in particolare di Chartres nel cui coro si riscontrano le proporzioni per trasformare una superficie da angolare in circolare. La procedura ce la ricorda Charpentier: dal rettangolo formato con i lati in relazione di 2:1 e la sua diagonale, la proporzione che si ottiene produce il fatidico 1,618 o numero d’oro, fra le cui molteplici proprietà vi è quella di definire il 3,14 del . Da qui la celeberrima quadratura del cerchio, l’operazione per l’edificazione degli edifici sacri di cui già Pitagora e Vitruvio lasciarono ampie descrizioni in merito ad una conoscenza che li avevada tempo preceduti. Questo spazio compreso nel rettangolo del coro di Chartres contiene perciò nelle sue simmetrie la possibilità di trasformare una superficie angolare in una circolare, di passare cioè dalla tavola rettangolare a quella rotonda.
Anche in una delle numerose versioni delle avventure del gallese Parsifal, viene altresì affermato: “3 tavole sostengono il Graal: una tavola rotonda, una tavola quadrata e una tavola rettangolare. Tutte e 3 hanno la stessa superficie ed il loro numero è 21.” Tavola quadrata, tavola rettangolare, Tavola Rotonda… ma questa è un’altra storia!
Che attinenza può avere con la nostra ricerca!?


Forse nessuna, anche se le maestranze cistercensi risedenti a S. Galgano e che come Operai del Duomo dirigevano i lavori, non la ignoravano di certo; così come non la ignorava il Maestro della Pescheria che già nel 1120 scolpì sull’archivolto della porta nord del Duomo di Modena la prima raffigurazione di Re Artù, testimonianza primigenia dei Cavalieri della famosa Tavola.

O anche fra’ Pantaleone che non ha mancato di inserirlo nello stupendo mosaico del pavimento del Duomo di Otranto nel 1160, nel periodo in cui i troubadour provenzali si stavano appena accingendo a divulgare quella Saga del Graal che vide in Chretien de Troyes e Wolfram von Eschembach i capostipiti di una epopea che attraversò tutta l’Europa.
Fatalità senza meno, però è assai curioso che anche la spada nella roccia si trovi in Italia, proprio in prossimità di S. Galgano, già da prima del 1180.
Torniamo a noi facendo un passo indietro al campanile della citata Pieve di S. Giovanni Battista a Rosia che è basilare nel nostro procedere, poiché la quadratura del cerchio è celata anche in esso (per inciso questo minuscolo paesino, nei cui pressi è anche visibile il meraviglioso Chiostro di Torri, si trova proprio sulla antica strada che collegava Siena alle Maremme e che, valicato il limitrofo Ponte della Pia, proseguiva per la magione Templare di Frosini e poi S. Galgano dirigendosi infine, oltre Massa Marittima, all’Isola d’Elba). Secondo la “divisione denaria” suggeritaci da Titus Burckhardt “…essa non corrisponde alla natura puramente geometrica del Cerchio, che con il compasso divide in 6 o 12, ma corrisponde al CICLO di cui indica le fasi successivamente decrescenti secondo la formula 4+3+2+1=10. Tale metodo si collega alla Natura del Tempo che fa ritenere come le proporzioni di una Cattedrale del Medioevo riflettano un Ritmo Cosmico”. E’ la pitagorica “Armonia del Mondo” o “Armonia delle Sfere”.

A questo punto non ci resta che trarre le conclusioni delle riflessioni fin qui esposte. Quanto detto ci porta a considerare che ci troviamo di fronte ad una struttura tanto esibita e visibile nella sua forma, quanto velata nel suo significato con cui è possibile interloquire solo se motivati da vero interesse e sforzandosi di usare gli occhi e le orecchie della devozione, o meglio ancora dell’anima. Altrimenti rimane solo una costruzione a conci bianchi e neri alta mt…, costruita nell’anno…, in stile…, che pesa…
Invece esso è un unicum che esplica in maniera perentoria la volontà di traslare nell’artefatto umano la perfezione e l’armonia del creato in sintonia con le cattedrali francesi più rinomate.
Forse questo potrebbe essere motivo per i senesi odierni di andare ancora più orgogliosi del Duomo eretto dai loro avi, assai più della considerazione massificata e meramente “campanilista” prefata.
Se solo lo sapessero.

 

Bibliografia di riferimento:

 

  • Guido Zucchini - TRECCANI ENCICLOPEDIA
  • www.upd.siena.it: sito ufficiale de Unità Pastorale Duomo, paragrafo "Il campanile"
  • Enzo Carli - "il Duomo di Siena" ed. MPS - 1979
  • Eugenio Buonvicini - "Esoterismo nella Massoneria antica" I vol. - ed. Atanor
  • Louis Charpentier - "I misteri della Cattedrale di Chartres" - Arcana Editrice
  • Bibbia - libro decauteronomio della Sapienza (7, 22-23)
  • Wikipedia - Il numero 21
     

(Autore: Andrea Tigli)

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