I misteri dell’Antartide:

                 scoperti 22 negativi fotografici di un secolo fa

                                                                   (duepassinelmistero)

 

 

Due mesi fa, nel dicembre 2013, è stata resa pubblica una notizia importante: in un blocco di ghiaccio è stata scoperta una scatola situata in un angolo della camera oscura del fotografo Herbert Ponting (1870-1935), allestita a Cape Evans per la  sfortunata spedizione al Polo Sud di Robert Falcon Scott (1911). La casetta fu riutilizzata alcuni anni dopo dagli uomini della spedizione Imperial Trans - Antarctic Expedition capitanata da Ernest Shackleton (come vedremo più avanti).

 All’interno del contenitore c’erano 22 negativi fotografici, ovviamente mai sviluppati. Il ritrovamento è avvenuto ad opera di membri della New Zealand’s Antarctic Heritage Trust, che ha avuto il compito di rimuoverli, restaurarli e svilupparli. L’operazione è avvenuta all’inizio del 2014. Questo materiale è considerato preziosissimo, in quanto rappresenta il primo esempio di negativi non sviluppati da un secolo, in un panorama documentale di cui è nota la scarsità di immagini.

L' Antarctic Heritage Trust  (NZ) è stata fondata nel 1987; è un ente di beneficenza registrato sotto le Charities Act 2005 (CC24071) ed è governata da un Consiglio di Amministrazione. Esso comprende una serie di alti rappresentanti del governo di Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti e Nuova Zelanda, il patrimonio e le agenzie polari e fiduciarie indipendenti scelte per le loro rilevanti competenze, esperienze e prospettive. L’ Antarctic Heritage Trust (NZ) è un’organizzazione no-profit, responsabile della conservazione dei cinque siti storici nella regione del Mare di Ross (Antartide), fra cui le basi di appoggio delle spedizioni di Ernest Shackleton, di Robert Falcon Scott e di Edmund Hillary. Ottempera a questa missione attraverso il  Ross Sea Heritage Restoration Project , a beneficio delle generazioni future.

 

  • Heroic Age

Come ormai tutti dovremmo sapere, anche se appartiene ad una storia un po’ dimenticata e che mette ancora i brividi, il periodo a cavallo del XIX e del XX secolo, fu un’epoca eroica per l’esplorazione del continente antartico, considerato la nuova frontiera della ricerca scientifica che, se da un lato dispensò successi, dall’altro costò anche diverse vite umane.

Concentriamoci su due specifiche spedizioni, che interessano direttamente l’argomento di questo articolo.

L’esploratore inglese Robert F. Scott trovò la morte proprio tra i ghiacci dell’Antartide, il 29 marzo del 1912. La sua spedizione, Terra Nova, iniziò nel 1910. In precedenza Scott, nel 1901, con l’allora suo assistente Ernest Henry Shackleton, diresse la spedizione Discovery che, attraversando il Circolo Polare Antartico nel gennaio 1902, si fece strada nel Mare di Ross e scoprì la Terra del re Edoardo VII. Scott esplorò circa 500 chilometri di coste, raccogliendo materiale estremamente utile alla conoscenza di quelle terre estreme, ma non raggiunse il Polo Sud, che rimase quindi il suo obiettivo principale per gli anni a venire. Nel 1910 organizzò quindi la sua seconda spedizione, con 5 uomini (oltre a se stesso, gli altri erano: Lawrence Oates, Henry Bowers, Edward Wilson, ed Edgar Evans). Partirono dal campo base il 2 ottobre del 1911 ma Shackleton non era del gruppo; dopo aver contratto lo scorbuto nella prima esplorazione, Scott lo aveva rimandato in patria e si diceva che tra i due fossero insorte delle incompatibilità.

Shackleton organizzò dunque una sua spedizione denominata "British Antarctic Expedition” tra il 1907 e il 1909 – insieme a Frank Wild, Eric Marshall e James Adams –durante la quale riuscì ad arrivare a 88° 23' Sud. A soli 180 chilometri dal Polo Sud, valutando le scorte e le forze del gruppo, Shackleton decise di interrompere il tentativo e di tornare al campo base. La decisione fu saggia e l’equipaggio si salvò la vita. Cosa che non fu concessa all’amico di un tempo, Robert Scott, e agli uomini della sua spedizione partita nel 1910. Le cronache ci dicono che non erano sufficientemente attrezzati per l’impresa; nello stesso tempo un altro esploratore, Roald Amundsen, partito dal proprio campo-base nello stesso periodo, raggiunse prima di Scott la meta, piantandovi la bandiera norvegese il 14 dicembre 1911. Quando la spedizione inglese arrivò al Polo, oltre un mese dopo (17-18 gennaio 1912), provò una delusione cocente ma il peggio doveva ancora venire.

 

                           

 

 

 Intrapresa la strada del ritorno, le cose si complicarono per le pessime condizioni meteorologiche, per gli stenti e l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione. Il 17 di febbraio perse la vita Evans, che si era infortunato in seguito ad una caduta ed ebbe un crollo fisico e psicologico e un mese dopo morì anche Oates, che scelse volontariamente di allontanarsi dalla tenda e morire, per non diventare un peso per i compagni. Il suo gesto non salvò la loro vita, comunque: morirono infatti tutti, quando avevano quasi raggiunto un rifugio con i viveri (gli mancavano 11 miglia). I corpi vennero ritrovati da una spedizione di soccorso mesi dopo, insieme alle pellicole fotografiche, a 14 chili di materiale geologico, ai loro scritti e ai diari, ai quali avevano affidato le ultime memorie nonché tutto il loro rammarico e la loro sofferenza.  Vennero coperti con la loro tenda e sepolti in loco, sotto un tumulo di ghiaccio.

 

                        

Il tumulo sotto cui giacciono i corpi di Scott, Wilson e Bowers, a meno di 15 chilometri a sud di One Ton Depot

 

Shackleton si rimise a capo di una spedizione, la Endurance (Imperial Trans-Antarctic Expedition) nel 1914, con la quale si prefiggeva di effettuare una traversata del continente antartico. Durante il viaggio lui e i 27 membri rischiarono la vita, ma riuscirono a salvarsi, grazie anche all’organizzazione impartita da Shackleton stesso. Nel 1921 riprovò a raggiungere il Polo Sud con la spedizione Quest, ma mentre erano attraccati nel porto di Grytviken, in attesa del miglioramento delle avverse condizioni meteo, Shackleton ebbe un forte attacco cardiaco. Venne caricato su una nave per essere trasportato in Inghilterra ma poche ore dopo morì e sua moglie Emily dette disposizioni affinché venisse sepolto nella Georgia del Sud, nel cimitero dei pescatori di Grytvyken.

 

  • Una storia dimenticata

 

Quanto ricordato ci permette di avere un sommario quadro del periodo a cui risalgono le immagini contenute nei negativi ritrovati dall’ Antartic Heritage Trust; gli esperti hanno infatti stabilito che esse vennero scattate –probabilmente -dal fotografo amatoriale Arnold Patrick Spencer-Smith durante le missioni a supporto dell’esploratore Shackleton[1]. Il giovane –che era sacerdote -faceva parte del gruppo Ross Sea (Mare di Ross), la squadra incaricata dell’approvvigionamento delle basi utilizzate da Sir Shackleton (1914/17) ma non si conosce con esattezza come fosse finito in quella spedizione.

I negativi hanno permesso di avere immagini dell’Antartide mai viste prima. Anche se molte delle immagini sono danneggiate, i membri del team di ricerca sono stati in grado di riconoscere i luoghi di interesse, localizzati vicino a McMurdo Sound.

 

                                    

Uno dei negativi sviluppati con moderne tencologie digitali mostra Big Razorback Island, MacMurdo Sound. Si ritiene che la fotografia sia stata scattata nel gennaio del 1915 dal ponte della nave Aurora

 

Il rifugio in cui è stata scoperta la scatola con i negativi fu utilizzata dagli uomini di Sir Ernest Shackleton nella sua spedizione “Imperial Trans - Antarctic Expedition” (1914-1917), durante la quale, come già accennato, ebbero seri problemi. La missione, comandata da Shackleton a bordo dell'Endurance, aveva come obiettivo l'attraversamento dell'Antartide partendo dal mare di Weddell. Il gruppo doveva poi essere recuperato dalla nave Aurora nell'altro lato del continente, sulla costa del Mare di Ross. Ma le cose presero un andamento diverso: l’ Endurance venne distrutta dalla banchisa a migliaia di chilometri dalle più vicine terre abitate e i 28 uomini dell'equipaggio furono costretti a lottare per sopravvivere, con limitate provviste e in un ambiente in cui la temperatura oscillava da -22°C a -45 °C (non vi furono vittime).

La nave Aurora, invece, che aveva deposto sulla riva del McMurdo Sound (nel Mare di Ross) Spencer-Smith e altri nove compagni (tra i quali il comandante Aeneas Mackintosh), si liberò dai suoi ormeggi durante una tormenta e si allontanò alla deriva. Gli intrepidi, rimasti isolati sul continente antartico, cercarono caparbiamente di portare a termine la loro missione, costruendo alcuni depositi di provviste per Ernest Shackleton e compagni, che credevano in arrivo dall'altro lato del continente (non sapevano della sorte dell’Endurance). Spencer-Smith, mal sopportando il clima polare cui era impreparato, venne adibito alla base di Capo Evans, a lavorare nella camera oscura. Venuta meno la forza-lavoro, il comandante fu costretto ad impiegarlo nell’allestimento di un deposito lungo il ghiacciaio Beardmore (cosa inutile, perché i compagni dell’Endurance non sarebbero mai arrivati, però questo gruppo lo ignorava); ma Arnold collassò e venne portato nel rifugio. Poco dopo sopraggiunse lo scorbuto e peggiorarono anche le condizioni climatiche. Dopo il delirio morì, il 9 marzo 1916, a 32 anni e fu sepolto nel ghiaccio. Altri due compagni morirono, prima dell’arrivo dei soccorsi.

 

                                                

                                                 Arnold Patrick Spencer-Smith (1883–1916)

 

 

  • I negativi fotografici

 

Si ritiene che il giovane Spencer-Smith abbia lasciato nella capanna i negativi delle fotografie da lui stesso scattate (ma mai sviluppate). Si riconoscono lo stretto McMurdo e l’Isola di Ross. E se pensiamo che furono le ultime cose che lo sfortunato giovane vide e immortalò, la scoperta si permea anche di un sentimento umano come la commozione.

Congelati per un secolo, i negativi tornano oggi a far parlare di quell’epopea straordinaria che fu la “corsa all’Antartide”, delle avventurose lotte per la sopravvivenza, dell’ingegno e della resistenza dell’uomo, delle sue conquiste e dei suoi limiti.

Questi negativi ci permettono di vedere come si presentavano alcuni luoghi del continente ghiacciato un secolo fa. L’operazione è costata parecchio tempo e si è dovuta usare estrema cautela perché i negativi di nitrato di cellulosa erano incollati fra di loro, dato anche il secolo di abbandono. Il clima gelido dell’Antartide li ha però preservati, permettendo di rivelare scenari inediti.

 

                          

                            Così si presentavano i 22 negativi, incollati tra loro (crediti)

 

All’esperto Mark Strange è stato affidato il compito delicatissimo di separazione, pulizia (ivi compresa rimozione delle muffe) e consolidamento dei ventidue reperti che, una volta staccati, sono stati  inviati in Nuova Zelanda presso il Micrographic Services per la loro scansione, utilizzando un pre -press scanner Lanovia. Le scansioni digitali sono state convertite in positivi digitali.

 

  • Una luce sul continente più misterioso della Terra

 

Sir Ernest Shackleton, Robert Falcon Scott, R. Amundsen, Carsten Borchgrevnik sono alcuni dei grandi uomini che, sulla scia di un richiamo irresistibile, si cimentarono nell' epica impresa dell’esplorazione dell’Antartide, la nuova frontiera della scoperta scientifica, come si presentava al tempo in cui vissero (ma è così anche oggi, visto che permane un alone di mistero sul sesto continente terrestre).

Il VI Congresso Internazionale Geografico aveva infatti dichiarato nel 1895 che sotto le coltri di ghiaccio si nascondevano nuove conoscenze scientifiche, e che era doveroso acquisire informazioni sul clima e sull’ecosistema antartico; di fatto inaugurò quella Heroic Age dell’Esplorazione Antartica.

Per sopravvivere ai rigidissimi climi, le spedizioni costruirono cabine di legno prefabbricate, che fungevano sia da riparo ma anche come laboratori di ricerca scientifica. Da lì i ricercatori partirono per le loro escursioni, da qui si incamminarono per scalare il vulcano più meridionale del nostro pianeta, il Monte Erebus. Da quelle casette sono partiti e, a volte, non hanno fatto più ritorno.

Ancora oggi, in loco, a distanza di cent’anni, miracolosamente quelle casette di legno sopravvivono, pur essendo state impiantate per resistere il tempo necessario alla spedizione. Esse costellano il paesaggio, in molti tratti. I fortunati ricercatori che possono visitarle, vi hanno trovato molti oggetti dell’epoca, al loro interno. Si tratta di attrezzature scientifiche per la misurazione di alcuni parametri atmosferici come temperatura, pressione e umidità, che venivano regolarmente registrati (e che permettono di confrontare i valori con le variazioni avvenute nei decenni e con quelle attuali); ma nelle casette si trovano anche rifornimenti e oggetti di vita quotidiana che ridimensionano quei grandi conquistatori per quello che, in fondo, rimanevano dentro: esseri umani con le loro necessità, le loro abitudini, i loro valori, le loro speranze e le loro paure, nascoste nell’intimità della mente e del cuore.

 

                                 

                               Cape Royds, la cabina di legno usata come base da Ernest Shackleton

 

 

Si trovano così i ritratti di Re Edoardo VII e della regina Alessandra appesi da Sir Ernest Shackleton durante la sua spedizione a Capo Royds; nella capanna di Scott a Cape Evans è stato trovato del cibo in scatola, ancora ordinato sugli scaffali; una copia del London Illustrated News gettato su una scrivania in un angolo; la camera oscura del fotografo Herbert Ponting è stata trovata intatta, con le sue sostanze chimiche e i vari materiali. Che provengano dalla sua mano o da quella del giovane Spencer-Smith, sepolto tra i ghiacci, i negativi ritrovati hanno sicuramente il merito di averci donato l’emozione di un ricordo, la memoria di una storia dimenticata che torna sorprendentemente a brillare nel cielo misterioso e affascinante del continente di ghiaccio.

 

                               

Uno dei negativi sviluppati mostra Alexander Stevens sulla nave Aurora. Il geologo ed esploratore britannico faceva parte dello stesso gruppo di Spencer-Smith (Ross Sea Party)

 

 

 


[1] In un documento della Antarctic Heritage Trust NZ (dicembre 2013) si dice che la camera oscura in cui sono stati ritrovati i ventidue negativi era "appartenuta" ad Herbert Ponting (1870-1935), celebre fotografo e cineoperatore che aveva partecipato alla spedizione Terra Nova (1910-13) di Robert Falcon Scott. Lo stesso locale in seguito venne probabilmente usato anche da Spencer-Smith.

 

 

 

Argomento: Negativi di un secolo fa in Antartide

dopo scott

ernesto | 06.03.2016

articolo piacevole e sintetico!complimenti!qualcuno saprebbe illustrare il "dopo scott" dal ritrovamento da parte dei suoi compagni e dalla decisione di lasciare le loro spoglie in antrtide sino ad oggi? mi sembra che altri siano tragicamente morti nel tentativo di ritrovare il tumulo: oggi è all'abbandono o é vicino alla base internazionale scientifica? mi
parrebbe interessante leggere in merito e collegare quel tempo cosi' remoto ai giorni nostri che tutto macinano e scordano come del resto é nella legge del tempo che passa..............

Un mondo dimenticato!

Giuliana | 14.03.2014

Grazie di aver ricordato vicende e persone che la storia ha dimenticato. Pensate mai di organizzare un viaggio in Antartide? E' possibile e a quanto sembra dovrebbe essere proprio nel mistero.
Buona continuazione.....................................................................

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