Il Santuario di S.Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo (FG):

                                                               segreti e misteri

                                                          

                                                                    (Marisa Uberti)

 

                                          


 

In una delle innumerevoli grotte del Gargano, a 843 m s.l.m., su uno sperone meridionale del promontorio, con la vista aperta a ovest sul Tavoliere e a sud sul Golfo di Manfredonia avvenne, oltre quindici secoli fa, un evento prodigioso, soprannaturale, che  si diffuse in tutta Europa e cambiò per sempre la fisionomia del territorio: l’apparizione dell’Arcangelo Michele, che determinò la nascita del paese, divenuto il Monte dell’Angelo (Monte Sant’Angelo).

 

  • La “Linea Sacra”

 

Con la visita al Santuario pugliese, si completa il nostro percorso dei tre principali luoghi sacri legati al culto di San Michele, che in realtà proprio sul Gargano prese avvio. A più riprese abbiamo visitato la Sacra di San Michele in Val di Susa, in provincia di Torino, che sorge a strapiombo sul Monte Pirchiriano. L’anno scorso abbiamo visitato la celeberrima abbazia di Le Mont-Saint-Michel, in Normandia (Francia), fondata nel 709. Questi tre luoghi importantissimi per la spiritualità e la cultura teologica occidentale hanno in comune anzitutto la stessa dedicazione, la stessa ubicazione geografica (una Montagna Sacra), gestiti dallo stesso Ordine monastico (i Benedettini[1]), nonché la dislocazione lungo una linea virtuale, chiamata Linea Sacra di San Michele (o Michelita o Micaelica)[2]. Secondo una leggenda, fu la spada di San Michele a creare questa linea, con un fendente della sua spada. La Linea Sacra di San Michele è una linea retta di quasi 2.000 km che unisce i tre principali luoghi di culto europei dedicati all’Arcangelo Michele.

 

            

Il proseguimento virtuale di tale direttrice porterebbe, verso sud, a Gerusalemme, toccando alcuni santuari greci come quello oracolare di Delfi; verso nord, proseguirebbe oltre La Manica, toccando Saint-Michel-Mount (Coronovaglia) e oltre, fino all'Irlanda (sull'isolotto di Skellig Michael)

 

 

In realtà esistono altre “linee” che convergono a Monte Sant’Angelo: la Via Francigena (che collega Canterbury in Inghilterra a Roma per poi proseguire verso Gerusalemme) che coincide, nel tratto meridionale, con la Via Sacra Langobardorum (Via Sacra dei Longobardi), antico percorso di origine medievale che unisce Mont-Saint-Michel a Monte Sant’Angelo e fu uno degli itinerari maggiormente percorsi dai pellegrini, insieme a quello verso il Santuario di Santiago de Compostela, alle Tombe degli Apostoli a Roma e al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Questa Via corrisponde ad un Cammino di fede che è riconosciuto a livello europeo[3]. Fa parte dei sette luoghi italiani della serie “Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568-774)” per il quale il Santuario garganico, il 25 giugno 2011, ha ottenuto l’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO[4]. I pellegrini giungevano qui attraverso un circuito di pellegrinaggi, istituito dai Longobardi, che prevedeva delle tappe per chi arrivava da lontano; sui blocchi all’ingresso della Galleria Longobarda (di cui parleremo più avanti) si possono notare innumerevoli “segni di presenza”,  perfino un’iscrizione runica, indice che i devoti provenivano anche dalle regioni più a nord dell’Europa. La salita dalla valle era chiamata “di Carbonara”.

 

          

 

Il Santuario di San Michele Arcangelo faceva parte, nel Medioevo, di un itinerario di redenzione spirituale noto come “Homo, Angelus, Deus”, un percorso che prevedeva la visita a Roma e a Santiago di Compostela (Homo), a S. Michele di Monte S. Angelo (Angelus) e infine ai luoghi della Terra Santa dove nacque, visse, morì e resuscitò Gesù Cristo (Deus)[5]. Il Santuario dell’Arcangelo era tappa obbligata per i Crociati. Insieme ai pellegrini, sono giunti qui – nel corso dei secoli- personaggi illustri e una lunga serie di papi (l’ultimo è stato Giovanni Paolo II nel 1987). Divenne così un crocevia di genti e culture diverse. La “Via dell’Angelo” (corrispondente ad una Francigena del Sud) iniziava in Puglia, dopo aver attraversato la Valle di San Severo, si insinuava tra il promontorio garganico e la piana del Tavoliere consentendo, attraverso sentieri più o meno impervi, di giungere al Santuario Micaelico.

 

           

L'attuale direttrice percorsa dalle automobili, transitando dal Tavoliere si ritrova al cospetto della misteriosa mole del Monte Gargano

          

 

Lungo la Via Sacra o dell’Angelo restano vestigia di cappelle votive, chiese, monasteri e antichi ostelli (hospitali). Il tracciato ancora oggi prende avvio da San Severo e, attraverso la valle di Stignano, si entra nel promontorio garganico, proseguendo per i comuni di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Monte Sant'Angelo, Manfredonia e il Santuario dell' Incoronata, nell'omonima frazione nei pressi di Foggia[6]. Non dimentichiamo, inoltre, la vicinanza a Monte Sant’Angelo di un importantissimo complesso abbaziale, quello di Santa Maria di Pulsano, e dei suoi eremi disseminati in un ampio territorio, sfruttando grotte naturali del Monte.

L’arrivo di folle di pellegrini rese necessario, fin dall’epoca longobarda, un fervore edilizio per costruire ricoveri e “mansioni”, divenute poi vere e proprie abitazioni, che formarono un agglomerato. Nacque così il rione Iunno, dalle caratteristiche case addossate le une alle altre a schiera; molte conservano ancora il piano terra scavato nella roccia della montagna, e il piano rialzato- aggiunto in un secondo momento- con una sola finestra e un balconcino.

 

 

                                 Uno scorcio del rione Junno a Monte Sant'Angelo

 

  • Un culto di origine pagana

 

Prima dello sviluppo del culto di San Michele Arcangelo, sul Monte Gargano il popolo già si recava per interrogare un oracolo, Calcante, sacerdote di Apollo (lo stesso che risiedeva anche in una grotta eremitica della vicina Pulsano). Era dunque Apollo, divinità pagana simboleggiante la luce e raffigurata con l'aspetto giovanile, di rara bellezza, ad essere venerato, poiché Calcante proferiva i responsi del dio (come la Pizia a Delfi). Lo storico greco di Siracusa Timeo, nei suoi scritti del IV secolo, tramandò che gli indigeni (di stirpe dauna) usavano recarsi nella spelonca del Gargano per ottenere guarigioni. Prima ancora di Calcante, sarebbe stata la figura di un altro oracolo-medico, Podalirio, ad essere oggetto di grande devozione. I metodi di cura dei due indovini- medici non si dovevano discostare molto da quelli praticati nei santuari greci (ricordiamo ad esempio quello di Epidauro o di Delfi che abbiamo visitato alcuni anni fa). Sono molti gli storici (es. il Pais e il Lenormant) che ritengono che il sacello dove riceveva Calcante sia divenuto, in seguito, la grotta dell’apparizione dell’Arcangelo Michele, seppure questa tesi non trovi tutti concordi. Non sarebbe comunque la prima volta che ad una forma di culto pagana si sia innestata poi la radice cristiana, condita con episodi leggendari e straordinari. Ma l’elemento che sembra comune ad entrambi è l’acqua, quell’acqua miracolosa che da sempre sgorga all’interno della grotta e che viene chiamata “Stilla”. Non è una sorgente di grandi dimensioni, non produce grossi effluvi e per questo ha tale denominazione (stilla), però le sue proprietà taumaturgiche, guaritrici, risalgono alla notte dei tempi. Ancora oggi, dietro l’altare di S. Maria del Perpetuo Soccorso (nella chiesa rupestre), c’è il “pozzillo”, un piccolo pozzo che riceve acqua “da una fontanella che sgorga dalla rupe della spelonca e che si dispensa ai pellegrini devoti dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo” (Marrera, Platea, 1678). Il viaggiatore inglese Richard Kappel Craven, salito alla grotta nel 1819, raccontò di aver bevuto l’acqua del pozzillo, che veniva distribuita con un secchiello d’argento ed era limpida e fresca.

Facciamo attenzione però ad un particolare importante: Calcante era raffigurato come un uomo barbuto con due grandi ali, il quale traeva gli auspici dal fegato di un ariete immolato, così come ci è restituito da una raffigurazione etrusca proveniente da Vulci, datata al V sec. a.C.[7]

 

                            

A destra è scritto il nome Calcas, in caratteri etruschi. In questa immagine è resa bene l’idea di ciò che incarnava: poggiando i piedi sulla roccia e sulla terra ed essendo dotato di un paio d’ali, era il tramite tra il celeste e il terrestre (come l'Hermes greco, il Mercurio romano, messaggero degli dei).

 

Non ci stupiremo se dunque, ad un certo punto della storia, unendo opportunità politiche a strategie religiose, venne deciso che il culto verso Calcante –probabilmente ancora molto venerato nel V secolo d.C. – dovesse essere eliminato.  E non potendo lasciare il popolo senza un “sostituto”, apparve miracolosamente un Arcangelo Guerriero (con due grandi ali), guaritore come chi lo aveva preceduto e capace di fare da tramite tra la Terra e il Cielo: San Michele. Il suo nome in ebraico è Mi-Ka-El e sul suo scudo è scritto in latino “Quis ut Deus” (Chi è come Dio). Una figura potentissima. Il popolo non poteva che inchinarsi a questo Capo delle schiere angeliche che lotta e sconfigge Satana e incarna tre aspetti: combattente del male, taumaturgo che guarisce dai mali fisici e spirituali, psicopompo, cioè pesatore e accompagnatore delle anime nell’aldilà (questa funzione è chiamata “psicostasia” e la troviamo già nell’antico Egitto). Va tenuto presente che il culto a San Michele nacque in Oriente e solo dopo l’apparizione sul Monte Gargano conobbe diffusione in tutto l’Occidente cristiano.

 

               

Statua di S. Michele in una nicchia sulla facciata laterale del Santuario: sullo scudo è scritto "Qvis ut Devs"

 

  • San Michele come simbolo del Principio solfureo in Alchimia (ne abbiamo parlato in un nostro precedente articolo, relativo alla chiesa di San Pietro al Monte a Civate, LC)

 

  • Le misteriose Apparizioni dell’Arcangelo Michele[8]

 

La prima apparizione dell’Arcangelo nella grotta del Monte Drion (che significa “Quercia”)[9], avvenne, secondo una tradizione (che ha diverse varianti), l’8 maggio 490 d.C. Il ricco possidente Elvio Emmanuele (secondo l’Apparitio si chiamava Gargano e avrebbe dato nome al Monte), della vicina Siponto[10], perdette di vista il suo toro più bello. Andandolo a cercare,  lo trovò in una impervia grotta ma l’uomo non riusciva, per qualche arcana ragione, ad entrare e l’animale non ne voleva sapere di uscire. Colto da furia, Elvio scagliò una freccia in direzione del toro che, invece di essere trafitto, rimase illeso; il dardo, infatti, cambiò direzione e colpì il padrone ad una gamba. Mentre se ne stava lì ferito, venne avvolto da una luce fatta di tutti i colori dell’iride e vide un Angelo guerriero munito di una scintillante spada[11]. Riavutosi dall’accaduto, Elvio andò a riferire la straordinarietà dell’episodio al vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano (regnando il papa Felice III), che lì per lì non vi prestò troppa attenzione e lo congedò con tre giorni di preghiera, ritenendo che l’uomo fosse stato preda di una visione demoniaca. Al giungere del terzo giorno, l’Arcangelo apparve però in sogno al vescovo di Siponto e proferì le seguenti parole:

 

“Io sono l'Arcangelo Michele, e sono sempre alla presenza di Dio.

La grotta è a me sacra ed Io l'ho scelta.

Non ci sarà più spargimento di sangue di animali.

Dove si apre la roccia il peccato dell'uomo potrebbe essere perdonato.

Ciò che è stato richiesto in preghiera sarà concesso.

Perciò risalite la montagna e consacrate la grotta al culto cristiano”.

 

In poche parole, i culti pagani (che prevedevano sacrifici animali, come si capisce) erano ancora molto vivi, pertanto andavano sradicati mentre quello cristiano doveva trionfare; questo lo sapeva il vescovo, ma lui era un uomo e il popolo non gli avrebbe facilmente dato retta. Ci voleva un segno divino, solo così la gente avrebbe iniziato a credere. Lorenzo Maiorano cercò di portare la popolazione in processione a quella grotta, per convertirla, ma pare che la spelonca non venisse più ritrovata! Per ragioni che non sappiamo, ma probabilmente perché i tempi non erano maturi, il vescovo temporeggiò, fin quando –nel 492 – la città di Siponto venne assediata dal re barbaro Odoacre. Fu allora che il Maiorano si rivolse all’Arcangelo Michele, chiedendogli aiuto per la città, ormai stremata. In risposta, il Messaggero di Dio gli disse (in sogno) che gli avrebbe accordato l’aiuto, se i sipontini avessero combattutto contro il nemico[12]. Infatti durante una battaglia, una “provvidenziale” tempesta di sabbia e grandine si rovesciò sui barbari, i quali si diedero alla fuga e la città fu liberata. Era una testimonianza che l’Arcangelo Michele aveva intercesso per la città e per la popolazione che lo aveva pregato.

 

                   

Raffigurazione artistica degli episodi che diedero il via al culto: il toro smarrito nella grotta, S. Michele Arcangelo interviene a favore dei sipontini nella battaglia contro Odoacre

 

Il vescovo, con una processione di persone, salì sul Monte ma, trovata la grotta, non osò entrarvi. Chissà che c’era, ancora, lì dentro? L’anno seguente, però, il papa Gelasio I ordinò al Maiorano di occupare la caverna e, con altri sette vescovi di Puglia, l’avrebbero dovuta consacrare al culto cristiano. Il tempo del paganesimo doveva finire. Ma l’Arcangelo Michele si manifestò per la terza volta[13] all’indeciso vescovo (ancora in sogno) dicendogli:

 

“Non è necessario che voi mi dedichiate questa chiesa che Io stesso ho consacrato con la mia presenza.

Entra e con il mio aiuto innalza preghiere e celebra il Sacrificio. Io Ti mostrerò come Io stesso ho consacrato questo luogo”.

 

Quando il vescovo Lorenzo entrò nella grotta, dice la leggenda, trovò un altare coperto da un drappo rosso, con sopra una croce di cristallo (secondo altre versioni, era di legno). Era un prodigio! All’entrata della grotta,  c’era poi il segno soprannaturale lasciato da San Michele Arcangelo: l'orma di un piede, molto piccola da sembrare quella di un bambino[14].

Con il prelato c’erano altri sette vescovi e una processione di fedeli. Sorpreso ma giubilante di poter dare al popolo una prova tangibile, Maiorano fece costruire davanti all’entrata della grotta una chiesa, che intitolò a san Michele il 29 settembre 493 d.C. In seguito il luogo prese il nome di “Celeste Basilica” perché non consacrata dagli uomini. Con questo gesto, si intese sancire la vittoria del cristianesimo sui culti pagani e sulle ultime resistenze “eretiche”…

L’Arcangelo apparve altre volte nel corso dei secoli, in altre zone[15]. Una data importante è quella del 22 settembre 1656, quando infuriava una grave pestilenza e a quel tempo Monte Sant’Angelo aveva una sede vescovile. In una di quelle stanze l’arcivescovo Alfonso Puccinelli si mise a pregare intensamente l’Arcangelo Michele affinchè venisse in aiuto della città e della sua popolazione, stremata. Il Principe delle Milizie, con un rumore di terremoto, apparve in uno splendore folgorante[16], dicendo al prelato di benedire le pietre della sua Grotta, incidendovi il segno della croce e le lettere M.A. (Michele Arcangelo); ogni persona che ne avesse tenuta una con sè, sarebbe diventata immune dalla peste. L’arcivescovo agì come gli era stato comandato e, miracolosamente, la città fu liberata dal terribile morbo; ogni persona che richiese le pietre, guarì. Per questo, come vedremo, esiste una “Grotta delle Pietre”, nella chiesa rupestre.

 

A memoria dell'evento venne eretto un obelisco, nel centro storico di Monte S. Angelo, con dedica di perenne riconoscenza all'Arcangelo Michele. Il monumento è tutt'oggi visibile.

 

Se la razionalità ci dice che è impossibile che un Arcangelo possa apparire, chi e che cosa apparve, alla fine del V secolo, sul Monte Gargano? E ancora nel XVII secolo? Certo la fede non si pone questa domanda. Infatti di apparizioni mariane, cristologiche o di santi è piena la storia del mondo cristiano (alcune riconosciute dalla Chiesa, altre no). Ciò che si può dire è che il luogo è molto potente.

 

  • Il primitivo Santuario di San Michele Arcangelo: le cripte longobarde

 

Vogliamo cominciare la nostra visita non dall’ingresso classico, ma entrando dal luogo originale, o meglio, quello che allestirono i longobardi tra il VII e l’ VIII secolo. Come abbiamo detto nella nota n. 14, la caverna prescelta dall’Arcangelo sarebbe stata costituita da due grotte, una più piccola e avanzata e una più vasta e arretrata. Verso la fine del V secolo si era provveduto a realizzare due scale ricavate nella roccia (una per ciascuna cavità) per rendere le spelonche accessibili. Sul lato settentrionale l’antro fu dotato di una “Longa Porticus” in avanzamento rispetto all’imboccatura per superare il vallum naturale che le separava. Durante il periodo bizantino (pre-longobardo) venne creata una navata elevata tra la “Longa Porticus” e l’imboccatura della cavità maggiore, che ne chiudeva l’ingresso. I Longobardi demolirono parzialmente le strutture bizantine e, per monumentalizzare il sacro luogo, sovrapposero un nuovo impianto architettonico. L’area del culto che seguì all’ Apparizione e che si sviluppò in epoca longobarda, è stata scoperta soltanto negli scavi eseguiti tra il 1949 e il 1960, promossi dall' Arcidiacono del Capitolo, mons. Nicola Quitadamo. E’ visitabile e vi si accede con una guida tramite  una  moderna scala (chiusa normalmente da un’inferriata), situata nel corridoio di raccordo tra il Museo Devozionale (creato nel 2008) e la nuova Cappella Penitenziale (creata nel 2000).  L’area prende il nome di “cripte longobarde” perché di questo si tratta: il primitivo santuario che, trovandosi oggi sotto l’attuale Basilica, è la sua cripta. Tali ambienti restarono in uso fino al XIII secolo.

 

                    

                               Il corridoio dove si trova l'ingresso alle "cripte longobarde"

 

                                    

                                                 Galleria Longobarda, vista dall'ingresso

 

Furono i Longobardi a dare impulso e diffusione al culto micaelico, elevando questo santuario a loro “Sacrario Nazionale”. Giunti infatti a Benevento, nell’attuale Campania, fecero di quella città la sede del loro ducato nell’Italia meridionale (la  Langobardia minor), alla quale facevano capo tutte le città conquistate nel sud della penisola. Persino l’episcopato sipontino, uno dei più antichi di Puglia, venne a dipendere, verso la fine del  secolo VII, dal principato di Benevento. A realizzare ciò fu il duca Romualdo I il quale, nel 668, unì la chiesa di Siponto all’episcopato di Benevento, unione che comprendeva anche la chiesa di S. Michele sul Gargano.  I motivi furono sia di tipo politico (essendo Siponto uno dei maggiori porti, a quel tempo, sull’Adriatico verso la Grecia ed altre aree di interesse) che religioso. Il vescovo di Benevento, Barbato, colse l’occasione per incrementare l’opera di cristianizzazione dei Longobardi  proprio attraverso il culto di San Michele, che sul Gargano –già alla fine del VII secolo- richiamava numerosi pellegrini. A quel tempo il popolo longobardo era ufficialmente “cristiano” ma di fatto adorava ancora “falsi idoli pagani”, come i serpenti. Il vescovo Barbato, quindi, si volle servire del culto di S. Michele, per tanta parte vicino all’animo guerriero del popolo longobardo, per cristianizzare gli ultimi longobardi pagani. La diffusione rapida del culto micaelico in tutta la Longobardia avvalorò in seguito la politica religiosa del vescovo Barbato.

 

               

                           Iscrizione di Romualdus Dux su un blocco di pietra nella cripta B

               

 

I Longobardi esportarono la forma locale del culto verso San Michele all’Italia intera e in tutta l’Europa. Il Santuario del Gargano divenne il faro della cristianità altomedievale. Si formò proprio allora il nucleo primitivo del paese di Monte Sant’Angelo, con il quartiere Iunno, stretto attorno al santuario rupestre. Il paesaggio  era ben diverso da come ci appare oggi. Dobbiamo infatti immaginare un ambiente boschivo su un monte in cui si apriva un’ immensa caverna, irregolare e profonda. Una descrizione del monaco francese itinerante Bernardo ci fornisce la seppur succinta descrizione di come dovesse essere il Santuario a quel tempo (865 d.C.): “La chiesa si trova sotto una cavità rocciosa, coperta superiormente da querce piene di ghiande e può contenere cinquanta persone; l’ingresso è posto a nord di fronte all’altare dove si possono celebrare le sacre funzioni senza  possibilità di depositare dei doni. Davanti all’altare vi è un vaso sospeso dove invece si possono mettere i vari doni mentre ad oriente si può ammirare un’immagine dello stesso Angelo Michele. Altri altari sono presenti nella grotta ed il luogo santo è tenuto da un abate di nome Benignato insieme a molti confratelli[17].

 

A destra, il viaggio del monaco Bernardo: dopo aver fatto visita al papa, il primo luogo che visitò fu proprio la Grotta dell'Arcangelo Michele sul Gargano. A destra, iconografia artistica del XII-XIII secolo che raffigura la scena di Bernardo e i compagni che vengono benedetti da San Michele (affresco presente nella Grotta di S. Michele ad Olevano sul Tusciano (SA)

 

L’ingresso alle cripte longobarde si apre, come abbiamo già accennato, su un corridoio di raccordo tra il Museo Devozionale e su un atrio di recente sistemazione, dove prospetta la nuova Cappella Penitenziale o “della Riconciliazione”, realizzata in occasione del Giubileo del 2000. E’ importante sottolineare che una parte dell’edificio ingloba roccia viva del Gargano: si tratta di grotte provenienti da un antico cortile di servizio e che richiamano l’essenza prima del Santuario. Vi è conservato un crocifisso tardo medievale di notevole impatto emotivo.

 

                                 Interno della suggestiva Cappella Penitenziale

 

Da questa Cappella, uscendo e imboccando il corridoio a destra, si raggiunge la scalinata angioina, a ridosso del tempietto della Madonna con il Bambino. Ma noi per adesso attendiamo qui la guida che ci porterà giù, nel cuore del primitivo santuario.

Le cripte longobarde sono di estrema importanza in quanto hanno costituito il nucleo primigenio del culto all’Arcangelo Michele. Si tratta di due ambienti realizzati a poca distanza cronologica l’uno dall’altro, tra la fine del VII e l’inizio del secolo VIII, che si estendono per una lunghezza di una sessantina di metri sotto il pavimento della Basilica. Dopo aver disceso una moderna scala, si giunge all’ingresso della Galleria Longobarda. Sui blocchi inferiori a sinistra di questo ingresso, sono incise diverse croci: la guida ci ha informato che vi sono anche quelle lasciate dai Cavalieri Templari.

 

                  

Naturalmente, essendo tappa obbligata per i Crociati diretti in Terrasanta, immaginiamo quanti monaci-guerrieri siano stati qui, senza contare che erano sempre in difesa del transito dei pellegrini, installati nei porti e nei punti-chiave di accesso ai luoghi di culto. Inoltre erano al seguito di papi e al servizio dei sovrani. Oltre ai Templari, ci furono sicuramente i Giovanniti, i Teutonici, e altri Ordini monastico-cavallereschi che erano impegnati Oltremare.

 

                   

Il primo incontro con Monte Sant'Angelo, arrivando in auto, lo abbiamo avuto con questa scritta "I Templari" (relativa ad un ristorante). In realtà è probabile che essi fossero stanziati proprio negli edifici sovrastanti (appartenenti al complesso di San Francesco), a ridosso delle mura che chiudevano l'accesso al paese dalla parte del mare, in epoca medievale. Qui vi è anche una torre circolare e doveva esistere un'antica Porta.

 

     

           Bellissimo scorcio dalle mura di Monte S. Angelo sul Golfo di Manfredonia

 

A Nord-Ovest il Santuario era invece protetto da un Castello (origini longobarde, sviluppato in epoca normanna e sveva, e ingrandito da Angioini e Aragonesi):

 

    

Il Castello di Monte Sant'Angelo sorge a pochi metri dal Santuario e lo ha protetto per secoli. Il maniero è un crogiolo di storia e di leggende, tra le quali immancabilmente quelle relative a fantasmi ed entità che abiterebbero ancora oggi questo luogo (il GIAP di Roma ha pure eseguito nel 2014 un'indagine tesa a rilevarne la presenza, v. link)

 

 

Torniamo alle cripte longobarde. Davanti all’ingresso si trovano due sepolture a inumazione. Il primo ambiente (A) è una sorta di galleria porticata dove in origine i pellegrini attendevano di andare a venerare la grotta dell’Apparizione, era cioè di fatto l’ingresso alla Grotta e lo rimase fino al  XIII secolo, fino all’epoca delle costruzioni angioine. Sotto Carlo I d’Angiò, infatti, vennero sacrificate le primitive aree del culto micaelico, in favore del nuovo assetto del Santuario, visibile ancora oggi.

La “sala d’attesa” venne probabilmente realizzata per agevolare il flusso di fedeli che si intensificò sotto i Longobardi. L'ambiente, lungo circa 45 m, giunge fino al possente muro di sostegno sul quale, nella parte superiore, sono poggiate le famose Porte di bronzo. Durante i lavori intrapresi dai Padri Benedettini nel 1975, venne scoperta una cella mortuaria con due sarcofagi, dei quali uno non è stato aperto, con una copertura in malta e con una croce graffita del secolo VII – VIII[18].

 

               

 

Il secondo ambiente, coincidente con il punto dell’Apparizione, era stato attrezzato come un luogo di culto formato da due ampie navate (B e C), con due rampe di scale che conducevano ad una piccola platea, delimitata ad est da un’abside, con un altare a blocco in conci squadrati. Dalla scala sinistra, detta "Regia" e oggi quasi del tutto distrutta, si saliva e da quella di destra (tortuosa) si ridiscendeva, dopo aver reso omaggio al luogo dove San Michele era apparso, secondo la tradizione. Nonostante i secoli, le distruzioni e l’abbandono, da questo luogo promana un’atmosfera particolare, che dà l’idea del culto antico, dei passaggi originali, di qualcosa che ritorna a parlarci dopo secoli di oblio.  Di seguito, scorci degli ambienti descritti:

 

                  

                   

                       

 

La visita a questi ambienti sotterranei è molto suggestiva, se si pensa che furono occultati per 700 anni! Erano stati infatti abbandonati e probabilmente riempiti di materiale di scarico durante il periodo angioino, in cui il Santuario si trasformò come oggi vediamo. Vi si possono rintracciare lacerti di affreschi (uno, importante, noto come Custos Ecclesiae, è stato staccato e trasferito Nella Sala Convegni (!) del Santuario), e molti "segni di presenza", che costituiscono le più antiche memorie del pellegrinaggio in questo luogo.

Nella Galleria Longobarda è allestito (e ancora in via di completamento) il Museo Lapidario, che raccoglie importanti reperti archeologici che sono stati ritrovati durante gli scavi del Santuario nella sua complessità, dall’ex chiesa di San Pietro e dalle rovine dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Pulsano. All’interno del Museo, su un frammento in attesa di restauro, ho documentato la Triplice Cinta di cui avevo notizia dalla letteratura (Maulucci, 1999) ma di cui si erano perse le tracce. Invito gli interessati a leggere l’apposito articolo che vi ho dedicato.

 

                   

Durante la nostra visita, una restauratrice stava lavorando ad uno dei pezzi più straordinari del Museo Lapidario: l'ambone di Acceptus, un manufatto datato al 1041 (secondo l'iscrizione presente). Fu realizzato da Acceptus, arcidiacono e scultore pugliese attivo nella prima metà dell'XI secolo; il committente fu il vescovo Leone Garganico, che proprio in quel periodo promosse un ineguagliabile fervore edilizio e artistico in tutta la diocesi.

 

Arrivati in fondo alla cripta longobarda, si è a ridosso del muro che la separa dalla chiesa rupestre[19]. Ma non possiamo, da qui, accedervi, dobbiamo quindi risalire da dove siamo venuti.

 

  • Terribilis est locus iste!

 

Risaliamo dalle cripte longobarde e dirigiamoci a visitare la Basilica-Santuario, dove potremo vedere la grotta dell’Apparizione. Avendo potuto soggiornare presso la “Casa del Pellegrino”, cioè la Foresteria della Basilica-Santuario, che sorge proprio accanto ad esso, ho avuto la possibilità di utilizzare l’ascensore che scende direttamente nel corridoio antistante l’ingresso alle cripte. Ma adesso è il momento di intraprendere il percorso classico, quello che i pellegrini e i visitatori fanno normalmente arrivando a Monte Sant’Angelo, al cospetto del Santuario, il cui ingresso è su Via Reale Basilica. Da rilevare, sulla destra del sagrato, la bellissima Torre ottagonale o Angioina (27 metri di altezza) costruita nel 1274 da Carlo I d’Angiò che, sconfiggendo gli Svevi, divenne signore del territorio. Il monumento, che funge da campanile, è frutto degli architetti locali Giordano e Moraldo; si trova scritto sui pannelli in loco che fu modellato secondo lo schema e le proporzioni delle torri di Castel del Monte ad Andria. All’interno fu intagliata una scala a chiocciola di 99 scalini.

 

                          

                    

                   

 

Sull’atrio del XIX secolo, delimitato dalla cancellata, prospetta una facciata realizzata nel 1865, che si apre con due arcate ogivali sul vestibolo, in fondo al quale sono due porte, di cui solo quella destra è antica (1395, opera di Simone da Monte Sant’Angelo), l’altra è un’imitazione ottocentesca. Nel timpano, in una nicchia, campeggia una statua di San Michele Arcangelo (replica di quella conservata all'interno della Grotta, sull'altare dell' Impronta); ai lati due bei rosoncini racchiudono un Fiore della Vita ciascuno.

Sopra i portali si trovano due formelle, una per ciascuno. Su quella di destra vi è la celebre frase “Terribilis Est Locus Iste!”, qui nella sua forma completa, a testimonianza del rispetto che questo posto deve incutere in chiunque si avventuri al suo cospetto.

 

                       

 

Sull’altra formella è incisa la frase, in latino, che il Principe delle Milizie disse al vescovo Lorenzo Maiorano nella terza Apparizione, cioè che non c’era bisogno di consacrare la Grotta perché era già consacrata dalla presenza dell’Arcangelo. Cosa che qualifica il sito come straordinario, non esistendo altra chiesa al mondo che non sia stata consacrata da un vescovo. Diverse simbologie catturano l'occhio attento, come la conchiglia (madre del pellegrinaggio, sul pilastro centrale dell'atrio), le iscrizioni e le impronte lasciate dai devoti, o le fini sculture dei portali.

 

                   

   

Chi saranno mai, questa donzella e questo nobiluomo, che stanno uno di fronte all'altro, sugli stipiti del portale destro?

 

Da notare un edificio, a destra del sagrato, adiacente la Torre ottagonale, forse un'antica cappella, ma è chiusa. Ha un bel rosoncino lavorato, sopra l'arco, e altre due "finestre traforate" ai due lati del portale: Sulla parete si trova un'iscrizione longobarda, di probabile reimpiego perchè questa parte non doveva esistere al tempo dei Longobardi, come abbiamo visto precedentemente.

 

                               

                               

 

 

 

  • I segni del pellegrinaggio

 

Il sagrato è già fonte di osservazione perché i “segni di presenzadel pellegrinaggio si scorgono fin dall’esterno: sui blocchi delle cancellate si cominciano a vedere impronte di mani, di piedi, croci, ecc. che ritroveremo anche lungo la scalinata che scende alla Grotta e un po’ dappertutto. Varcato il portale, si incontrano ambienti di servizio a destra e sinistra, mentre centralmente inizia la scalinata (86 gradini) suddivisa in sei pianerottoli e cinque rampe, rifatta nel 1888. Come si vede da questa istantanea, i muri sono cosparsi di scritte e impronte fin dal primo pilastro:

 

 

Iniziare la discesa è un’emozione, credetemi. La stessa che ho provato alla Sacra di San Michele (che ogni volta si rinnova) a Mont-Saint-Michel ed era da tanto che attendevo di venire dove tutto è cominciato, nella Grotta dell'Arcangelo. Che cosa mi aspetto di trovare? Risposte alle mie domande? Curiosità o fede, la mia? Cosa sto pensando, di questo fenomeno che mi sta ponendo interrogativi, riflessioni? Ho già visitato una parte del complesso e i tasselli di una storia che conoscevo in fondo poco, cominciano a mettersi al loro posto. Nessuno conosce i segreti di questo posto, secondo me. Una luce dosata dalle luci artificiali, spalanca la visione su secoli di passaggi devozionali, documentati da una incalcolabile serie di graffiti e incisioni che non hanno mai fine, così come le onnipresenti impronte di mani e, in minor misura, di piedi. Perché questa usanza? Il viaggiatore J. Ross scrisse, nel 1888: “Si proseguiva a stento per la gran folla di pellegrini che ad ogni passo si fermava, o per dire una preghiera o per raschiare in terra o sulle pareti la forma del proprio piede o della mano. Non riuscii a capire che cosa significasse questa usanza; dicevano di farla “per divozione” e un giovane contadino si offrì di tracciare la forma del mio piede […]”.

 

Una piccola raccolta di "segni di presenza" lasciati dai pellegrini nel corso dei secoli, praticamente ovunque abbiano trovato una superficie utile, sia in verticale che in orizzontale. In alto a sinistra un "centro sacro" (ne abbiamo discusso in apposito articolo). Non sono state risparmiate nemmeno lastre tombali (vedi sotto), nè gli affreschi, dei quali purtroppo rimangono lacerti, raramente si vedono figure integre.

 

               

               

 

La scala, intagliata nella viva roccia, ha volte ogivali ed è racchiusa tra le pareti nelle quali sono scavate nicchie ad archi gotici con sepolture di nobili famiglie. Come nella Sacra di San Michele, anche questo tratto era chiamato “Scalone dei Morti”. Su un pilastro che divide due tombe abbiamo individuato due tris, in verticale, che in questo contesto non possiamo considerare giochi ma simboli (“centri sacri”). Tra l’altro sono in posizione piuttosto elevata (chi li ha realizzati dovette salire sul coperchio della tomba) e uno presenta una piccola croce, superiormente.

 

   

   

                      

Qualche pellegrino ha lasciato il proprio nome e cognome, la data in cui visitò il Santuario e la sua provenienza, come questo signore, che arrivava da Brescia:

 

                   

                      Francesco Boneri, bresciano, 30 giugno 1600

 

 

Abbiamo già accennato al fatto che diversi pontefici vennero qui in visita: Gelasio I, S. Leone IX, Urbano II, Alessandro III, Gregorio X, S. Celestino V nel 1295 quando aveva già fatto "il gran rifiuto", Giovanni XXIII da cardinale, Giovanni Paolo II.

Molti furono anche i (futuri) santi che giunsero qui a venerare il potere dell’Arcangelo: si narra di 67 Santi che hanno lasciato il loro nome tra le migliaia e migliaia (ricordiamo Anselmo, Bernardo di Chiaravalle (1130), Guglielmo da Vercelli (1118), Giovanni da Matera (1123), Tommaso d'Aquino (1268), Bona di Pisa, Alfonso de’ Liguori, Gerardo Maiella, Padre Pio da Pietrelcina, oggi santo). San Francesco d’Assisi arrivò qui nel 1216 ma la tradizione vuole che non sia entrato nella Grotta, fermandosi al limitare della soglia, non avrebbe osato accedere per troppo rispetto. Si limitò a tracciare una TAU per terra e a baciarla. A ricordo dell’episodio è presente una cappellina, appena entrati nella Basilica Palatina, dedicata proprio al Santo di Assisi, con incassata la pietra.

Tra i pellegrini illustri vi furono 30 imperatori e vari regnanti, come Ludovico II, Ottone III e sua madre Teofane, Enrico II nel 1022, quando avrebbe dormito nella grotta assistendo a celestiali liturgie (istoriate sulla sua tomba a Bamberga, in Germania), Matilde di Canossa, Carlo d'Angiò, Alfonso d'Aragona, Ferdinando il Cattolico, Sigismondo il Vecchio, re della Polonia, i re borboni Ferdinando I e Ferdinando II, Napoleone, Vittorio Emanuele III e Umberto II di Savoia. Due parole vanno spese in merito alle "celestiali liturgie" cui assistette Enrico II il quale, nel 1022 giunse nella Grotta del Gargano con il suo seguito ma, calata la notte, desiderò rimanere solo, si dice in "intima unione con l'Arcangelo Michele". Che cosa accadde? Una visione prodigiosa, una schiera angelica entrò nel tempio, ornò l'altare e predispose l'occorrente per l'arrivo di S. Michele, che non tardò ad entrare, ammantato da incredibile splendore. L'Arcangelo celebrò la divina liturgia accompagnato dal coro delle schiere angeliche. Al termine della funzione, offrì anche ad Enrico II il Libro del Vangelo da baciare, come agli altri. Tremante a quella vista, l'imperatore si mise a tremare in tutto il corpo, allorchè l'Arcangelo stesso lo invitò a non avere alcun timore, perchè era stato invitato a quella cerimonia. Quando Enrico uscì dalla Grotta, mostrò segni di paralisi e pare abbia zoppicato per tutto il resto della vita, proprio dal lato dove San Michele lo aveva percosso lievemente. Sul suo sepolcro nella cattedrale di Bamberga è riportato l'enigmatico e apparentemente inspiegabile espisodio. Da allora specialmente, nessuno osa entrare nella Grotta quando calano le tenebre, eccetto gli angeli, si dice...
Parecchi furono anche i capi di governo e i ministri che visitarono il Santuario (per approfondire, vedasi qui).

 

         

La bellissima Madonna con Bambino, situata all'interno del tempietto omonimo, veneratissimo, che si incontra nella discesa in grotta

 

La scalinata piega bruscamente a sinistra fino ad incontrare la Seicentesca Porta del Toro, che conduce ad un cortiletto interno fiancheggiato da arcate che accolgono sepolcri e coronato da una balconata. Sul bordo corre una serie di sculture simboliche; sulle pareti si osservano, ovunque, graffiti e incisioni, anche e spesso sovrapposte. Questi “segni di presenza” non hanno risparmiato nemmeno gli affreschi (di cui rimangono lacerti) che decoravano le pareti, nemmeno le tombe che si trovano nelle arcate. E’ un fenomeno che tocca il cuore, e al contempo fa impressiona. Non avevo mai visto una devozione del genere, altrove.

Oltre a lasciare graffiti, incisioni, sculture, i pellegrini che ottenevano la grazia (guarigione, soprattutto) da San Michele Arcangelo, hanno portato- nei secoli- numerosissimi ex-voto, usanza praticata già nell’antica Grecia, dove su tavolette di terracotta erano indicate le generalità della persona beneficiata, la malattia di cui era affetto, la divinità e la cura che quest’ultima aveva prescritto (le abbiamo ben viste ad Epidauro, nel Santuario di Asclepio).. C’è da ritenere che anche alla Grotta dell’Arcangelo Michele avvenisse qualcosa del genere fin dalle epoche precoci del culto (e forse in età “pagana”?), ma le testimonianze più antiche sono andate pressoché disperse. Infatti non solo donazioni, vennero elargite al Santuario, ma anche danni: saccheggi, ruberie, spoliazioni, distruzioni, probabilmente già dall'epoca longobarda in poi (l'ultimo grande trafugamento avvenne disgraziatamente nel 1799, quando le soldataglie francesi, capeggiate dal generale Duhesme, caricarono 24 muli con oggetti preziosi provenienti dal Santuario).

Restano comunque un’infinità di prove della devozione e della riconoscenza per “grazia ricevuta”, oggi appese nel Corridoio degli ex-voto (tra la nuova Cappella Penitenziale e il Museo Devozionale). Il fotografo G. Tancredi, nel 1938, ci informava che stavano “presso la Porta detta del Toro, che immette nell’atrio interno della Basilica, sulla grande parete di destra”. Lì erano appesi centinaia di quadri dipinti ad olio su tela, su zinco, su legno, su cartone ed avevano le forme più svariate (li vediamo ancora oggi, trasferiti nella predetta sede). C’erano inoltre elmi di metallo lucente, ali, fucili, bastoni, stampelle, corde di marinai, barche, teste, gambe, mani e piedi di cera… Nella navata sinistra della Basilica c’erano poi delle vetrine e vetrinette dove trovavano posto centinaia di ex- voto in argento e argentone e, sempre il Tancredi, racconta di come fosse commovente il momento della consegna di questi ex-voto da parte di chi riteneva di essersi salvato da grave pericolo per intercessione dell’Arcangelo.

 

             

Il Corridoio degli ex-voto (nei pressi dell'entrata delle Cripte Longobarde) accoglie quanto era prima appeso nei pressi della Porta del Toro (come diceva il Tancredi nel 1938)

 

Diventavano “pegno” che l’infermo offriva al Santuario anche oggetti molto preziosi (bracciali, collane, orecchini, tutti in oro e/o pietre preziose), che venivano posti nell’apposita Urna. Se il richiedente la grazia moriva, i parenti potevano riprenderseli senza pagare, se invece guariva, l’interessato poteva ritirare l’oggetto, riscattandolo con una quota da versare al Procuratore pro-tempore della Chiesa. Alcune persone donavano i propri oggetti dando il permesso di venderli. “Un Registro, però, non v’è stato mai, lontanissimo essendosi reputato il caso di un attentato sacrilego” (dalla Memoria per l’Urna di San Michele, 1853). Quindi nessuno si sarebbe mai sognato di andare a rubare quanto veniva donato all’Arcangelo.

Dal 2008 il nuovo Museo Devozionale raccoglie il tesoro votivo e le testimonianze lasciate come pegno nel corso dei secoli dai pellegrini illustri e da gente comune. Qui la storia incontra la fede e soprattutto la profonda devozione verso l’Arcangelo Michele e i suoi poteri. Imperatori, papi, vescovi  e re donarono suppellettili liturgiche, paramenti e argenti che costituiscono il nucleo del patrimonio votivo della Basilica. Sono conservati anche doni meno preziosi ma di grande valenza simbolica, come le tavolette di cui abbiamo detto, ma anche oggetti di uso quotidiano (come piccole acquasantiere), ai quali vanno aggiunti reperti donati da collezionisti privati devoti all’Arcangelo (collezione archeologica, numismatica e la bellissima raccolta dei vasi di maiolica).

 

                     

Sopra, contenitori in maiolica che contenevano l'Acqua miracolosa o l'Olio di San Michele. Sotto, interessante rappresentazione dell'Arcangelo nelle sue tre funzioni (combattente, psicopompo, guaritore)

                    

 

                                    

In una vetrina spicca la più antica rappresentazione di San Michele Arcangelo, realizzata in rame dorato e datata all’epoca normanna (prima metà dell’XI secolo)[20]. Fu scoperta all’inizio del 1900 in un recesso della cosiddetta “Cava delle Pietre” (illustrata più avanti).

 

  • Li Sammecalére

 

Esattamente come accade oggi in moltissimi luoghi di pellegrinaggio o di spiccata devozione popolare, anche a Monte Sant’Angelo si sviluppò il fenomeno che definiamo oggi “business”. Dalla illustre penna di Ferdinand Gregorovius (1821-1891), che visitò il Santuario di S. Michele sul Gargano nel 1863, si apprende che prima di accedere alla Grotta Sacra, i pellegrini (tra cui vi era anche lui) venivano fatti accomodare in parecchie camerette laterali dove venivano venduti amuleti, medaglie, rosari, rami di pino, mucchi di conchiglie, e soprattutto statuette, di dimensione diversa, che erano allineate a centinaia su tavoli alle pareti. Erano fatte di tenera pietra del Gargano ed avevano parti scomponibili: le ali, la testa, la corona, lo scudo, la spada e il piedistallo di legno giallo, tutto si poteva staccare e riporre nell’apposita cassettina, per poterla poi meglio trasportare. Così anche Gregorovius, tutto contento, si potè portare a casa una di quelle statuette, che teneva davanti a sé, ben conservata.

La tradizione di scolpire statuette dell’Arcangelo è squisitamente locale e risale a molti secoli fa; nel 1475 Ferdinando d’Aragona  concesse agli artigiani statuari di Monte Sant’Angelo l’esclusiva in tutto il Regno di Napoli (con una multa salata per i trasgressori). Gli statuari venivano denominati li Sammecalére. Utilizzavano l’alabastro o la pietra locale del Gargano (preta gentile), oppure anche il marmo. Particolarmente pregiata era la preta turchenedde, che dopo la ripulitura e la lavorazione tendeva ad un pastoso grigio cenere con velature azzurre. Quando la peste (nel 1656) dilagò in tutto il territorio, come abbiamo visto, il vescovo Puccinelli pregò l’Arcangelo, che promise di intervenire se egli avesse tracciato un segno di croce sulle pietre della Sacra Cava, unitamente alle iniziali del nome (M.A., Michele Arcangelo), ma potevano essere incise anche sulle statuette, che acquisivano qualità di feticci protettivi. L’attività di statuari si trasmetteva di padre in figlio ed essa si protrasse fino ai primi del XX secolo, quando la produzione divenne in serie e venne sostituita da materiali meno pregiati (e meno costosi), come la plastica o la resina. Rimane forse qualche ultimo rappresentante della vecchia generazione di Sammecalére, in grado di scolpire ancora statuette originali che potrebbero trasmettere quest’antica tradizione artigiana.

Altri Sammecalére scolpivano nel legno a bassorilievo l’effige di San Michele con la spada sguainata e il diavolo sotto i piedi nudi, sormontato da un antico simbolo solare inciso. Siccome questi artigiani sono sempre più rari da trovare al giorno d’oggi, una statuetta di quel tipo è molto ricercata come pezzo antiquario.

 

                     

                  Statuette di S. Michele artigianali conservate in una delle vetrine del Museo Devozionale

 

 

  • Finalmente, la Grotta

 

Sul fondo del cortiletto si aprono le “Porte di Bronzo[21], fatte realizzare a Costantinopoli nel 1076 e donate dal nobile amalfitano Pantaleone III. Attualmente sono in restauro[22]. Le Porte sono tra le più belle dell’arte bizantina ancora presenti in Italia, e arricchiscono il millenario santuario micaelico, scrigno di fede e di arte. Il portale (lunetta e strombatura) riccamente lavorato fu voluto dal Guiscardo con i ricavi delle Guerre d’Oriente. E’ costituito da colonne e pilastri con capitelli a foglie e fiori su cui vi sono archi a pieno sesto che delimitano un timpano, oggi vuoto, e su cui sono incise le parole dell’Arcangelo rivolte al santo vescovo di Siponto e che ricordano che il luogo visitato è un luogo speciale per ottenere il perdono chiesto dal pellegrino:

 

Ubi saxa panduntur ibi peccata hominum dimittuntur

Haec est domus specialis in qua quaeque noxialis actio diluitur

 

 

                

Il cortiletto termina con l'ingresso alla Basilica-Grotta, attraverso le "Porte di Bronzo" (al momento della mia visita, in restauro)

 

Se vi sono molte persone, il momento del “varco” della soglia d’ingresso alla sacra Grotta si disperde un po’, tra lasciar fluire la ressa e la volontà di vedere, capire, percepire, riflettere. Perché resta comunque, a mio avviso, un certo mistero sulla reale ubicazione della primigenia grotta, ammesso che qualcuno lo sappia veramente per certo. All'interno della chiesa rupestre si celebrano frequenti funzioni, quotidinianamente, sia mattutine che pomeridiane.

 

                  

 

La Chiesa è divisa, se così posso dire, in due parti: la prima in cui si accede è la Basilica Palatina che Carlo I d’Angiò fece aggiungere nel 1273; è di fatto una navata a costoloni, dotata di tre campate coperte con volte a botte.

 

               

   Dettaglio dell'inserzione degli archi della volta della Basilica angioina sulla roccia della Grotta

 

Sulla sinistra si situa il bel coro ligneo del Capitolo e la Cappella delle Reliquie che annovera, tra i preziosi oggetti, la cosiddetta Croce di Federico II di Svevia, che l’imperatore avrebbe donato al Santuario in occasione di una sua visita (non documentata ma probabile. Sappiamo che egli risiedeva, quand'era a Monte Sant'Angelo, nel vicino Castello insieme alla sua amata Bianca Lancia). Si tratta di una preziosa croce di cristallo al cui interno è incastonato un frammento della vera croce di Cristo, dono dell’imperatore di ritorno dalla Crociata, nel 1228. Sembra però che l'Hoensthaufen abbia anche preteso la consegna dei preziosi vasi sacri custoditi nel Santuario, nel 1229! In realtà, il frammento della vera croce oggi non vi sarebbe più, essendo stato trafugato, ma c'è di più: le Croci sarebbero due (una al Museo Devozionale). Non abbiamo compreso molto bene la questione, comunque il manufatto è di importazione, datato al  XIII secolo, proveniente da atelìers veneziani o francesi.

 

Tutta la parte destra del Santuario è invece costituita dalla chiesa ricavata nella roccia, che si addentra nella montagna (tra la Basilica Palatina e la chiesa rupestre non v’è soluzione di continuità). La tradizione vuole che proprio qui sia apparso l’Arcangelo Michele la prima e unica volta ad Elvio (il vescovo non vide mai l’Arcangelo, che gli apparve solo in sogno), e  sarebbe stato il luogo consacrato dal Principe delle Milizie, non da mano umana (unica al mondo). Una grotta “sacra” scelta da San Michele in persona. E’ indubbio che, al di là dei contorni leggendari, il luogo abbia rappresentato da sempre un punto speciale, vuoi per la presenza dell’acqua sorgiva (ritenuta taumaturgica), vuoi per fenomeni “vibrazionali” o “energetici” di difficile comprensione o spiegazione scientifica. Ancora oggi qualcuno vi vede angeli fluttuanti, suggestive entità eteree, ma dobbiamo restare con i piedi per terra. Infatti non serve vedere queste cose per “sentire” la potenza di questo luogo che, come tutte le grotte, è simbolicamente un utero materno, perennemente gestante, in cui si rinnova il miracolo della vita o la speranza di una luce che arriverà, dopo il buio. Lì sotto il pellegrino può ritrovare se stesso e sentirsi libero dai condizionamenti, sperimentare echi primordiali. La continua e perdurante presenza di pellegrini e cerimoniali, di preghiere, incensi, formule recitate, invocazioni, sembra aver permeato l’atmosfera di una misteriosa aurea che fagocita il visitatore in una dimensione senza spazio né tempo, nettamente separata da quanto avviene in superficie.

La grotta è un’ampia caverna dal soffitto irregolare; i miei passi erano quasi esitanti mentre procedevo in direzione dell’area presbiteriale, che è leggermente sopraelevata e separata dal resto tramite una balaustra marmorea, frutto delle probabili sistemazioni del XVII secolo. A tale epoca risalgono infatti alcuni altari presenti nella Grotta: quello di S. Pietro (che incorpora colonne tortili marmoree del IX secolo); quello del Crocifisso (1677); quello del SS. Sacramento, nella omonima Cappella (1690).

 

                       

                                La chiesa rupestre, ricavata nella caverna cosiddetta dell'Apparizione

 

Il presbiterio attrae per la presenza della meravigliosa statua di San Michele, in marmo di Carrara e attribuita ad Andrea Sansovino (datata al 1507)[23]. Il pezzo è protetto all’interno di una teca illuminata e sovrasta il cosiddetto “altare delle impronte”, la pietra che recherebbe l’impronta del piede lasciata dall’Arcangelo. La statua è di una bellezza nobilissima e ha parti in bronzo dorato; la particolarità è che l’Arcangelo Guerriero (abbigliato come un soldato romano) non punta la spada contro il demone[24] che tiene incatenato ai suoi piedi e che schiaccia, ma la tiene dietro la testa. E’ pronta a fendere il colpo, ma esso è sospeso: Michele, giovane, bello e riccioluto, si considera già vittorioso, tanto più che gli basta tenere la catena con il mignolo, senza troppo sforzo. Questa rappresentazione di S. Michele fu preceduta da diverse altre statue in oro ed in argento (che probabilmente venivano donate e poi requisite), commissionate da membri della casa reale angioina ed aragonese. A tal proposito merita menzione una curiosità: nel 1442 Alfonso I di Aragona asportò dalla Celeste Basilica la statua d'oro per farne monete, chiamate in suo onore Alfonsine. Per far sembrare meno disonorevole la cosa, sulle monete d'oro ricavate dalla fusione della statua, venne fatta incidere l'effigie di San Michele e chiamate Coronati dell'Angelo. Poco dopo, nel 1461, Ferdinando d'Aragona fece man bassa di tutti gli oggetti preziosi della Basilica e della stessa statua d'argento che era stata nel frattempo collocata.

Nell’area presbiteriale si trova anche una meravigliosa cattedra vescovile marmorea del XII secolo, con spalliera ad intrecci bizantini e due bellissime formelle scolpite sui lati, mentre al di sotto vi sono due leoni accovacciati. L’altare maggiore è il luogo dove avvengono le funzioni religiose quotidiane.

 

                      

 

Alla sinistra del presbiterio (per chi guarda) si trova un baldacchino ligneo recentemente restaurato, che ospita l’altare della Madonna del Perpetuo Soccorso, dietro il quale si trova una nicchia (che pare profonda e addentrata), chiusa da un vetro, in cui è collocata una piccola statua di San Michele del XVI secolo. Un luogo intimo, oscuro, che stupisce e attrae misteriosamente. Gli stipiti della finestrella sono ricoperti di graffiti e iscrizioni. Da una piccola fessura, i fedeli gettano oboli. Ho sostato a lungo davanti a questo luogo, come rapita. E’ un vano estremamente semplice, modesto, nascosto dietro un baldacchino, eppure –nei rari momenti in cui si riesce a stare lì da soli – si percepisce che emana un fascino arcano, come fosse depositario di segreti antichissimi. E’ questa la grotta “del pozzetto” (o pozzillo) dove veniva raccolta l’acqua della “Stilla”, che era il luogo delle guarigioni già in epoca precedente al culto micaelico, come abbiamo visto. Un luogo di miracoli, dispensatore di grazie, per chi ha fede, comunque speciale. La parete di roccia a destra della portella, secerne tutt'oggi acqua.

 

                                                   

 

Sulla vicina parete, a sinistra, si trovano tre sculture: la prima è veramente simbolica e rappresenta la Trinità, dell’XI secolo, troviamo poi la Madonna delle Grazie e San Matteo.

 

La "Trinità trionfante". Non può lasciare indifferenti questa mirabile scultura che fu nascosta in epoca imprecisata dietro la nicchia dove tutt'oggi si trova e riscoperta nel 1922. Lascia alquanto perplessi perchè presenta tre teste riunite in un solo corpo, classificata come Trinità trionfante. L'unico volto che è rimasto è quello di destra, che rappresenterebbe (stando alla critica) lo Spirito Santo, dalle sembianze femminili; centralmente doveva trovarsi il Padre, con barba fluente e folta chioma, ma il volto fu distrutto; a sinistra c'è il Figlio, riconoscibile dal nimbo crucifero, ma anche questo volto fu devastato e reso irriconoscibile come il precedente. Ma da chi? E perchè una scultura così bella e particolare fu occultata? La spiegazione risiede proprio nella sua natura, cioè l'espressione della Trinità attraverso una figura a tre teste, che ha sempre suscitato l'opposizione delle gerarchie ecclesiastiche, specialmente dopo il Concilio di Trento (1545-1563). Non solo, ma raffigurare lo Spirito Santo in forma umana era inaccettabile (femminile, poi...)! Un tempo, però, gli artisti amavano dare al Mistero della Trinità un aspetto antropomorfo, anche per soddisfare la fede dei credenti, per i quali non era facile riunire Tre Persone in una sola e  capire che non erano tre divinità (come nel politeismo). Le Tre Persone, per il Cristianesimo, sono in effetti ben distinte ma della stessa sostanza (Dio). Per gli Alchimisti, rappresentano i Tre Principi (Zolfo, Mercurio e Sale).

Numerose furono le raffigurazioni tricefale nelle chiese (in alcuni casi si sono salvate e possiamo ammirarle ancora oggi), fino alle proibizioni e alle condanne papali. Tornando alla scultura presente nella Grotta dell'Arcangelo, dobbiamo riconoscere che è portatrice di un grande messaggio cristologico. Il corpo, seduto, è avvolto da un'ampia veste drappeggiata e il manto cascante. Sulle ginocchia è presente un libro aperto sul quale è incisa la seguente frase latina, tratta dal Vangelo di Giovanni (8,12) e riferita a quanto Gesù disse ai suoi Discepoli:

 

EGO SUM LUX MUNDI.

QUI SEQUITUR ME NON AMBULAT IN TENEBRIS ET HABEBIT LUMEN VITAE.

EGO SUM ALFA ET OMEGA.

 

(Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non cammina nelle tenebre ed avrà la luce della vita).

 

L'ultima frase, però, "Io sono l'alfa e l'omega" è contenuta nell'Apocalisse di San Giovanni (1,8). Perchè l'anonimo incisore pensò di riunire le due frasi?

Il libro è tenuto dalla mano sinistra della Trinità, mentre la destra è in atteggiamento benedicente. Una scultura che suggeriamo di osservare con attenzione, con il dovuto rispetto per l'ambiente sacro in cui ci si trova.

Un misterioso antro, chiuso da cancellata, rimane sempre al buio: solo la scultura di una finissima Madonna con Bambino (e un santo pellegrino) è illuminata. Si tratta della cosiddetta “Grotta delle Pietre” (o Cava delle Pietre): qui i fedeli venivano a staccare o raccogliere dei frammenti di roccia come reliquie, perché considerati intrisi dei poteri di guarigione. Si portavano addosso come elementi magico-religiosi contro i mali dell’anima e del corpo. Provenivano da qui le pietre che il vescovo Puccinelli segnò nel 1656, eseguendo un comando dell'Arcangelo Michele, invocato affinchè sconfiggesse la peste dalla città di Monte Sant'Angelo (come abbiamo già visto). Con queste pietre si consacravano anche altari e chiese dedicate all’Arcangelo Michele. Le sacre pietre erano distribuite ai fedeli durante la solenne processione che si teneva la Domenica dopo Pentecoste. Il clero aveva deciso, infatti, che in tale data si dovesse celebrare in tutta la diocesi un Te Deum  di ringraziamento, in ricordo dell’intervento miracoloso di San Michele. Le sacre pietre venivano trasportate su appositi piatti durante tutta la processione (alcuni sono conservati ancora oggi nel Museo Devozionale). Oggi  questa tradizione è scomparsa, come tante altre che abbiamo in qualche modo descritto in questo nostro articolo.

 

                   

                                                     La "Cava delle Pietre"

 

 

La “Grotta delle Pietre” è diventata un’uscita di emergenza. Alle leggi sulla sicurezza non può sottrarsi nemmeno il Principe delle Milizie.

 

 

                                                        

 

  • La Grotta di San Michele Arcangelo occupa l’ottavo posto nella lista delle 10 grotte più belle del mondo dalla prestigiosa rivista americana National Geographic, stilata nel 2014.
  • Per tutte le informazioni consultare il sito ufficiale www.santuariosanmichele.it
  • Una intera collana, della EdiPuglia, è dedicata a San Michele: Bibliotheca Michaelica

 

                                                    

 

(Autrice:Marisa Uberti. Testo e foto non possono essere riprodotti senza autorizzazione e citazione delle fonti)

 

 

 


[1] Anche se oggi non gestiscono più questi Santuari. Quello di Monte Sant’Angelo è retto dalla Confraternita di San Michele, la Sacra di San Michele è gestita da Padri Rosminiani, l’Abbazia di Mont-Saint-Michel dalla Fraternités Monastiques de Jérusalem (Fraternità Monastica di Gerusalemme)

[2] Questa direttrice collega non solo i tre suddetti santuari ma –proseguendo verso sud - toccherebbe alcuni santuari di importanza fondamentale nell'antichità, come Delphi in Grecia fino a raggiungere la Palestina (Monte Carmelo) mentre- proseguendo verso nord- giungerebbe all'abbazia di Saint-Michel Mount in Cornovaglia (che fu sempre proprietà dei monaci normanni) e a Skellig Michael, in Irlanda dove, su un isolotto sperduto fu fondato, nel 588 d.C., un impervio monastero (Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO dal 1996).

[3] Per approfondimenti sull’argomento, segnalo un’ interessante ed esaustiva monografia di Gabriele Tardio “La Via Micaelica: l’importanza di un itinerario europeo” (Edizioni SMIL, 2012, scaricabile in formato digitalizzato).

[4] Gli altri sei luoghi sono: il Tempietto longobardo di Cividale del Friuli (UD), il complesso monastico di San Salvatore-Santa Giulia a Brescia, il castrum di Castelseprio (VA), la Basilica di San Salvatore a Spoleto (PG), il Tempietto di Campello sul Clitunno (PG), la chiesa di Santa Sofia a Benevento.

[5] Dall’opuscolo “Monte Sant’Angelo. Vieni Vedi Vivi”, Città di Monte Sant’Angelo, Assessorato al Turismo

[7] Si tratta dello specchio rinvenuto negli scavi di Vulci tra il 4 e il 10 marzo 1837, in una piccola tomba. E’ conservato nel Museo Gregoriano Etrusco, con n. di inv.12240)

[8] Sono narrate con vivacità e precisione di dettagli nel Liber de apparitione santi Michaelis in Monte Gargano, la cui stesura risale all’VIII secolo. In precedenza, qualche riferimento ai prodigiosi fatti si riscontra in fonti scritte, come una lettera inviata dal papa Gelasio I nel 493/494 a Giusto, vescovo di Larino; un’altra lettera dello stesso Pontefice ad Herculentius, vescovo di Potenza (492–496) e in una nota riportata dal Martirologio Geronimiano sotto la data del 29 settembre, festa di San Michele (http://www.gargano.it/santuari/santuario-san-michele-monte-santangelo/)

[9] Venne poi chiamato Monte Sant’Angelo

[10] A quel tempo Siponto era sede vescovile ed era una città molto importante

[11] Questa apparizione è chiamata “del Toro”

[12] Questa apparizione è chiamata “della Vittoria”

[13] Questa apparizione è detta “della Dedicazione”

[14] Nel Liber de apparitione santi Michaelis in Monte Gargano, la caverna dei primordi sarebbe stata costituita da due cavità: una più piccola e avanzata, chiamata “apodanea”, dall’impronta dell’Angelo lasciata sulla pietra; l’altra più grande, dove si sviluppò il luogo di culto. Con il vescovo Leone Garganico, a partire dall’XI secolo il luogo di culto ha occupato la parte superiore terminale dell’ampia caverna.

[15] Per approfondire vedi questo link.

[16] Questa è considerata la quarta Apparizione relativa a Monte Sant’Angelo

[19] Questi ambienti sono stati separati definitivamente dalla Sacra Grotta verso gli anni 1270-1275

[20] Riporta due nomi, Roberto e Bolduino, e un’iscrizione

[21] I due battenti sono divisi in 24 pannelli ageminati di argento e rame e raffigurano 22 scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Vi è anche la scena dell’Apparizione dell’Arcangelo Michele al vescovo Lorenzo di Siponto.

[22] Si veda questo interessante articolo:  “Bibbia e Arte. Restauro della Porta di Bronzo, Santuario di San Michele, Gargano” del 27 luglio 2015

[23] Recenti studi l’attribuiscono ad un altro artista, Andrea di Pietro Ferrucci, attivo a Napoli in ambienti vicini alla corte spagnola

[24] “Viso di scimmia, coscia di capro, artigli di leone e coda di serpente” (http://www.leterrazzesulgargano.it/en-GB/monte-santangelo.html?start=3)

 

Argomento: Il Santuario di S.Michele Arcangelo (FG)

l impronta dell'angelo motivo di tutto il santuario

giulia | 06.05.2016

hai dimenticato l'impronta più importante, quella del l'aneglo da cui viene la mania dei pellegrini di fare l'impronta della mano...quando benedì l'altare, unico altare al mondo privo di reliquia, perchè benedetto da Dio stesso, tramite l'angelo, un po' come successe a MOsè..togliti i calzari ecc.

Non un caso

Gianluigi Patrini | 25.09.2015

Abito a Sanmichele
di Ripalta Cremasca

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