Il "Castellazzo" (M. Uberti)

(sez. Valle dello Jato)

Superato l'ingresso al Parco Archeologico, si percorre un tratto di strada in salita (usando tranquillamente l'automobile o a piedi) fino a giungere ad un luogo oggi detto "Castellazzo" (o "Castellaccio") che "presenta tracce archeologiche interessanti e meritevoli di studio". Così ne scrive il prof. Ferdinando Maurici nel suo libro del 2009, "Itinerari federiciani in Sicilia" (Gruppo Editoriale Kalos, distribuito dalla Regione Siciliana, Assessorato Turismo Comunicazioni e Trasporti, Dipartimento Turismo Sport e Spettacolo). Da allora le ricerche sono progredite tanto che il prof. Maurici stesso (che è direttore del Parco Archeologico Monte Jato)  ha intrapreso una campagna di scavo, grazie alla collaborazione del Gruppo Archeologico Valle dello Jato, capitanato da Alberto Scuderi, e dai volontari universitari che per circa tre settimane all'anno si spendono attivamente per riportare alla luce quello che doveva essere il castello "provvisorio" eretto da Federico II durante l'assedio alla città islamica sul Monte Jato. E' una grande notizia!

           

Fig. 1: il terreno dove si svolse l'assedio svevo ai saraceni, asserragliati sulla cima del Monte Jato

 

Proprio nei giorni della mia visita in loco, ho potuto assistere alle prime fasi delle operazioni, giunte al terzo anno consecutivo; ho conosciuto alcuni dei giovani laureati o laurendi in archeologia, provenienti da diverse località della Sicilia, ammirando la loro passione, la serietà, l'entusiasmo verso questo progetto, che per loro è anche esperienza diretta sul campo.

La direzione dello scavo è affidata all'enorme esperienza del prof. Maurici, che in materia federiciana è uno dei massimi esperti a livello internazionale; trovare l'accampamento dell'imperatore svevo sul Monte Jato sarebbe un ulteriore fiore all'occhiello non solo per lui, ma per tutta la comunità scientifica ed archeologica.

Perchè cercare qui l'edificio? Sappiamo che gli arabi, conquistata la Sicilia (strappandola ai bizantini) verso la fine del IX secolo d. C., vi rimasero per quasi quattro secoli, anche quando la dominazione Normanna prese il sopravvento sull'isola. Fra l' XI e il XII secolo la città di Jatum (nome latino della greca Iaitas) situata sulla cima del Monte Jato, era un importante centro musulmano che si chiamava Catù (Giato). In realtà tutta l'immensa arcidiocesi -feudo di Monreale, creata nel 1182 dal re Guglielmo II con il Rollo, era popolata in buona parte da islamici. Nel territorio dei monaci di Monreale ricadeva anche il Monte Jato, che diventò l'epicentro di una grossa rivolta dei saraceni stessi, cominciata già alla morte del re Guglielmo II (1189). Nel 1212 i rivoltosi si spinsero fino sotto le mura della cattedrale di Monreale e a Palermo, approfittando del fatto che il re di Sicilia (Federico II di Svevia) fosse assente.

In questo quadro il Monte Jato si configura come la sede principale della grande ribellione musulmana, "capitale" dell'emirato ribelle di Muhammad ibn Abbad. il motivo risiedeva nel fatto che "il Monte rappresentava l'estrema propaggine sud della catena che divide la Conca d'Oro e quindi Palermo dall'interno della Sicilia occidentale. Su tre versanti il Monte Jato era naturalmente protetto da vertiginose pareti o ripidissimi pendii e l'unico accesso risultava possibile solo dal versante sud-est o mediante uno stretto sentiero in parte ricavato artificialmente nella roccia,  a nord-ovest" (Maurici, F., op. cit., p.31). Questo passaggio può essere identificato nell'ancora esistente "Scala di Ferro".

La cima del Monte era quindi un luogo poco vulnerabile e sicuro, dove la popolazione musulmana si era stabilita (si parla di 13.000 famiglie), in case piuttosto povere, erette sulle rovine dell'antica città greca.

A partire dalla fine del XII secolo i musulmani si sollevarono, ma la risposta del sovrano Federico II (che pure era incline alla cultura portata dagli Arabi nell'isola) non poteva farsi attendere, cosicchè gli ultimi anni di vita della città sul Monte Jato furono vissuti sotto assedio. Fra il 1222 e il 1224 Federico II stesso avrebbe diretto le operazioni militari, riuscendo a catturare e uccidere il capo dei riottosi (l'emiro Muhammad ibn Abbad). La resistenza dei saraceni fu tenace, se solo nel 1246 le truppe sveve (guidate dal conte di Caserta) riuscì a vincerla definitivamente, raggiungendo la loro roccaforte sul Monte Jato e deportando la popolazione in Puglia, a Lucera. Il sito rimase deserto, frequentato probabilmente solo da contadini o pastori di passaggio.

Proprio in questo territorio, alle pendici sud-orientali dell'altura, sono state scavate alcune importanti emergenze archeologiche: l'equipe elvetica dell'Università di Zurigo è riuscita a rimettere in luce la Porta che doveva appartenere alla fortificazione araba e che difendeva l'accesso all'insediamento sul Monte Jato. Qui se ne stavano asserragliati i musulmani, nei lunghi anni di assedio mentre, dall'altro lato (divisi da un fossato) stavano gli svevi.

          

                                                Fig. 2 la porta araba (resti)

 

L'ipotesi è che essi avessero costruito un fortilizio (poi smantellato alla fine della battaglia), per le necessità contingenti ai soldati, ma anche alle attività belliche (depositi di munizioni e di armi).

Il gruppo di scavo ha già iniziato a perimetrare le mura del "Castellaccio" e l'obiettivo è di rinvenire le fondazioni, nonchè la porta orientale. Oltre all'attività sul campo, i ricercatori hanno il compito di documentare scrupolosamente ogni reperto che viene alla luce, ripulirlo e catalogarlo, per poi (in una fase successiva) musealizzarlo. Sono già stati presentati i risultati delle due campagne di scavo precedenti, e quella in corso terminerà il 31 maggio di quest'anno.

 

        

 Fig.3: cantiere di scavo aperto nell'area del "Castellaccio", dove doveva situarsi l'accampamento svevo di Federico II, davanti all'ingresso principale della città islamica sul Monte Jato

 

 

 

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