Due passi in Maremma

                                                            "insolita e misteriosa"

                                                                (Marisa Uberti)

 

Ritorniamo in Maremma,  con piacere, dopo qualche tempo; questa volta scendiamo un po’ più a sud e ci portiamo in alcune località assai suggestive,  sia costiere che dell’entroterra, dove il paesaggio è diverso da quello toscano classico. Troviamo infatti boschi e macchie frequenti, in un ambiente spesso ancora intatto. Chiaramente siamo diretti verso luoghi che sappiano offrire il fascino del mistero, oltre alla bellezza paesaggistica. C’è solo l’imbarazzo della scelta, grazie anche ad una corposa guida prodotta da Claudia Cinquemani, una studiosa locale che è autrice di diversi articoli nel nostro sito. Il suo volume “Guida alla Maremma insolita e misteriosa” (Pellegrini dei Simboli, Grosseto, 2015) non deve mancare tra le mani di chi sta programmando un viaggio da queste parti, in qualunque stagione!

 

                                                          

 

Noi prendiamo le mosse da Giuncarico, soggiornandovi qualche giorno. E' una piccola frazione di Gavorrano (prov. di Grosseto), inerpicato su una collina a circa 600 m di altitudine, dalla quale si ha un’ampia visuale sul territorio circostante. Si configura come un borgo quasi fuori dal tempo, dove i più giovani giocano ancora a nascondino nell’unica piazza del paese, facendoci tornare nostalgia della nostra infanzia, che ignorava videogiochi e computers (inesistenti a quel tempo). Giuncarico doveva essere molto importante nel Medioevo, infatti per attraversarlo (allora come oggi) si dovevano varcare due porte, ad Est e a Ovest,  sicuramente presidiate da guarnigioni. Della località si ha notizia dal 772 d.C., quando era possedimento dell’ Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata; rappresenta così uno dei pochi borghi maremmani conservatisi anteriori al IX secolo. La struttura urbana è circolare; si possono vedere resti di mura, torri e antichi edifici. Dal XII secolo fu dominio degli Aldobrandeschi e poi dei Pannocchieschi fino a che entrò nell’orbita della Repubblica di Siena (XV secolo), come testimonia la balzana, incassata in alto a sinistra della Porta Orientale. L’interessante Chiesa di Sant’Egidio risale al XIII secolo e sorge in posizione sopraelevata. Appena superata la Porta Orientale, uscendo dal borgo e imboccando una salita a sinistra, ci si ritrova al cospetto di un edificio di culto semi-nascosto dal verde: è il Santuario del SS. Crocifisso, nome derivante dal fatto che vi veniva custodito un miracoloso crocifisso ligneo, ritrovato tra il fieno di una stalla nelle vicinanze. Il manufatto però è stato trafugato insieme ad altri arredi! Pensare che il santuario era stato costruito nel 1892 su una chiesa cinquecentesca (S. Bernardino), proprio per accogliere un numero sempre maggiore di pellegrini e devoti al Crocifisso miracoloso, che qui trovava decorosa custodia. A valle di Giuncarico si trovano diverse emergenze archeologiche, tra cui la Tomba etrusca di Poggio Pelliccia, a tumulo, pertinente ad una famiglia aristocratica della vicina Vetulonia. (Per le visite chiedere all’Agriturismo, proprietario del terreno).

 

A sinistra, la chiesa di Sant'Egidio e, a destra, la torre-campanile nel cui fornice è ricavata la Porta Orientale

 

                              

                                                            La Balzana

 

            

                  L'ingresso al Santuario del SS. Crocifisso, che attualmente versa in pecarietà

 

 

  • Verso il Monte Amiata

 

Visto che abbiamo parlato dell’Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, cui dipendeva Giuncarico, andiamo a farvi visita. Prima di giungervi, però, avendo il piacere di essere guidati in modo speciale da Claudia Cinquemani, facciamo alcune interessanti tappe. La prima è ad Arcidosso, dove l’intenzione è di visitare il poderoso Castello Aldobrandesco (che cela un esemplare di Triplice Cinta e un Alquerque, nella Torre Medievale), ma il giorno di chiusura ci impedisce di visitarlo internamente, purtroppo.

 

                  La fortezza di Arcidosso si erge direttamente sulla roccia

 

C’è una curiosità cui è interessante prestare attenzione, all’ingresso del paese, ed è legata alle vicende di David Lazzaretti, di cui sempre Claudia Cinquemani aveva scritto per il nostro sito e al cui articolo rimandiamo (si veda anche David Lazzaretti e l'abate Sauniere (Tra Rennes-le-Chateau e la Maremma),. Qui ad Arcidosso troviamo il punto in cui il fondatore del movimento “giurisdavidico” (ultracattolico e filo-monarchico) fu ucciso dalle forze di Sicurezza mentre guidava una processione (18 agosto 1877) che aveva preso le mosse dal Monte Labro.  Colpito alla fronte da un bersagliere, Lazzaretti morì  la sera stessa, in un’abitazione in località Bagnore. A ricordare l’evento c’è una lapide, ai piedi di una maestosa saclinata, mentre nelle vicinanze si staglia una grande croce di ferro (una delle 40 fatte innalzare da Baldassare Audibert tra Arcidosso, Casteldelpiano, Roccalbegna e Scansano), inserita in una base cubica che riporta, su una delle facce, la celebre frase premonitrice "Con questo segno vincerai", che apparve a Costantino prima della battaglia con Massenzio sul Ponte Milvio, e la data 1846, anno della collocazione della croce ad opera dell’Audibert. Costui era stato un ufficiale dell’esercito napoleonico, poi fattosi frate; segnò per sempre il destino del Lazzaretti, predicendogli nel 1848 (quando Davide aveva solo 14 anni) una grande missione da compiere. La profezia si sarebbe rivelata esatta, e gli sarebbe costata la vita.

 

                   

                                

                               

 

 

Il nostro itinerario prosegue e, dopo un paio di chilometri dal centro storico di Arcidosso, ci fermiamo alla chiesa della Madonna dell’Incoronata (o delle Grazie), sorta come ex-voto per la fine della pestilenza nel XIV secolo e oggetto di ampliamenti successivi. In origine si trattava di una piccola cappella che racchiudeva l’immagine di una Madonna prodigiosa, che era situata sul muro esterno di una casa (da qui il nome “Madonna delle Grazie”). L’attuale edificio si erge sopra una monumentale scalinata, al termine della quale- a destra- si trova una bella fontana seicentesca con mascheroni, testimone delle numerose sorgenti di cui il luogo è sempre stato ricco, così come ne è testimone una nicchia di raccolta dell’acqua nel lato destro del transetto.

 

 

Nella navata sinistra si trova un dipinto raffigurante Celestino V che abbandona gli attributi papali davanti a San Giovanni Battista, alla Vergine con Bambino e a San Luca. Il quadro, come ha indagato la Cinquemani, è una copia di un originale attribuito a Marcantonio Franceschini del 1688 (conservata a Bologna). Il pittore, però, realizzando la riproduzione (1736), di qualità non eccelsa, avrebbe inserito od omesso alcuni particolari degni di attenzione, secondo un proprio progetto personale che va ancora decodificato.

 

      

 

Proseguiamo il nostro viaggio che ci conduce ad una chiesa cui siamo legate sia io che Claudia, in quanto è stata il soggetto di uno dei primi articoli che, nel 2009, ella mandò a questo sito: la Pieve di Lamula. Fa un certo effetto ritrovarsela davanti, dopo averne immaginato l’importanza attraverso le sue descrizioni e le immagini. Adesso possiamo tastare con mano; nel corso del tempo su questa chiesa sono state dette e scritte molte cose, annunciati degli “scoops” che poi si sono rivelati infondati, come improbabili cripte “templari”.

 

                          L'armonica facciata della Pieve di Lamula 

 

Le supposte "impronte" della Mula, che secondo la leggenda si sarebbe fermata alla vista della Madonna. Da cui il nome di "Lamula", etimo che deriva più verosimilmente dalla presenza di un piccolo corso d'acqua sotto l'edificio, detto anche lama (quindi lamula)

Nei pressi della Pieve si trova la scenografica Fontana del Diavolino, chiamata così per la presenza -probabilmente- di una scultura che si trovava qui fino ai primi del XX secolo; non si hanno immagini, ma pare fosse una sorta di serpe alato.

Ma ecco che, spostandoci di qualche chilometro e salendo a 642 metri s.l.m.,tocchiamo un luogo fantastico, dove l’acqua sembra avere la propria dimora: Santa Fiora e, in particolare, la chiesa della Madonna della Neve con annessa Peschiera. Fantastiche! Sullo sfondo, le vertiginose pareti rocciose, strapiombanti, su cui si arrocca il borgo, che si chiama così per via del fiume, il Fiora, appunto. 

 

                        

 

La chiesa è nota anche come “della piscina” perché è situata nei pressi della Pescheria del XIII secolo, che raccoglie le acque del fiume stesso. La particolarità dell’edificio di culto è avere, sul pavimento, grandi lastre trasparenti che consentono di vedere scorrere, in alcuni tratti copiosamente, le acque. Gli scavi archeologici hanno appurato che qui c’era una strada lastricata attraversata da un ruscello, a cavallo del quale vi era anche un ponticello (di cui resta uno dei muri portanti); sulla strada dovevano affacciarsi delle botteghe artigiane che sfruttavano la presenza dell’acqua. Un paesaggio molto diverso da quello che ci si prospetta oggi, ma che rimane comunque di grande fascino e interesse. La chiesa venne eretta nel corso del 1400 e il ruscello venne incanalato in una condotta che sfociava nella Peschiera; è probabile che la costruzione del luogo di culto sia stato concomitante al diffondersi del culto verso un’icona mariana che doveva trovarsi in una cappellina, sulla strada lastricata (grosso modo dove oggi è situato l’altare) e che gli abitanti ritenevano dispensatrice di grazie. Questo fa pensare ad un culto primigenio delle acque, legate al femminile da sempre e che, con il cristianesimo, si è intrecciato con la Donna e Madre per eccellenza, Maria. Fu allora che i signori del luogo (i conti  Sforza), il vescovo di Chiusi e i frati agostiniani del vicino convento, decisero di dare decorosa custodia all’immagine, realizzando la chiesa che vediamo ancora oggi. Inscindibile da quest’ultima è la visita al bellissimo complesso della Peschiera, che racchiude un parco naturalistico e un laghetto, formato dalle acque sorgive del fiume Fiora, che venne realizzato dagli Sforza nel XIII secolo, originariamente per allevare trote. Era anche un luogo dove venivano accolte persone illustri. Il Giardino che circonda il complesso è Rinascimentale. In questo incantevole “luogo di energia” è possibile anche trovare ristoro, per poi proseguire il cammino.

 

 

     

                 Croce doppia incisa su un masso sotto le lastre trasparenti...

 

E il nostro cammino è diretto ad Abbadia San Salvatore, nota a molti come località di villeggiatura estiva e invernale, situata sulle verdi pendici orientali del Monte Amiata, a metà strada tra la vetta e la Valle del Paglia. Luogo importante anche per le vicine miniere di Mercurio, e per la presenza di una storica abbazia del SS. Salvatore, attorno alla quale si sviluppò il borgo. Si narra che un giorno il re longobardo Ratchis, interrompendo una battuta di caccia, salì sul Monte ed ebbe una divina visione: sopra un abete stava Gesù Salvatore con un globo tra le mani, dal quale si sprigionava una fiamma che si divideva in tre per poi ridiventare una (Trinità). A quel tempo dobbiamo immaginare il luogo avvolto dal verde e dal silenzio, ricco di acque, un luogo mistico carico di mistero. Ma anche importante strategicamente perchè zona di confine, che a quel tempo stava per essere interessata da una strada di collegamento tra il regno longobardo del nord (con capitale Pavia) e Roma con i ducati longobardi del Sud. Questa direttrice, che utilizzò antiche strade romane, nel corso del IX secolo prese il nome di Francigena, una delle più importanti d’Europa, Via di pellegrinaggio per eccellenza, del commercio e dello scambio tra i popoli. Una Via che spesso abbiamo percorso, facendo i nostri “due passi”. Storicamente si sa che furono tre fratelli longobardi a costruire l’abbazia, nel 743 d.C. (Erfo, Anto e Marco, provenienti dal Friuli) e che fu il vescovo Winizzo a consacrarla, nel 1035. Nel tempo l’abbazia divenne una potente istituzione politica, religiosa e culturale, con possedimenti che spaziavano dall’Amiata alla Val Chiana e al mare, fino a Viterbo. Tutte le altre chiese presenti nel paese di Abbadia sono figlie del monastero del SS. Salvatore, che esercitò la propria egemonia per circa mille anni. Fu Benedettina (fino al 1229), Cistercense, Camaldolese, per tornare poi nelle mani dei frati Cistercensi nel 1939 fino al 2013. Attorno al Mille venne ricostruita in forme romaniche (prima, doveva essere longobarda); la facciata è stretta tra due alte torri campanarie, di cui una rimasta incompiuta.

 

                                                La severa mole dell'abbazia

 

E’ orientata sull’asse E-O, con abside a oriente. All’interno è a unica navata, sobria. Nella zona absidale si trova il presbiterio sopraelevato, con cappelle affrescate dall’artista seicentesco Nasini. Importante il Crocifisso in noce del XII secolo (eccezionale sintesi del Cristo morto e risorto, infatti mostra i segni della Passione ma è vivo, espressivo, con gli occhi aperti che guardano il fedele) e il coro, del XV secolo. Ma il capolavoro assoluto di questo monumento è la cripta, risalente all’epoca di fondazione dell’abbazia, dove si ammirano splendide colonne a capitelli diversi. E’ una selva di pietra in cui il visitatore rimane estasiato e rapito da un senso di grandezza e mistero divino. La cripta è davvero il grembo materno accogliente, dove venivano conservate le reliquie, che richiamavano i pellegrini in transito sulla Via Francigena, di cui questa abbazia era una tappa. Nella cripta si svolgevano solitamente le liturgie invernali, trovandosi protetta nel cuore del monastero.  

 

                     

                     

                       

Alcuni scorci della stupenda cripta e il dettaglio di un simbolo a intreccio, scolpito su una colonna, forse con intenzione magico-apotropaica

 

E’ ancora tradizione che il pomeriggio del Capodanno si celebri una suggestiva funzione: la benedizione delle Reliquie, conservate in due armadi seicenteschi ai lati dell’altare maggiore della chiesa superiore, in 40 antichi reliquiari. E sono solo la rimanenza di quelle possedute in origine dall’Abbazia! Un culto molto particolare, quello delle Reliquie venerate in questa chiesa, che comprende anche quelle di San Marco Papa, protettore del luogo. Un papa che salì al soglio pontificio dopo Silvestro e lo resse pochissimo: dal 18 gennaio al 7 ottobre del 336 d.C. In quei pochi mesi deve aver svolto comunque un grande servizio alla cristianità (si dice che fosse uno strenuo avversario dell’eresia),  tanto da essere venerato come santo. Un culto che affonda dunque in tempi antichissimi e che è sempre forte nell’abbazia amiatina, la quale conserva la testa di questo pontefice (in un reliquiario prezioso del 1381) e la cosiddetta “casula di San Marco papa”, ritenuta una tra le vesti sacerdotali più antiche, ma che in realtà è una preziosa seta persiana del 700-800 d.C. Nel 1783, quando il granduca Pietro Leopoldo soppresse il cenobio, si formò una Compagnia laicale intitolata a San Marco papa, che continuò ad officiare la chiesa e che si mantenne viva e in attività fino al 1950. La festa in onore del patrono è la terza domenica di settembre, durante la quale viene invocato San Marco papa quale protettore di calamità naturali e dei terremoti.

 

 

Nell’abbazia è stata conservata per quasi mille anni la Bibbia Amiatina (o Codex Amiatinus), che dopo la soppressione del 1783 confluì presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze, dove si trova tutt’oggi. Nel Museo di Arte Sacra dell’Abbazia è conservata una copia, redatta dai Monaci Cistercensi.

Dall’antica porta dell’Abbazia si accede all’antico borgo, in un susseguirsi di case medievali e rinascimentali, dove l'occhio attento potrà cogliere numerosi segni e simboli lasciati dai membri delle Corporazioni che vi risiedevano. Si trovano anche diverse croci "patenti" , "Fiori della Vita", simboli solari, ecc. L'insieme e la profusione indicherebbe la presenza di Ordini monastico-cavallereschi come i Templari e i Giovanniti, cosa più che giustificata, dal momento che ci troviamo sulla Via Francigena...

 

 

 

  • Un tuffo sulla costa: Castiglione della Pescaia

 

                     

       Il magnifico litorale sabbioso e il mare blu sono impreziositi dalla folta pineta del Tombolo

 

Un nuovo giorno in Maremma, e un nuovo itinerario, stavolta più rilassante, tra le belle spiagge e il mare pulito di Castiglione della Pescaia, situato alla destra del porto-canale alla foce del fiume Bruna. La spiaggia si estende lungo una folta pineta, che si allunga oltre il paese, prendendo il nome di “ Tombolo”, arrivando fino a Marina di Grosseto.  In questo percorso si trova il Forte delle Marze, nome che deriva dalla presenza di un cordone roccioso appena emergente dal mare, ancora oggi appena visibile a pelo d’acqua in prossimità del bagnasciuga. Di cosa si tratta? Forse di un antico porto medievale, tappa di un itinerario marittimo verso Roma? Il nome “Marze” potrebbe derivare da Marza che significa “Porto”, in arabo e proprio un geografo arabo cita nel suo Itinerario Marittimo (1154), una località chiamata Marza al Kinziriyah, collocata nei pressi di Grosseto (per approfondire, vedasi Cinquemani, C., op. cit., p.388).

Castiglione della Pescaia fu un’importante città etrusca passata poi sotto il dominio romano (IV sec. a.C.). Divenne feudo di Ludovico il Pio nel IX secolo e, successivamente, passò al governo di Pisa, quindi ai fiorentini. Nel 1460 entrò a far parte dello Stato della Chiesa. Caratteristica della nota località balneare è la presenza di un’altura, a strapiombo sul mare, sui cui è conservato- intatto- uno splendido borgo medievale, sviluppatosi sul poggio Petriccio, circondato da una muraglia turrita eretta dai Pisani e sovrastata dalla Rocca aragonese (XIV- XV secolo), rafforzata da torrioni angolari, oggi proprietà privata. In precedenza vi sorgeva un castello di cui si ha notizia dal 1163, ma anch’esso sorgeva su preesistenze architettoniche.

 

             

                               Scorcio del centro storico medievale

 

Ideale è visitare il borgo al tramonto, quando i turisti sono ancora sulle spiagge e le strade medievali non sono ancora affollate. In tal modo si potranno apprezzare gli angoli più suggestivi in maggiore tranquillità, penetrare nelle Porte urbiche come pellegrini medievali, curiosare nelle botteghe artigianali, perdersi nel meraviglioso panorama che si estende ai piedi della collina, quando il sole si tuffa nel mare e scompare, per lasciare il posto alla luna e alle stelle. Ma prima che faccia buio, c’è il tempo per visitare uno degli edifici più interessanti del borgo: la chiesa di San Giovanni Battista, nella parte orientale. Fin da lontano si vede il suo campanile, poggiante su una torre circolare ricavata probabilmente dal fortilizio medievale. La chiesa appartenne ai Cavalieri di San Giovanni (poi di Malta) ed aveva annesso un ospedale; simboli della presenza dei Giovanniti si possono rinvenire sull’architrave in facciata, dove troviamo l’aquila, l’agnello e la croce al centro. 

 

 

Il complesso di San Giovanni Battista era sotto la giurisdizione dell’ospedale dello Stagno di Livorno, che gestiva anche S. Giovanni in Tempio a Grosseto. Pur se ampiamente rimaneggiata, nella chiesa di Castiglione della Pescaia possiamo trovare le tracce dell’antica costruzione, che comprendeva anche un cimitero. All’interno sono conservate importanti reliquie: braccia e gambe di San Guglielmo d’Aquitania, patrono del paese, le cui ossa si trovano entro un reliquiario d’argento del XVII secolo, chiuso entro un’inferriata dalla curiosa forma a triplice losanga, che ricorda una Triplice Cinta, Il personaggio (che è solo “Beato” e non santo) è più conosciuto come Guglielmo di Malavalle. Un personaggio enigmatico e interessante, cui si ispirarono i Guglielmiti.

 

 

Da Castiglione della Pescaia si può raggiungere anche il malandato eremo di San Guglielmo, in località Val di Loro, che godette prosperità per alcuni secoli dalla sua fondazione ma che venne definitivamente abbandonato (dopo alterne vicende) alla fine del 1600. Nell’edificio sono stati rilevati dei fenomeni astronomici che andrebbero approfonditi con un’adeguata analisi archeoastronomica.

Ma non avevamo detto che oggi doveva essere una giornata dedicata al relax?!

              

  • Orbetello, l’Argentario e il mistero di Cosa (Ansedonia) -guarda anche il video 

 

                   

 

Scendiamo un poco più a sud fino ad arrivare a vedere la splendida zona dell’Argentario, un dono che la Natura ha fatto all’Uomo. Il Monte omonimo svetta sul promontorio, lambito dal mare, con i suoi 635 metri di altitudine, mentre tre sottili lingue sabbiose lo collegano alla costa. Questa fascia di collegamento ospita la “macchia di Orbetello”, rifugio avifaunistico di primo livello. Luogo incantato, rifugio per pochi. Non siamo giunti fin qui per farci il classico bagno di mare o di sole, quest’oggi, ma in cerca di risposte. Sul nostro sito avevamo pubblicato, tempo fa, le teorie di Costantino Cattoi, che vedeva in queste zone la culla di una civiltà primigenia, descrivendo la stupefacente cinta muraria dell’antica città di Cosa, che ufficialmente è attribuita ai romani (III sec. a.C.). Ma l’opera è in grossi blocchi poligonali, assemblati senza uso di collanti e incastrati secondo una tecnica che si riscontra altrove in Italia e nel mondo, molto diversa dall’architettura tipica romana. 

 

             Le mura di Cosa e un dettaglio dell'incastro dei blocchi

 

Infatti, oltre la cinta, gli edifici della colonia romana sono pertinenti al loro modo di costruire: il Foro, la Curia, il Mercato, i Templi, la Basilica, le Terme, le domus, le numerose cisterne…Tutta la città di Cosa era modellata sull’architettura dei Romani, compresa l’Acropoli (protetta da altre mura “poligonali” che farebbero pensare ad una pre-esistenza di qualche tipo, smentita dagli archeologi), con il Capitolium, l’Auguraculum, e due templi minori (quello dedicato a Giove e quello dedicato ad una divinità legata al femminile, Mater Matuta). Ma la cinta non convince essere di epoca romana. Andando in loco abbiamo potuto osservare anche alcuni tratti della cinta muraria dell’antica Orbetello, che si chiamava Cusi o Cusia, molto simili alla cinta (per fortuna quasi totalmente integra) di Cosa. Perché, però, ad Orbetello i resti sono attribuiti agli Etruschi e datati all’VIII sec. a.C.?

 

Le mura etrusche di Orbetello pare che proseguano per alcuni metri sott'acqua. Superiormente, invece, si vede una tecnica muraria diversa e più recente

 

Le rovine della città di Cosa sono situate di fronte al promontorio dell’Argentario, a loro volta su un altro promontorio, quello di Ansedonia. A partire dal dominio dei Franchi di Carlo Magno, la città si chiamò infatti Ansedonia, nome che ha ancora oggi. Tuttavia la città moderna si trova ai piedi di quella antica; oltre il Canale del Lago di Burano sorge la torre dove si trovava l’antico porto di Cosa, ormai sepolto. Qui si può ammirare la Tagliata etrusca, che è in realtà considerata un’opera di alta tecnica romana, realizzata per impedire l’insabbiamento del porto, grazie ad un sistema di regolazione del flusso delle acque, con un canale che scorreva tra le rocce, aperte da tagli verticali. Uno slargo segnala lo Spacco della Regina, una frattura naturale imponente, il cui ingresso è reso molto poco agevole da una frana che lo rese probabilmente inagibile già in antico. Secondo l’archeologia, avrebbe infatti avuto gli stessi scopi della Tagliata, che sarebbe stata realizzata solo in un secondo momento. Alcuni ritengono però che lo Spacco della Regina nasconda una verità diversa: la presenza di tre misteriosi ambienti, aperti alla sommità, posti in sequenza, farebbero ritenere possibile un impiego per scopi rituali di qualche tipo, dei quali però nulla si sa. La leggenda alla base del toponimo vuole che una enigmatica Regina etrusca (secondo alcuni chiamata Ansedonia), venisse qui a prendere il bagno o a nascondere i suoi tesori, mai ritrovati. Altre versioni narrano che la Regina, entrando ogni giorno nell’anfratto oscuro per bagnarsi lontano da occhi indiscreti, avesse sollevato pregiudizi da parte di gente malevola, che vedeva in questo qualcosa di poco chiaro. Si sospettava che la Regina seguisse in quell'anfratto streghe e demoni, partecipando a riti sabbatici. Forse stanca di queste maldicenze, un giorno Ansedonia non fece più ritorno, alimentando il mito che fosse scomparsa per sempre nelle acque di quella fessura.

 

                                             Tagliata e Spacco della Regina

 

       

      

                                          Resti dell'antico porto di Cosa

 

 

Ad Orbetello è d’obbligo visitare la Cattedrale, sorta su un sito pagano. All’interno è conservato uno stupendo altare, proveniente da un pluteo longobardo riccamente scolpito con simboli e intrecci, tra cui diversi Nodi di Salomone.

 

             

 

Impossibile congedarsi da qui senza salutare il simbolo di Orbetello, il mitico mulino emergente dall'acqua della Laguna! E' l'unico rimasto dei molti costruiti dai Senesi e restaurati dagli Spagnoli durante la loro occupazione. Da lontano, mentre ripartiamo, sembra una sentinella a guardia del velo di mistero che aleggia sul passato di questo territorio.

 

          

 

 

                                                           

 

  • Si ringrazia Claudia Cinquemani (e il marito Marco Dragoni) per la disponibilità dimostrata. Si ricorda che questi e molti altri itinerari sono approfonditi nella sua “Guida alla Maremma insolita e misteriosa” (Pellegrini dei Simboli, Grosseto, 2015).

Argomento: Due passi in Maremma

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