Leonardo a Baiedo e Piona.

             Riflessioni su un giallo di cinque secoli fa

                                                   (Giorgio Fumagalli)

 

                          

La figura è tratta dal sito Web Leonardo: l’abbazia di Piona e il cenacolo di Santa Maria delle Grazie, realizzato da Solari, con la collaborazione di Stefano Marzagalli.

 

  • La prova di un crimine, nascosta in un posto conosciutissimo

In questa nota, si formula un’ipotesi abbastanza circostanziata, ma piuttosto ardita. Con essa non si pretende di mettere in dubbio la statura, anche morale, di Leonardo da Vinci. Si vuole soltanto ridimensionare la valenza mistica che in tempi recenti si attribuiva al grande Genio, pur confermando la sua propensione ad indirizzare messaggi in codice. Emerge altresì il suo interesse (forse, non solo estetico) per la zona del Lario.

 

            

 

Benedetto Giovio, un nobile comasco contemporaneo di Leonardo, ci fornisce una preziosa testimonianza nel suo trattato: “Historiae Patriae Libri Duo, Storia di Como, dalle origini al 1512”, un vero capolavoro dove convivono l’obiettività e l’amore per la patria.

Nelle pagine conclusive,[1] sono ricordati con grande accoramento gli ultimi eventi, quelli che portarono alla perdita dell’autonomia del Ducato: in particolare, il viaggio di Ludovico Sforza allorché lasciò Milano prima dell’arrivo dei Francesi e il suo discorso a Como, che lo stesso Giovio ebbe modo di ascoltare. Seguì una drammatica fuga sul Lario, grazie alla quale il Moro, con la copertura dei Tedeschi, riuscì a guadagnare la Valtellina.

Meritano attenzione alcuni passi del Giovio, relativi ai successivi eventi:

“[dopo il 5 settembre 1499]…Ludovico [Sforza] si partì da Como e arrivò a Bellagio. Il giorno dopo, il figlio del Trivulzio, conte di Musocco, e Francesco pure Trivulzio coi cavalieri francesi occuparono Como. Ed ecco alcuni Francesi, di conserva con quei di Torno e di Menaggio, partitanti di Francia, inseguono il duca fuggitivo, raggiungono le navi più tarde e le spogliano. Ludovico, attraversato il lago, raggiunse la Valtellina e lasciata a Tirano la guardia tedesca, si recò in Germania.

Adunque i Comaschi si diedero al re di Francia, le cui soldatesche entrarono in città, prendendo alloggio nelle case dei cittadini. Tosto le carte criminali e gli atti furono dal popolo lacerati e con le scansie abbrucciati sulla piazza; tutte le gabelle furono levate. Frattanto, il re di Francia si era impadronito di tutti i castelli e fortezze del milanese; ma Tirano, agguerrito di fresco, era per lo Sforza. Epperò un esercito di Francesi e di Svizzeri fu mandato colà un gran treno di artiglieria con la quale si attaccò la fortezza. Spaventati, i Tedeschi si arresero ai Francesi”.

Non c’è alcun cenno, alla sorte della Rocca Sforzesca di Baiedo in Valsassina, che Leonardo aveva reso pressoché inespugnabile: dobbiamo dedurre che fu presa senza combattere, in altre parole, grazie al tradimento.

Questa rocca impediva l’accesso alla valle, bloccando una chiusa naturale; era di grande interesse strategico ed esisteva da tempo immemorabile. Era stata ricostruita e potenziata più volte. Aveva lo scopo di difendere una valle importante per la storia di Milano, che era stata la patria e l’asilo dei primi signori della città, i Torriani e controllava le vie dei prodotti dell’industria siderurgica, fondamentale per gli interessi del Milanese. Inoltre proteggeva una zona di confine, perché era prossima al territorio dei Grigioni ed a quello della Repubblica di san Marco. Non per nulla, l’ultimo rifacimento era stato affidato al massimo esperto del settore: bloccava la valle e nessun esercito, per quanto agguerrito, avrebbe potuto andar oltre.

Pochi giorni prima, per l’esattezza il 20 agosto 1499, a Milano, si era verificato un preoccupante antefatto: Simone degli Arrigoni, grosso imprenditore siderurgico di Baiedo, assieme ad altri, assassinò il tesoriere del duca. Il re di Francia sembrò poi appoggiarlo, ma egli prese le debite distanze ed è improbabile che sia stato ancora lui ad aprire le porte ai Francesi, con i quali ebbe sempre rapporti molto difficili. Nel 1506 e con la complicità di un certo Gerolamo Pecchio, i Francesi presero a tradimento l’Arrigoni, nella sua stessa rocca e lo portarono a Milano, dove fu decapitato e squartato.[2]

Successivamente, Leonardo studiò una variante alla fortezza, per evitare che si ripetessero simili imbrogli, ma nel 1513 i Francesi decisero di demolirla.

Oggi non c’è più alcuna traccia della struttura: resta solo un alto poggio sovrastante la valle, che si restringe in un modo impressionante.

Cosa avvenne esattamente, in quel lontano settembre 1499?

Le modalità della consegna della rocca non sono per nulla chiare: non risulta che l’Arrigoni avesse il controllo del castello e degli armati; in ogni caso non era un filofrancese. I soldati del duca avrebbero potuto tentare una resistenza fino al programmato ritorno del Moro. La rocca era imprendibile e non poteva essere cinta d’assedio avendo un ampio e ricco retroterra; tutti gli approdi erano dotati di mezzi di difesa controllati dalla rocca (tranne il laghetto di Piona, dove invece c’era un’abbazia); era protetta ad occidente, per molti chilometri, dal massiccio delle Grigne e ad oriente c’era una comoda e sicura via di fuga verso uno stato estero: la Serenissima Repubblica.

Perché la rocca cadde, resta un mistero.

Nel contempo, vengono a galla pesanti sospetti:

  • Chi era al corrente che una simile fortezza aveva un suo punto debole e, di fatto, era espugnabile?
  • Chi era in grado di escogitare un attestato, per certificare di essere sempre stato a conoscenza del passaggio nascosto?
  • Come era possibile occultare questo delicatissimo documento, ma tenerlo anche sempre evidente, per poter godere di credito verso chi ne aveva tratto vantaggio?

 

L’architetto resta il principale indiziato: minori sono i sospetti sui militari i quali erano poco al corrente dei criteri di difesa e della struttura del territorio. In caso di tradimento - inoltre - i militari erano i più esposti e rischiavano di più. Per questa ragione, il responsabile del presidio di difesa veniva solitamente corrotto con contanti, a differenza dei complici. Nel caso del castello di Milano, che si arrese qualche tempo più tardi, conosciamo in dettaglio quanto toccò a ciascun traditore.

La prudenza insegnava: farsi pagare in contanti, scappare all’estero, rivolgersi ad una banca di fiducia e depositare l’incasso.

Il nostro indiziato aveva anche un movente personale, cioè mettersi in vista nei confronti del vincitore, l’unico che, dopo la caduta del Moro, poteva offrirgli rilevante protezione ed una corte prestigiosa, per la quale lavorare.

Torniamo a Baiedo. A coloro che arrivavano da Lecco, la rocca sembrava inespugnabile; ma per chi giungeva da Como, attraverso il lago, era tutt’altra cosa: bastava gettare l'ancora in un’opportuna baia. Ma quale esattamente?

La Via Ducale s’interrompeva prima di Varenna e il tratto costiero per Bellano fino a Dervio (chiamato Riviera) era a strapiombo sul lago tanto che e restò difficilmente praticabile fino all’Ottocento, quando l’ingegner Donegani, per conto degli Austriaci, costruì la strada militare per il Tirolo.

Ogni tipo di comunicazione era molto difficile. Una leggenda narra che per comunicare tra le alture attorno a Baiedo e Varenna (solo una decina di miglia, in linea d’aria) era necessario ricorrere a segnali luminosi, che coinvolgevano perfino località dell’altra sponda; in dettaglio: Zocco di Calimero (sopra Baiedo), Monte Muggio, Monte Legnoncino (sopra Piona), Gravedona, Dongo, Bellano, Varenna.[3]

 

Leonardo certamente conosceva il tranquillo laghetto di Piona (in realtà un’insenatura del Lario): qui i Francesi uniti a Tornaschi e Menaggini (tanto per fare un esempio) potevano approdare, prendere l’itinerario che saliva verso una strada adatta ai carri, percorrerla fino a Sueglio, risalire la Valvarrone, entrare nell’Alta Valsassina e scendere fino a prendere la rocca di Baiedo alle spalle. Era sufficiente una sortita di pochi uomini, forse non era neppure necessaria l’artiglieria; in ogni caso, anche la strada che saliva nella Valvarrone ed entrava nell’Alta Valsassina era percorribile con grossi carri.

Questo percorso era utilizzato per il trasporto di materiali pesanti, quali minerali e prodotti siderurgici ed era noto come “Tortuosa carraia del ferro”.[4]

I documenti c’informano che il tratto Piona, Olgiasca, Sueglio, Aveno, Pagnona, Indovero, Taceno, Primaluna, Introbio, Baiedo non incontrava nessuno dei numerosi castelli disseminati in quelle valli e poteva essere effettuato in un paio di giornate. Piona era l’unico approdo privo di torri di segnalazione: ma come facevano i Francesi a conoscere tutte queste cose? Inutile formulare delle ipotesi su labili presupposti.

Sta di fatto, che Leonardo ritrasse il panorama di Piona nel suo più famoso dipinto, che proprio in quegli anni stava concludendo.[5]

E non è facile capire il perché.

La rappresentazione sembra incongruente con il contesto dell’Ultima Cena: è collocata su una collinetta, percepibile da una finestra del Cenacolo. Si vede un tetto a due falde e quello di un campanile attribuibile all’abbazia di Piona. C’è poi un particolare pressoché inspiegabile: la vista non è dal basso (come solitamente avviene per i campanili), ma dall’alto, quale poteva essere immaginata da chi discendeva dai passi che portano in Valsassina. Era la panoramica abituale, per chi veniva da Baiedo.

Questo disegno non appare sulle più antiche copie (numerose ed accurate) che forse sono state ricavate da schizzi riferiti al dipinto non ancora del tutto ultimato, quando questo dettaglio ancora non c’era e possiamo ritenere che sia stato aggiunto più tardi, per qualche specifica ragione.

Riassumendo: osserviamo un anacronismo assurdo, un errore di prospettiva e un particolare non rilevato dai contemporanei.

Difficile pensare ad errori o grossolane sviste: resta il sospetto che Leonardo possa avere riprodotto Piona in un secondo tempo, a ragion veduta, per dichiarare “a futura memoria” il merito della conoscenza di quell’approdo, l’unico effettivamente praticabile.

In quest’eventualità, la raffigurazione costituiva un messaggio in codice e incomprensibile ai più. Per chi aveva ricevuto un servigio, quel panorama documentava una delazione che non si poteva nascondere o dimenticare.

Era una cambiale che andava onorata.  E il re di Francia pagò.

Vorremmo credere che il re abbia compensato l’architetto solo velatamente, offrendo favori e protezione; ma ci sono circostanze che sembrano smentirci: subito dopo questi eventi Leonardo fuggì all’estero. Per la precisione, corse a Firenze e presso una banca di sua fiducia depositò 600 fiorini larghi d’oro.

Certamente, non si può pensare che quello fosse il frutto dell’eredità, in quanto il contenzioso con i fratelli era ancora in corso. Neppure poteva trattarsi di una generosa buonuscita del Moro, allora del tutto sprovvisto di denaro.

 

                                                      

 

  • Copia di questo studio, ha ricevuto il seguente riscontro: «Metterò agli atti del nostro ufficio il suo lavoro, che quindi rimarrà come documento di una ipotesi di lavoro riguardante la vicenda storica della rocca di Bajedo e della Valsassina….», Jolanda Lorenzi, (27 nov. 2012), Beni Culturali, sede di Lecco

                                                                         

  • Duplicato e distribuito in proprio da: Giorgio Fumagalli Viale Zara 112, MILANO - Recapito email mfumagalli@infinito.it

 

  • Eventuali giudizi saranno esaminati con la massima attenzione. Copia della documentazione, disponibile su richiesta.

 

 

 


[1] Benedetto Giovio “Historiae Patriae Libri Duo, Storia di Como, dalle origini al 1512”, edizioni New Press Como, 1982, pag. 104.

[2] Luigi Giuseppe Conato “Leonardo da Vinci nella Valle dell’Adda” Cesare Nani editrice, Lipomo (Como), 2003, pag. 18, 44, 208.

[3] Giorgio Fumagalli “Milano celtica e i suoi cittadini” ediz. Primordia, Milano 2005, pag. 127.

[4] Pietro Pensa “Le antiche vie di comunicazione del territorio orientale del lario e le loro fortificazioni” in “Il sistema fortificato dei laghi lombardi” Casa editrice Pietro Cairoli, Como, 1977, pag. 161. (Non è segnato il tratto Piona - Olgelasca – Carraia ma le guide alpine locali, sono convinte che esistesse).

[5]  Ernesto Solari "Leonardo, Piona e il Cenacolo" edito da Aisthesis nel 2004 (Milano). (La tesi parte dal ritrovamento dell’Antica Abbazia di Piona nel paesaggio del Cenacolo).

 

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