La Rocchetta Mattei  e i segreti dell’Elettromeopatia

-Grizzana Morandi (BO)-

(Marisa Uberti)

Prima parte

 

 

« Anima requiescat in manu dei »

 

« Diconsi stelle di XVI grandezza e tanto più lontane sono che la luce loro solo dopo XXIV secoli arriva a noi. Visibili furono esse coi telescopi Herschel. Ma chi narrerà delle stelle anche più remote: atomi percettibili solo colle più meravigliose lenti che la scienza possegga o trovi? Quale cifra rappresenterà tale distanza che solo correndo per milioni d'anni la luce alata valicherebbe? Uomini udite: oltre quelle spaziano ancora i confini dell'Universo! ».

Con questa iscrizione fatta apporre sul suo sepolcro, collocato nel matroneo della Cappella della Rocchetta di Grizzana Morandi (BO), il conte Cesare Mattei (1809-1896)[1] volle congedarsi dalla vita, in modo anonimo e senza date di nascita e di morte[2]. Un gesto di umiltà che riecheggia tra le righe dell’epitaffio: l’Universo è immenso e l’Uomo è veramente piccolo al suo cospetto!

 

Sopra, la parte corta del sarcofago con le curiose iconografie e l'iscrizione riportata in apertura del testo. Sotto, la parte lunga del manufatto, riportante un'iscrizione suddivisa in tre parti, intercalate volutamente da piastrelle nere

 

Eppure, tanto piccolo il genio del Mattei proprio non fu, se riuscì a scoprire una medicina alternativa che divenne la più praticata al mondo tra il 1850 e il 1950, l’Elettromeopatia. Un nome curioso, che unisce le proprietà di fluidi “elettrici” a combinazioni di semplici erbe (sottoforma di granuli simil-omeopatici). L’originalità del sistema curativo ideato dal Mattei consisteva nell’esclusivo procedimento impiegato a “caricare” i composti per stabilire l’equilibrio tra le polarità elettriche dell’organismo umano e ricondurre alla neutralità la parte malata (principio alla base della Medicina Cinese). Un procedimento tanto segreto che nessuno, dopo la morte del conte, ebbe in eredità, anche se i “preparati Mattei” continuarono ad essere prodotti e commercializzati in tutto il mondo fino al 1969, a quanto pare però senza l’efficacia dei precedenti.

Presso l’Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus (con sede nella piccola frazione Fienili del Campiaro, a Grizzana Morandi, BO) oggi possiamo ammirare alcuni campioni medicinali nelle varie formulazioni con cui erano messi sul mercato. Su alcuni leggiamo “Elettricità bianca” oppure “verde” o “azzurra”, che cosa significa? Sono appunto i “fluidi elettrici” che il conte associava ai granuli vegetali (scelti tra una gamma di 33 erbe) per guarire i vari tipi di patologie, a seconda che fossero a carico del Sistema Linfatico, Ematico, degli Organi o dei Tessuti.

 

    

    

                          Immagini di materiale esposto nel Museo Cesare Mattei

                                (courtesy Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus)

 

Tali liquidi erano etichettati con colori diversi e corrispondevano ad una carica elettrica positiva (rosso e azzurro) o negativa (giallo e verde), più una neutra (bianco). Le formulazioni erano complesse, modificate con necessari aggiustamenti a seconda della patologia da trattare e il Mattei aveva un vero e proprio “Prontuario” o “Vademecum” in tal senso. Le erbe erano di facile reperibilità mentre segretissimo era il procedimento. Albina Bonaiuti, la giovane governante che ebbe da lui (quand’era ottantenne) una figlia, asserìva che era lei stessa a preparare le pozioni quando il conte non poteva e quindi conosceva il segreto. Deteneva, a riprova di questo, dei documenti[3] ma- guarda caso- sui cinque fogli descrittivi dell’Elettromeopatia del Mattei, manca proprio quello contenente il procedimento, che è il più importante. Dov’è finito?

 

  • La Rocchetta Mattei, il suo committente e l’industria Elettromeopatica

 

Nel Comune di Grizzana Morandi, ad un km circa dalla pittoresca frazione di Riola (separata da Ponte dal fiume Reno), sorge un castello fiabesco, da “Mille e una notte”. Da una modesta altura (407 m) emergono infatti cupole a cipolla dorate, minareti, torri e torrette quadrate e cilindriche che è impossibile non restarne affascinati. E’ la Rocchetta Mattei[4], che il conte volle realizzare per ritirarsi dalla vita politica e dedicarsi alle sue inclinazioni “alchemiche”. Chissà perché scelse questo luogo per ritirarsi dal mondo e diventare un taumaturgo. Lo vide, si narra, perchè era in visita ai terreni acquisiti in dote dalla famiglia Mattei grazie alla moglie del fratllo Giuseppe (Carolina Brunetti), che era figlia di grandi proprietari terrieri della zona; a quel tempo la rupe doveva ospitare delle rovine, una torre medievale appartenuta a Matilde di Canossa (ancora esistente e inglobata nella Rocchetta)[5] e le rimanenze di un’antica abbazia[6] con annesso cimitero. Un colpo di fulmine o il presagio che fosse un luogo dalla valenza speciale? La posizione dell’antico castello medievale era strategica perché posto alla confluenza di due fiumi con passaggio obbligato sul Reno, e praticamente equidistante da Bologna e Pistoia. Quando i bolognesi acquisirono il dominio sul territorio, eressero fortificazioni più a sud (verso la Toscana) e quindi l’importanza difensiva del maniero decadde (pare che la sua distruzione avvenne nel 1293). Le sue rovine erano ancora ben visibili nel 1780 “su uno scoglio isolato sopra il fiume Limentra”[7], dove oggi sorge la Rocchetta.

 

Sopra, scorcio dell'altura dove sorge la Rocchetta, in un nostro scatto fotografico; sotto, una veduta ottocentesca (dipinto conservato nel'Archivio-Museo Cesare Mattei)

 

Ci vollero 25 anni per darvi la forma che il conte in persona progettò da autodidatta. Un’architettura “spigolosa”, nel senso che il castello pare non seguire una pianta precisa in  quanto, nell’ estro del Mattei e per ciò che egli si prefissava, i locali dovevano disporsi in punti precisi, con dimensioni mai eccessivamente grandi, su più piani e in più corpi di fabbrica. Secondo alcuni studi, la Rocchetta fu creata secondo una pianta assolutamente originale in cui tutte le torri del castello corrisponderebbero ai pianeti del sistema solare della mappa Copernicana. Questo, nel disegno esoterico del conte Mattei, avrebbe creato una relazione armonica tra macro e microcosmo. Questo avrebbe generato un "luogo per sanare", cioè la Rocchetta e i rimedi in essa preparati sarebbero stati il vettore in grado di portar fuori da essa la guarigione.[8].

A realizzare il progetto vennero chiamate una quarantina di maestranze comacine di Montovolo (un borgo montano poco sopra Riola), note per la loro perizia e abilità nell’estrazione e lavorazione della pietra ma, si sa, figli di una lunghissima tradizione sapienziale che sapeva infondere in apparenti innocui elementi decorativi una simbologia carica di significati non capibili da chiunque. Una buona parte dell’edificio sfruttò la roccia naturale che costituisce l’altura su cui poggia.

Non fatichiamo ad immedesimarci nelle sensazioni che deve aver provato il conte Cesare in vista dello sperone roccioso su cui il tempo aveva depositato le vestigia di un antico e glorioso passato. Ancora oggi arrivare al cospetto di questo podere è un’esperienza estatica, circondato com’è dalle suggestive cime appenniniche e quando si avanza verso l’ingresso, di indubbio sapore moresco integrato abilmente a preesistenze medievali e innovazioni architettoniche locali, non si trattiene un’esclamazione di meraviglia! L’apertura al pubblico è stata resa possibile dall’agosto 2015 grazie ad un lungo lavoro di restauro (non ancora terminato) iniziato dalla Fondazione Carisbo (Cassa di Risparmio di Bologna), che ha acquistato il castello nel 2005. Tramite un accordo con la Proloco e i volontari del Comitato Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus, è garantita la visita guidata di tutti i locali restaurati, almeno fino alla fine del 2015.

 

  

     Ingresso del Castello. La torretta circolare a sinistra appartiene al complesso medievale

 

All’ingresso, incassato in una porta-finestra della torretta circolare, ci colpisce un frammento di pulpito in stile romanico, in cui troviamo due delle quattro figure del Tetramorfo, il Vitello/Toro (S. Luca) e l’Aquila (S. Giovanni). Ma da dove proviene questo manufatto? Perché si trova qui? La nostra competente guida, il dr. Claudio Carelli (presidente dell' Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus)- che ringraziamo vivamente per la disponiiblità dimostrata- ci offre qualche stimolante spunto all’approfondimento (che lasceremo per un prossimo lavoro) e la nostra curiosità si acuisce quando, giunti nel cortile centrale, vediamo l’altra metà dell’opera, con le altre due figure di Evangelisti, l’Angelo/Uomo alato (S. Matteo) e il Leone (S. Marco).

 

                            

 

Ma torniamo un attimo indietro, per ammirare i tanti particolari che ammiccano un po’ ovunque fin dall’ingresso, che ha un’entrata simile ad una fiamma: il motivo a scacchiera, il leone/guardiano della soglia (rappresentato in duplice scultura), le croci (pur non essendo luogo religioso), il grifone, l’arpia che regge il mondo…

 

 

           

 

Di certo si sa che il portale in legno policromo è originale ed esisteva già al tempo del Mattei. Vi sono riprodotte quelle che sembrano “ruote solari” e, superatolo, diamo un’occhiata alla parete destra, dove sono incastonate due sculture: la testa di un animale cornuto e un uomo calvo e barbuto, caratterizzato da orecchie sporgenti e da labbra chiuse in un enigmatico sorriso (come a metterci in guardia: “ascolta e parla poco”, come i saggi…). Chi è questo personaggio? Un frate?

 

 

Da questo atrio si apprezza un magnifico scorcio sul cortile d’ingresso, per entrare nel quale si deve passare entro un arco a volta ribassata, sostenuta da due telamoni che impersonificano rispettivamente un demone (a sinistra), in pietra rosa e un uomo in pietra più chiara (a destra), forse allusione alle due Nature o al Male/Bene, alla polarità negativa e positiva? Si apprezza che il demoncello sogghigna con denti aguzzi e regge senza fatica il peso (usa infatti una sola mano mentre l’altra è appoggiata sul ginocchio), tiene le gambe unite, porta una veste lunga (saio?) e una cintura legata in vita con un doppio nodo; il capitello e parte dei piedi sono rovinati e non si riesce a capire se indossi dei sandali (è una caricatura di una figura religiosa?). Il personaggio a destra, fortunatamente integro, tiene le gambe incrociate ed è a piedi nudi; la sua veste è corta e all’altezza del ventre disegna dei cerchi concentrici; tiene gli occhi bene aperti, le orecchie tese, la bocca socchiusa, l’espressione guardinga. Sono, a tutti gli effetti, dei sorveglianti e racchiudono allegoricamente delle metafore ermetiche.

 

              

 

              

 

Una bellissima vera da pozzo (in realtà è una vasca battesimale proveniente dalla chiesa di Verzuno) fu collocata dal Mattei nel cortile, ma non centralmente (risulta infatti più spostata verso sinistra), ma con quale funzione? Si potrebbe pensare che fu posto in quel punto perché esisteva una fonte di alimentazione idrica ma non sembra così. Un altro mistero è infatti quello dell’acqua, che pare non giungesse alla Rocchetta né da sorgenti naturali, né da pozzi e nemmeno dal fiume. Soltanto in un secondo momento –verso la fine della vita del conte- egli dotò il maniero di canalizzazioni idriche. Durante i primi anni di vita dell’edificio, non si hanno tracce di bagni o di scarichi, ed è una questione che dovrà essere compresa e risolta. Forse ci si riforniva tramite cisterne che raccoglievano acqua piovana? Normalmente i castelli, anche quelli medievali, e le abbazie erano sempre dotati di un pozzo ma su questo picco roccioso sarebbe stato difficile scavarne uno[9]. Allora l’acqua, elemento necessario, come arrivava? Il Mattei usava acqua per la preparazione dei suoi medicamenti, e da qualche parte deve pur averla attinta…

 

          

                    Il cortile d'ingresso con il fonte battesimale riutilizzato come vasca

 

Ci si chiederà perché è importante cogliere la simbologia della Rocchetta, giacchè nel periodo in cui venne realizzata[10] andava di moda (tra la ricca borghesia) circondarsi di atmosfere retrò, di elementi architettonici neo-romanici e neo-gotici, nonché eclettici, di ispirazione pseudo-esoterica, talvolta dichiaratamente massonici (come lo erano spesso i proprietari). Non è infrequente, tuttavia, che certi signori fossero dei veri letterati, amanti della Filosofia, dell’Arte e dell’Alchimia. Questo sembra essere il caso del conte Cesare Mattei, che frequentava i più noti intellettuali del suo tempo come Paolo Costa (1771-1836), che fu suo maestro e Marco Minghetti (1818-1886), suo compagno di studi e che divenne una grande figura politica del Regno d’Italia. Con quest’ultimo, stando ad alcune lettere, partecipò (fin dal 1839) a sedute di magnetismo e chiaroveggenza[11]. Non dimentichiamo l’epoca in cui visse il nostro protagonista, e di come stessero evolvendo il concetto di “salute” e di “medicina” (ne abbiamo parlato tempo fa in un’apposita sezione).  L’Omeopatia (= ”la Medicina dei simili”) fu fondata proprio in quegli anni dal dr. Cristiano Samuele Hahnemann (1755-1843), chimico e medico che, ad un certo punto dell’esercizio della sua professione, si sentì deluso dai risultati che la medicina di allora sapeva dare e si dedicò anima e corpo per trovare un sistema di cura più efficace. Si devono a lui l’intuizione e i principi del metodo, basato sulla capacità di provocare sintomi patologici artificiali e reversibili nell’uomo sano e di curare gli stessi sintomi nel malato utilizzando sostanze opportunamente diluite e dinamizzate (rimedi omeopatici)[12]. Per anni sperimentò su sè stesso e su propri familiari un nuovo metodo, invocando fervidamente l'aiuto divino.

Il conte Cesare Mattei aggiunse qualcosa di nuovo a quanto Hahnemann aveva sperimentato, l’uso di fluidi “elettrici”.

 

Libri italiani e stranieri che trattano dell'Elettromeopatia che, al tempo in cui venne messa a punto dal conte Mattei, spopolò in tutto il mondo, suscitando ampi consensi ma anche aspre critiche (materiale conservato presso l'Archivio-Museo Cesare Mattei onlus)

 

Nella Rocchetta aveva il proprio laboratorio segreto[13], cui nessuno poteva accedere. Quando egli vi entrava, alzava dietro di sé un “ponte levatoio”, scoperchiando una fossa (non molto profonda ma efficace allo scopo) che separava quest'ala dal resto del Castello. Chiunque avesse tentato di raggiungere il laboratorio, sarebbe caduto dentro. Un ingegnoso sistema anti-scocciatori e anti-intrusione che fa ancora effetto, oggi! Oggi il locale non dice nulla, è spogliato di ogni arredo, rimaneggiato ampiamente, ed è dotato di numerose finestre. Al tempo in cui era il laboratorio segreto del conte, però, non aveva alcuna apertura e probabilmente le pareti erano rivestite di materiali appositi. Tuttavia (siccome mancano certezze) poteva anche essere una sorta di terrazzo senza copertura o con una copertura particolare (tegole convergenti verso il centro, che sarebbe stato aperto, forse per raccogliere qualcosa, ma che cosa?). Sul tetto c’era un’antenna (più d'una, in origine) che, nelle convinzioni del Mattei, probabilmente doveva captare delle radiazioni cosmiche e convogliarle ai suoi preparati (poteva anche trattarsi della discussa “energia orgonica”?). Nella sua “officina dei miracoli” il conte preparava la sua “panacea” in grado di guarire ogni male, anche il tumore. Come abbiamo già detto, si trattava di preparati che univano il potere delle erbe a liquidi “elettrici” ripolarizzanti (non a caso, in fondo ai volumi pubblicati dal Mattei stesso, si trovano allegate mappe con le polarità del corpo umano), secondo un metodo che sarebbe finito nella tomba insieme a lui, essendo al momento ancora sconosciuto. Non sappiamo se veramente la scoperta dell’Elettromeopatia avvenne alla Rocchetta o in una delle altre dimore in cui il conte visse prima di stabilirsi qui, infatti è solo nel 1859 che egli si ritirò definitivamente nel maniero, dove restò fino alla morte. Ma sembra certo che qui sviluppò il metodo e il castello divenne la sede della nuova medicina, con cui inizialmente curava gratuitamente tutti coloro che lo richiedevano. Esiste una Sala d’Aspetto, nel castello, e anche una Sala per i consulti (pur non essendo medico, eseguiva visite). Dal 1869 il conte Mattei ebbe un prestigiosissimo sostenitore, papa Pio IX, che si era dichiarato entusiasta del suo innovativo metodo di cura che da Bologna e da Roma si sparse così a macchia d’olio in tutto il mondo. La produzione artigianale divenne industriale; il piccolo borgo di Grizzana Morandi conobbe un periodo di grande prosperità perché tutti erano occupati in qualche attività collegata alla Rocchetta e all’industria elettromeopatica. A Bologna vi era un laboratorio centrale (in Via Mazzini, 46, oggi Strada Maggiore 46), in cui i preparati provenienti dalla Rocchetta venivano confezionati e quindi spediti in tutti i continenti, comprese le isole oceaniche! Sempre nuovi depositi si aggiunsero ai 26 iniziali, tanto che nel 1884 se ne contavano 107 in tutto il mondo[14].

 

                   

Il "ponte levatoio" impediva a chiunque, una volta alzato, di disturbare il lavoro del conte

 

Numerosi personaggi illustri usufruirono della miracolosa Elettromeopatia, che continuava a riscuotere successi (e suscitare inevitabili invidie e critiche): l’imperatrice d’Austria, il generale Radetzki, Ludwig di Baviera, prelati, diplomatici, dignitari, come testimoniano diversi documenti raccolti con zelo dal Comitato Storico-Culturale presso il Museo di  Storia ed Elettromeopatia. Il metodo funzionava, secondo molti, e Mattei riscosse grandi consensi.

Siccome ricco, il conte, era nato, non fu certo la smania di arricchirsi a spingerlo a creare un impero di tale portata; non ingannò, in poche parole, il prossimo, ma credette veramente nelle proprie scoperte, fino alla fine quando –forse colto anche da una mania di onnipotenza o di fisiologica arteriosclerosi- sul muro del suo castello mise alla gogna le immagini dei suoi detrattori.

 

 

 

 

                                      Alcuni splendidi scorci della Rocchetta

 

La tradizione tramandataci dai suoi biografi ci dice che egli tastò con mano l’inefficacia delle terapie ufficiali nel curare il cancro della madre, che morì di quel male. Fu allora che decise di ritirarsi dai suoi incarichi politici[xv], di far costruire la Rocchetta e di dedicarsi, in quell’isolamento, alla messa a punto di una nuova Medicina. L’ispirazione lo avrebbe colto nella cosiddetta “Sala della Visione” che, non è ancora aperta al pubblico. Qui si trovano tanti dettagli simbolici che sembano essere stati sapientemente inseriti in una scenografia che fa guardare all’abbagliante insieme, trascurando il particolare, che potrebbe invece essere molto significativo per la comprensione dell’esoterismo del conte. Al di là del disordine che comprensibilmente ancora occupa la Sala (in attesa che possa presto venire restaurata), si capisce che doveva rappresentare un ambiente importante, in cui è stato dato ampio spazio alla fantasia allegorica. Su una delle pareti, nella quale si apre la “scala delle visioni”, è raffigurato un cielo azzurro in cui si celebra la vittoria della nuova scienza scoperta dal Mattei (impersonificata da una donna che viene plasmata da una mano sulla sinistra) sulla vecchia medicina (rappresentata da un’arpia in forma zoomorfa). Il tutto accompagnato da un distico del latinista nizzardo abate Giordan, che soggiornò alla Rocchetta in qualità di amico del conte, e che recita:

Finxerat Haec Deus Huc Immissa Luce Superne Signavitque Umbras Lumine Ducta Manus Hisce Nova Ex Herbis Mundo Medicina Paratur Hinc Vetus Illa Fugit Victima Strata Jacet

 

                   

                               Dettaglio dell'Arpia, che incarna la vecchia medicina

 

 

Purtroppo non mancarono persone che specularono sul successo dei preparati elettromeopatici, vendendo prodotti fasulli con il marchio originale (come due collaboratori di Mattei che si erano messi in proprio), o taroccati nel contenuto e nel marchio (succede anche oggi, purtroppo!). Tutto ciò fu sicuramente cagione di amarezza e di rabbia per il conte, che visse probabilmente gli ultimi anni della sua vita tra l’angoscioso dilemma in merito a chi lasciare il segreto della sua invenzione, le pene familiari, i detrattori, l’impotenza verso l’inesorabile tempo che passava portandogli via forze e intelletto…Morì a 87 anni, il 3 aprile 1896, lasciando un vuoto nell’intero territorio. La salma, portata nella chiesa parrocchiale di Savignano, venne fervidamente omaggiata da più di duemila persone che il giorno dopo, alle esequie, salirono a seimila, mentre 60 furono i sacerdoti presenti. Numeri incredibili e riservati a personaggi di altissimo livello, come evidentemente lui era. Venne inizialmente tumulato nel cimitero del paese finchè il figlio adottivo Mario Venturoli, vincendo la causa per l’eredità e preso possesso della Rocchetta, fece traslare le spoglie all’interno della Cappella del castello, come abbiamo detto all’inizio, in un meraviglioso sarcofago maiolicato e dipinto, caricato di simboli e iscrizioni, come probabilmente voleva il conte. Da sommarie indagini all’interno della tomba, è risultato che il corpo fu manomesso, giacchè i resti giacciono alla rinfusa, ma non risulta effettuata un’analisi genetica. Forse si cercò il segreto dell’ Elletromeopatia anche lì…

 

       Sopra e sotto, dettagli della bellissima Cappella del castello, recentemente restaurata

 

La linea genealogica di Cesare Mattei prese tre vie:

  • quella legata alla sua figlia naturale Maria Bonaiuti, che è arrivata ai nostri giorni con la discendente Maria Cristina Comini e la sua prole (v. geneaologia)
  • quella legata alla famiglia di suo fratello Giuseppe, il cui discendente attuale è Fausto Colliva
  • quella legata al figlio adottivo Mario Venturoli-Mattei, che non ebbe figli ma acquisì come sua la figlia della sua seconda moglie Giovanna Maria Longhi. Quella figlia, di nome Iris Boriani, portò la discendenza fino ai giorni nostri con Alessia Marchetti, Marco e Chiara Ulivieri

 

 

  • Il mistero irrisolto

 

Questi rami hanno avuto un ruolo nella storia della Rocchetta e del suo fondatore e all’interno delle loro famiglie sono convogliati documenti vari, che il Comitato Storico Culturale Cesare Mattei sta cercando di recuperare. Naturalmente la sfida maggiore è di ritrovare il foglio su cui il conte aveva annotato il “segreto”, cioè metodo esclusivo per “caricare” i suoi preparati elettromeopatici.

Il picchetto di 5 fogli era in possesso, all’apertura della causa per l’eredità, della governante-amante Maria Albina Bonaiuti, la quale perse in tribunale e non fu mai accettata nè la discendenza nè l'autorizzazione a produrre i medicinali. Venne quindi ordinato di trasmetterlo a Mario Venturoli (il figlio adottivo di Mattei); il plico fu consegnato dal notaio chiuso con ceralacca. Ma non è mai arrivato ai giorni nostri, probabilmente smarrendosi. Maria Albina Bonaiuti aveva però fatto delle copie di quei fogli, che sono giunte fortunatamente alla famiglia Comini (discendente), mancanti però del quinto e più importante foglio contenente il metodo segreto, quella che descrive la preparazione dei "Fluidi Elettrici" che il Mattei stesso diceva fossero i veri portatori di guarigione.

La discendente di Mario Venturoli-Mattei, Alessia Marchetti, ha mostrato  al Comitato i documenti in possesso della sua famiglia e il loro contenuto è completamente diverso da quello riportato nelle carte in possesso della famiglia Comini[xvi]. Dunque, dove si trova il segreto, che qualcuno dubita sia mai esistito veramente?

 

                                   

                                         (courtesy by Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus)

 


(continua-)

 


[1] Il titolo di conte venne conferito a lui e al fratello Giuseppe dal papa Pio IX nel 1847, in riconoscenza della donazione della strategica tenuta di Migliavacca a Comacchio (FE), che avrebbe aiutato lo Stato Pontificio contro l’avanzata degli Austriaci

[2] Si ritiene che questa fosse la volontà testamentaria del conte Mattei, inizialmente tumulato nel cimitero del paese e solo successivamente fatto traslare dal figlio adottivo Mario Venturoli nella sede attuale.

[3] Alla morte del conte si aprì un processo per la contesa dell’eredità, reclamata sia dalla signora Bonaiuti che dal figlio adottivo del Mattei, Mario Venturoli (come vedremo nel prosieguo del testo); tra gli incartamenti prodotti dalla donna vi erano anche quelli inerenti le ricette segrete, che sono giunte fino a noi incomplete proprio della parte più importante

[4] Tale nome fu dato proprio da Cesare Mattei e a quel tempo il territorio faceva parte di Savignano che, nel Medioevo, era  chiamato Longareno perchè costeggia a ponente e settentrione il fiume Reno mentre a levante tocca il Limentra.

[5] Su questa collina insistette un maniero medievale, con annessa chiesa e cimitero del XIII secolo. Recenti ritrovamenti etruschi all’interno della Rocchetta  farebbero pensare ad una pre-esistenza ben più antica

[6] Non si hanno notizie sull’Ordine monastico che la gestiva

[7] Riferito da un biografo del conte, Arturo Palmieri, nel libro “In Rocchetta con Cesare Mattei” (ricordi di vita paesana), 1931; ristampa 2015 a cura dell'Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus

[8] Ringrazio Alessandro Rapparini, vice presidente dell'Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus per avermi condensato il concetto. A tal proposito il prof. Marco Marchesini ha presentato una relazione, il 19 dicembre 2015 presso la Rocchetta Mattei, intitolata "Un luogo creato per sanare", nel corso del Convegno “Il Segreto dell’Elettromeopatia di Cesare Mattei è riposto nelle sottili energie della Natura? Ipotesi a confronto” (v. estratto della conferenza nel nostro video).

[9] Esiste un pozzo, chiamato “del taglio”, che fu realizzato però solo molti anni dopo da Primo Stefanelli detto “il Mercantone”, che nel 1959 acquistò la tenuta, insieme alla moglie Elena Sapori. La coppia da un lato ebbe il merito di sottrarre il castello dall’oblio, facendo dei lavori di restauro e riportandovi vita con l’apertura di un ristorante-albergo, ma d’altra parte alterò il significato per cui la Rocchetta era stata costruita. Divenne una sorta di “parco di divertimenti” aperto a tutti, comprendente appunto delle attrazioni create apposta come il pozzo del taglio e le prigioni, ambienti che non esistevano in origine. A tal proposito ci permettiamo di considerare che ogni castello medievale (e qui ne sorgeva uno almeno fino al 1293) aveva il famigerato “pozzo del taglio”, dove venivano buttati gli ospiti indesiderati o i condannati, e prigioni sotterranee, nonché passaggi segreti usati come vie di fuga, per la maggior parte. Il conte Mattei sembra invece non avere mai fatto menzione né dell’uno ne dell’altro.

[10] La prima pietra venne posata il 5 novembre 1850

[11] Santini, Claudio “Genio e follia di Cesare Mattei”, in “Portici”, Anno XIII, Anno 2009, pp. 8-10

[13] Questo locale non fa ancora parte del percorso aperto al pubblico perché in attesa di restauro

[14] Dopo la morte del conte, nel 1914 i depositi aumentarono a 266 in tutto il mondo, seppure non esistesse più la garanzia della loro originaria preparazione. A continuare la produzione furono il figlio adottivo Mario Venturoli e la moglie Giovanna Maria Longhi, che continuò da sola dopo essere rimasta vedova (1937). Alla morte della donna (1956), il presunto segreto passò alla figlia Iris Boriani, che prese le redini dell’azienda. Non si producevano più i preparati alla Rocchetta, perché nel frattempo la II Guerra Mondiale aveva portato i tedeschi ad installarsi in essa e, alla fine del conflitto, arrivarono gli Americani. La dimora, nel tempo, venne quindi stravolta, i documenti dispersi e restò in stato di abbandono. Fu un periodo in cui chiunque poteva entrare, danneggiare, saccheggiare quel poco che rimaneva.  Fu covo anche per sette sataniche, almeno così narrano gli abitanti che lo ricordano, ma richiamo anche per ragazzini in cerca di divertimenti e scorrerie.  L’industria Elettromeopatica, trasferita la proprietaria a Bologna, continuava ad esistere ma ridusse l’attività fino alla chiusura, nel 1968. Siccome nei medicamenti era impiegata la canapa (cannabis) e in Italia era diventata illegale, non si poteva più commercializzare; inoltre erano sorti obblighi di legge nell’indicazione dei principi attivi dei medicamenti. Il segreto passò comunque alla figlia di Iris, Gianna Fadda Marchetti che, a sua volta, lo trasmise alla figlia Alessia; le due donne hanno donato prezioso materiale all’Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus.

[15] Nel 1848  fu eletto Deputato al Parlamento di Roma; in precedenza era stato Deputato al Consiglio di arruolamento della Guardia Civica Bolognese con il grado di Tenente Colonnello e Capo dello Stato Maggiore. Nel 1837 fu tra i fondatori della Cassa di Risparmio di Bologna

[16] Nel 2012 questa famiglia, discendente di Maria Bonaiuti, ha reso pubblico un archivio contenente diverso materiale fotografico e parte del segreto originale dei rimedi Elettromeopatici

 

 

  • Autrice: Marisa Uberti, aggiornato il 09 Gennaio 2016 (I parte). Si ringrazia sentitamente il Presidente dell'Archivio-Museo Cesare Mattei Onlus, dr. Claudio Carelli. Grazie a tutti coloro che hanno permesso a questo luogo di tornare a "parlare".

Argomento: Rocchetta Mattei

Vista da Cesena

Grilli Gabriele | 17.10.2017

Curiosa, stimolante, un tuffo nel nostro passato con tanti spunti di imprenditoria , esoterismo,passione e mistero.Bellissima!

Rocchetta Mattei

Angelo | 20.12.2015

COMPLIMENTI PER LO SPLLENDIDO ARTICOLO RICCO DI DESCRIZIONE

R: Rocchetta Mattei

Gilmen | 02.05.2016

Commento più che esauriente, ottimo documento da leggere prima della visita al Castello.

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