Il Rione Sanità: le catacombe, le chiese, il Cimitero delle Fontanelle

(di Marisa Uberti)
 
 

Dobbiamo confessare che è stato un susseguirsi di emozioni avere effettuato un tour con la Cooperativa "la Paranza", autorizzata a fare visitare il ricchissimo patrimonio archeologico, storico, religioso, e culturale del Rione Sanità. Costituitasi nel 2006 dalla volontà di 5 giovani intrepidi volontari in un quartiere diviso tra contrasti e grandi risorse, è diventata nel tempo una realtà che incentiva e sostiene nuove attività produttive, per restituire decoro, dignità e identità allo storico rione. Sono diverse le possibilità di visita, dalla singola chiesa al "Miglio Sacro", un percorso lungo un miglio che va dalla maestosa Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio fino a Porta San Gennaro. Lungo il tragitto si rimane sbalorditi da quanto si cela sotto la superficie dove si cammina, di quanta storia sia passata di qui, quante tradizioni la animano, leggende, personaggi illustri, gente comune, italiani, stranieri...Tutto ha reso la Sanità unica, nel bene e nel male. Sorge una prima domanda: perchè si chiama "Sanità"? Perchè, essendovi collocate le tombe dei santi (Agrippino, Gennaro, Gaudioso, in primis, e poi altri), si riteneva che la zona fosse salubre e guarisse dai malanni. E' appunto nelle Catacombe di San Gennaro che scendiamo, tra l'emozione, la curiosità, il rispetto dovuto ad un luogo tanto vetusto e impregnato di spiritualità. Ci accompagna Antonio, un preparatissimo giovane della cooperativa "La Paranza", che ci ha istruito, affascinato, accompagnato in questo percorso meraviglioso. Non spendiamo molte parole sulla visita nelle Catacombe di S. Gennaro perchè vi abbiamo dedicato un video narrato.

In questi ambienti vi è il punto di congiunzione tra il paganesimo e il cristianesimo dei primissimi secoli. E' il nucleo più antico della Napoli cristiana, quella che a partire dal II-III secolo d.C. ha conservato le sepolture dei primi cristiani, accanto ad un nucleo primigenio quasi sicuramente pagano, situato a ridosso della collina di Capodimonte. Ma non si tratta di comuni catacombe, avendo assunto l'aspetto di una basilica "adjecta", le cui cappelle si disposero adiacenti alla tomba di San Gennaro. Le sue spoglie vennero qui deposte tra il 413 e il 431 d.C. e la loro presenza diede il nome al complesso; nel IV secolo sorse, a ridosso delle catacombe, la Basilica di S. Gennaro Extra-Moenia, giunta fino ai giorni nostri, sebbene assai rimaneggiata. Nell'VIII secolo le catacombe divennero sede dell'Episcopio, come testimonia la presenza di un battistero per immersione.

Un luogo dal fascino misterioso, in cui si sovrappongono circa tremilia sepolture di vario tipo ed epoca, e in cui si ammirano antichissimi affreschi che vanno dal II al IX-X secolo d.C., tra cui la più antica immagine di San Gennaro (V secolo). In una sala diversa da tutte le altre è conservato l'enigmatico "cippo di Priapo", una colonnina di marmo bianco con l'estremità superiore leggermente rastremata. Una faccia reca il nome della divinità fallica in greco, oltre alcune iscrizioni che recentemente sono state classificate come un falso ad opera di pseudo-eruditi settecenteschi. Usciti dalle catacombe, si prosegue con la Basilica di S. Gennaro Extra-Moenia (una delle 9 chiese intitolata al santo presenti in città, ma sicuramente la più antica, risalendo al IV-V secolo d.C. e direttamente collegata alle catacombe stesse), nei pressi della quale sorsero un monastero e un ospedale (ne parliamo nel video sopra citato). Si pensi che erano diventata deposito del vicino Ospedale ed è stata debitamente restaurata, valorizzata e riaperta al culto nel 2008.

La Basilica di S. Maria della Sanità: il cuore del Rione Sanità

Per raggiungere la prossima meta lungo questo "Miglio Sacro", veniamo a contatto con l'anima del rione: le sue strade. Qui prospettano abitazioni, palazzi, negozi, chiese; c'è tutto il colore e il grigiore di un ambiente che ha tante potenzialità ma che fino a pochi anni fa è stato relegato all'immagine di se stesso, con un notevole degrado. Pensiamo però che fino all'arrivo dei francesi di Napoleone, era un quartiere elegante e raffinato, itinerario obbligato dei sovrani e dei loro cortigiani, che si dirigevano alla Reggia di Capodimonte, nata nel 1738 per accogliere le collezioni d'arte Farnese, ereditata da Carlo di Borbone e solo in seguito adibita a residenza storica dei sovrani. Durante il periodo napoleonico fu abitata da G. Murat e proprio lui decise di apportare un cambiamento nella viabilità facendo costruire un ponte monumentale (Ponte della Sanità, dal 2011 intitolato alla partigiana napoletana Maddalena Cerasuolo) che bypassasse - di fatto- gran parte del rione, per velocizzare l'arrivo alla reggia, collegandola con Via Toledo. In tal modo il rione entrò in una sorta di isolamento, lasciato a se stesso e senza più la cura necessaria (prima, per il passaggio della corte reale, era mantenuto nel migliore dei modi).

Nel XVII secolo vi sorgevano palazzi importanti e vi risiedevano signori e nobili. Poi iniziò il decadimento, complici anche le numerose alluvioni cui il rione andava soggetto periodicamente: si trattava di colate scure di acqua e detriti che la gente chiamava lave; provenivano da diversi punti (valle del Tufo, Valle dei Morti, Capodimonte e Materdei) e provocavano grossi disagi, travolgendo ciò che incontravano sul percorso e seppellendolo. Intendiamoci, le lave c'erano sempre state (vi si pose rimedio in epoche recenti) ma a volte anche la mano degli uomini può causare gravi danni a un rione, come il già accennato ponte della Sanità. La nostra guida ci accompagna proprio sotto i piloni del ponte che poggiano nel chiostro ellittico della Basilica di S. Maria della Sanità! Chiaramente, con la costruzione del ponte, un chiostro venne completamente raso al suolo e quello ellittico fu sventrato (venne distrutto anche gran parte del convento annesso alla chiesa). Entrando nel chiostro dalla forma insolita, appunto ellittica, notiamo ciò che resta: le arcate e le sezioni di architravi sovrastanti i capitelli in piperno.

Residuano alcuni affreschi delle volte, che ritraggono episodi della vita di domenicani illustri (eseguiti da G. B. di Pino). Il convento appartenne infatti ai frati Domenicani, che acquisirono l'edificio precedente che sorgeva sulle sottostanti Catacombe di San Gaudioso nel XVII secolo e diedero inizio alla realizzazione del complesso. In realtà, come per le catacombe di S. Gennaro viste poc'anzi, l'area fu probabilmente adibita a culti pagani, prima di divenire luogo di sepoltura dei primi cristiani napoletani e di San Gaudioso (453 d.C.). Divenne meta di pellegrinaggio di fedeli che cercavano la guarigione. A quel tempo esisteva una piccola chiesetta cimiteriale dedicata alla Madonna, in seguito intitolata a San Gaudioso; conobbe grande fama, tanto che vi venivano i vescovi della città ad officiare la S. Messa.

All'interno dell'attuale chiesa barocca è conservata la copia della sedia episcopale paleocristiana in pietra, con monogramma costantiniano. Il destino del luogo di culto non fu dissimile da quello delle catacombe di S. Gennaro e della chiesa annessa: nel IX secolo le reliquie dei santi furono traslate all'interno delle mura con conseguente abbandono da parte dei fedeli. Gradualmente, cimitero e chiesetta furono ricoperte di terra alluvionale  e per secoli caddero nel dimenticatoio, ed entrarono nella leggenda. La cripta fu adibita a cantina e stalla, e sopra fu eretta una cascina. Nel 1559 si riscoprì l'antichissimo affresco miracoloso della Vergine con Bambino, il più antico che si conosca in città (V-VI secolo d.C.) e si decise quindi di fondare una nuova chiesa intitolata a Maria, dove poterlo degnamente venerare, visto che operava guarigioni.

Da qui nacque il nome del rione: Sanità. Nel 1569 un'alluvione (lava) distrusse le strutture che occupavano l'area delle catacombe e della primitiva chiesa, ma fu ritrovato l'antico ingresso. Venne così creato un viottolo dalla famiglia Mascolo che, dalla pubblica strada, deviava verso la grotta e l'immagine sacra della Madonna con Bambino venne restituita al culto. Si decise di costruire una chiesa maestosa, in linea con la Controriforma. L'arcivescovo di Napoli Paolo Burali d'Arezzo affidò le operazioni al domenicano fra Giuseppe Nuvolo, architetto e muratore.  Il suo vero nome era Vincenzo (prese il nome Giuseppe al momento della vestizione da domenicano), popolarmente noto come frà Nuvolo, di cui si conosce la data di nascita (1570) ma non quella della morte (forse 1643).

Doveva essere particolarmente abile come ingegnere edile perchè fu chiamato in molti edifici cittadini che necessitavano di una ricostruzione in stile controriformista, tanto che un documento romano del 1634 attesta che senza la sua consulenza "non si fa quasi cosa principale a Napoli". Sembra sia stato proprio lui a introdurre l'usanza delle cupole di embrici maiolicati policromi, diffusissimi nell'Italia meridionale.

Con la costruzione della grande Basilica di Santa Maria della Sanità partì l'urbanizzazione del quartiere. Nel 1613 l'edificio era terminato e in breve tempo divenne uno dei più ricchi della città, grazie a donazioni e offerte.

Diventò un punto di riferimento per il quartiere soprattutto perchè i frati disponevano di una farmacia che vendeva prodotti erboristici curativi (la Spetiaria è ancora in piena attività e costituisce una delle più antiche farmacie cittadine; conserva stucchi e mobili d'epoca); le erbe venivano coltivate nel Giardino dei Semplici del monastero e preparate dai monaci stessi (fino agli inizi del XIX secolo l'Orto era ancora esistente). Nel complesso di S. Maria della Sanità vi era pure una nutrita biblioteca ma questo stato di cose si arrestò con l'arrivo dei napoleonici; nel decennio francese vennero abbattute diverse parti per costruire il Ponte della Sanità, che determinò l'emarginazione  del rione. Nel 1819, ripristinata la monarchia borbonica, ciò che restava del complesso fu affidato ai Francescani fino al 1822, poi agli Alcantarini fino al 1866, in seguito fu requisito dal Comune. Nel 1915 i Francescani tornarono nel convento e vi rimasero fino al 1990. Seguì un periodo di degrado; nel 2001 giunse qui padre Antonio Loffredo che, aggragando i ragazzi del quartiere, fece partire il progetto di recupero del patrimonio culturale e umano della Sanità. Grazie a questo progetto e alla nascita della Cooperativa "La Paranza", Basilica e Catacombe sono oggi visitabili da un pubblico sempre più numeroso, attraverso visite guidate. Attraverso un progetto intitolato Teniamo in Vita il Passato, si è provveduto (grazie al contributo di alcuni sponsor e ai biglietti) al restauro sia della Catacomba di S. Gennaro che a quella di S. Gaudioso, riaperta nel 2017.

Fra Nuvolo diede vita, in S. Maria della Sanità, tra il 1602 e il 1610, ad uno degli esempi più arditi del barocco napoletano, in cui si ritrovano dei simbolismi palesi e alcuni nascosti: i colori (bianco e grigio, come l'abito domenicano, seppure bianco e nero); la pianta a croce greca con cupola esterna maiolicata e 12 cupolette minori (Cristo e i Dodici Apostoli); l'aula è un quadrato su cui si imposta un cerchio (la cupola). La suddivisione degli spazi interni è in cinque navate (singolare ripresa delle grandi basiliche costantiniane). Il doppio scalone che fiancheggia la discesa nella cripta va letto dal basso verso l'alto, come un cammino iniziatico.

Nella disposizione degli arredi, il frate si pose il dilemma di dove posizionare l'altare: trovò la soluzione inserendo la catacomba paleocristiana di S. Gaudioso nella nuova architettura barocca, in modo che l'altare fosse rialzato su un podio scenografico, sotto il quale venne conservata l'antica chiesetta cimiteriale (la cripta), che fa da atrio alle sottostanti catacombe. Un tempo non vi erano gli altari laterali che vediamo oggi ma passaggi per scendere nelle catacombe. Fra Nuvolo andò a Roma e tornò con le reliquie di tredici santi che pose in reliquiari; fece chiudere le aperture e vi fece collocare le reliquie. I signori volevano farsi seppellire qui; una tomba barocca costava 600 ducati. Troviamo lapidi tombali in diversi punti del pavimento e nella splendida cripta barocca, dove sono ubicate varie lastre funerarie ed epigrafi con datazioni che vanno dal V al XVIII secolo.

Nella cripta si scende attraverso un monumentale scalone, normalmente percorso dai parenti dei defunti. Gli altari sono dieci e risalagono al tempo in cui i passaggi per andare nelle catacombe furono chiusi (1628). I dipinti vedono ritratte le storie di martiri, eseguite dal pittore solimenesco Bernardino Fera, uno dei migliori allievi del Solimena. Sono stati restituiti al loro originario splendore dopo il restauro del maggio 2017.  Grazie al progetto "Teniamo in vita il passato", i restauri hanno fatto risplendere anche la volta affrescata e il pavimento maiolicato ottocentesco. La Basilica è da considerarsi un vero e proprio museo per i dipinti, i marmi e i manufatti che conserva; vi prestarono la loro opera artisti molto famosi come Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Francesco Solimena.

Per tutti i residenti del Rione Sanità, la Basilica è la Chiesa del Monacone (o di S. Vincenzo) perchè conserva una venerata statua di San Vincenzo Ferrer (o Ferreri), un predicatore domenicano apocalittico nato a Valencia (Spagna) e morto nel 1419 a Vannes. Ebbe fama di grande guaritore, resuscitando anche i morti. La statua, ci ha detto la guida, si trovava un tempo nei pressi di P.zza del Plebiscito (S. Spirito di Palazzo) e arrivò in questa chiesa della Sanità nel 1836, quando scoppiò una violenta epidemia di colera. Tra i vari santi portati in processione affinchè il morbo sparisse, ci fu anche S. Vincenzo. Il contagio terminò prodigiosamente; quando cercarono di riportare la statua nella sua collocazione originaria, essa divenne pesantissima: si ritenne allora che il santo volesse stare nella Basilica della Sanità ed è per questo che si trova qui ancora oggi, protetta da una teca. Curiosità: la statua porta le ali. San Vincenzo Ferreri è infatti l'unico santo della tradizione cristiana a portarle (escludendo i santi arcangeli come S. Michele). I suoi attributi sono l'abito domenicano (saio bianco e mantello nero); indice della mano rivolto verso il cielo, fiamma ardente dello Spirito Santo sul capo; spesso stringe un giglio o una croce nell'altra mano; le ali, la tromba e a volte il libro della Bibbia. Nella statua di questa chiesa li troviamo rispecchiati: ha le ali, la fiamma ardente sopra la fronte, la mano destra ha l'indice pntato verso l'alto, la sinistra regge dei gigli e la tromba, e vi è pure il libro aperto al versetto dell'Ap.14,7 «Timete Deum et date illi honorem» (la frase completa continuerebbe così quia venit hora judici eius. Traduzione: "Temete Dio e dategli onore poiché è giunta l'ora del suo giudizio"). La festa del Santo è il 5 aprile (data della sua morte) e il primo martedì di luglio, giorno in cui -secondo la tradizione- avvenne il miracolo. Vincenzo è anche tra i 51 patroni della città di Napoli e patrono del Rione.

  • Le catacombe di San Gaudioso

Da un accesso della cripta si scende nelle catacombe, il cui impianto strutturale fu pesantemente alterato dalla costruzione della Basilica superiore seicentesca; in quel periodo venne realizzata una zona nuova al di sotto dell'ecclesia, adibendola alla "scolatura" dei cadaveri: su appositi seditoi (popolarmente cantarelle), cioè sedili scavati nel tufo, venivano posizionati i cadaveri. I liquami organici defluivano tramite fori alla base del sedile e venivano raccolti in un vaso. Il cadavere essiccato veniva posto in una fossa comune o in una tomba privata. Questo per ovviare ai problemi di igiene in un periodo in cui un defunto, una volta deposto, non veniva più riesumato. Tale pratica era diffusa nel Meridione d'Italia (con casi riscontrati anche altrove della penisola, comunque) e tra l'Ordine dei Cappuccini. Ad attendere alle operazioni sopra descritte era chiamato lo schiattamuorto, tipo di becchino che aveva il compito di praticare dei fori sui corpi per velocizzare la fuoriuscita dei liquidi. Gli ambienti delle catacombe, per quanto larghi, erano però angusti e malsani, proprio a causa della scolatura. Tra le poche aperture delle Catacombe di San Gaudioso c’erano le botole che davano nella cripta, ma venivano aperte solo in occasione dei funerali del defunto che poi sarebbe stato posto negli scolatoi. Per questo, gli schiattamuorti lavoravano in condizioni igieniche drammatiche, destinati inevitabilmente ad ammalarsi.

Alcuni ambienti presentano affreschi e mosaici databili tra V e VI secolo d.C.; in essi cui sono presenti molti simboli particolarmente diffusi nella prima età cristiana, come il pesce, l'agnello, la vite con i tralci. Il resto della catacomba presenta caratteristiche del tutto particolari, frutto del suo riutilizzo nel XVII secolo. I domenicani, infatti, usavano inserire i crani di alcuni defunti (ricchi e nobili) nelle pareti dell'ambulacro e il resto del corpo veniva dipinto e accompagnato da didascalie ed elementi cronologici, insieme a note sullo status sociale del defunto (o con gli abiti e attrezzi del mestiere praticato in vita), caratteristiche queste riemerse con i restauri del 2014-2015. Sappiamo chi fu l'autore di questa operazione, il pittore Giovanni Balducci (1560ca-1631), che rinunciò al compenso chiedendo in cambio di essere qui sepolto. Fulcro della catacomba è il cubicolo dov'era posizionata la tomba di San Gaudioso (la seconda, per ampiezza, di Napoli). Egli fu vescovo di Abitinia, presso Cartagine. Cristiano, rifiutò di convertirsi all' Arianesimo al tempo dei Vandali e così fu imbarcato con altri compagni su una nave senza remi lasciata in balia delle onde. L'imbarcazione approdò a Napoli e Gaudioso si stabilì sull'Acropoli di Neapolis. Nel 452, alla sua morte, fu tumulato nella catacomba che prese il suo nome. Egli introdusse a Napoli la Regola agostiniana, allora sconosciuta in Italia e gli viene attribuita la traslazione di alcune reliquie di Santa Restituta, che furono custodite nella Basilica paleocristiana che oggi è inglobata nel Duomo cittadino. Affascinante e misterioso è l'ambiente chiamato "cisterna" , nella parte orientale della catacomba. E' una vasta sala ipogea, primitivamente parte della catacomba stessa ma in un secondo momento impiegata dai Domenicani come loro sepoltura e dunque notevolmente alterata.


Usciamo da queste catacombe non privi di sconcerto: quei crani sepolti e i corpi dipinti...E che bravi questi ragazzi che hanno recuperato ambienti dimenticati e inaccessibili per renderli fruibili al pubblico. Certe meraviglie non possono restare nascoste e anche se sono un cimitero, ormai svuotato, portiamo comnque rispetto per i tanti che vi trovarono riposo eterno.

Al termine del vallone della Sanità raggiungiamo il vallone delle Fontanelle, situato tra il vallone dei Girolamini a monte e quello dei Vergini a valle. Poco prima dell'ingresso del celeberrimo cimitero, si trova la chiesa di Maria SS. del Carmine, caratterizzata da una facciata semplice e un campanile. La facciata di quest'ultimo e quella della canonica sono ricoperti da variopinti murales, realizzati nel 2016 dagli artisti Mono Gonzalez, Tono Cruz e Sebastian Gonzalez. La chiesa è utilizzata per le celebrazioni liturgiche e costituisce il biglietto da visita alle cave. Essa fu realizzata a partire dal 1878 per opera del canonico Gaetano Barbati, personaggio che tanta parte ebbe nella struttura dell'attiguo Cimitero delle Fontanelle, che dal 1872 gli era stato affidato. Dapprima egli istitutì una chiesa rupestre all'interno del complesso cimiteriale e qualche anno dopo fece erigere la chiesa di Maria SS. del Carmine (consacrata nel 1884), collocandondola dinanzi all'ingresso della navata sinistra del cimitero stesso. Slla facciata della chiesa vi è una lapide che recita:

NAPOLETANI!
QUEST'OSSARIO CHE CONTIENE
DEI NOSTRI ANTENATI LE MESCHINE SPOGLIE
E QUESTO TEMPIO
SORTO PER LA PIETÀ
DI SACERDOTI E DEL POPOLO
Can. G.no BARBATI - FONDATORE
Comm. P.le PLACIDO Sen.d.R. LARGITORE
È RICORDO FUNESTO DELLA LUE ASIATICA
DEL 1836
E MONITO DI CRISTIANA PIETÀ
AI POSTERI
 

La nostra guida ci spiega quindi tutta la storia, che brevemente riassumeremo. Come abbiamo già accennato, a monte di tutto c'è la "lava dei Vergini", immense colate di acqua e detriti che, scendendo dalla parte alta della collina che cinge il vallone della Sanità e delle Fontanelle, per millenni ne ha eroso i banchi tufacei, creando le condizioni ottimali per l'estrazione del tufo. Prima di essere un cimitero, questo luogo fu pertanto una cava. Via Fontanelle è il vecchio impluvio, sulle cui sponde si trovavano diverse cave di tufo, dalle quali fu estratto materiale da costruzione per la città, fino al secolo scorso. La trasformazione in "deposito di ossa" iniziò nel XVI secolo.

Prima di allora i defunti venivano posti nelle chiese ma quando lo spazio cominciò a scarseggiare, si pensò di togliere i resti delle salme più datate e riversarli nelle varie cave della zona. Questa operazione, effettuata di notte, era affidata ai "salmatari". Le ossa venivano buttate nelle cave senza alcun ordine, e progressivamente si ammonticchiarono. Nel 1654 Napoli fu coinvolta nella terribile pestilenza, che decimò la popolazione. Venne dato ordine di riaprire la cava delle Fontanelle per stiparvi 25.000 persone (su una popolazione di 40.000). Da lì il luogo divenne a ttti gli effetti il  Camposanto delle Fontanelle, dove in seguito furono accolti i cadaveri conseguenti alle carestie (memorabile quella del 1754), alle rivolte popolari, ai terremoti, alle eruzioni del Vesuvio. L'editto di Saint-Cloud del giugno 1804, impose la realizzazione di cimiteri fuori dai centri urbani e il trasferimento in essi delle salme che si trovavano nelle chiese.

Nel 1810 si decise quindi l'ampliamento dell'antica necropoli delle Fontanelle e la costruzione di un cimitero più vasto per accogliere tutti. Nel 1837 Napoli fu invasa dal morbo del Colera, che mietè molte vittime; i loro corpi, per il provvedimento emesso dal Consiglio Sanitario, furono stipati nel cimitero delle Fontanelle. E fu ancora qui che vennero portati i resti ossei provenienti da tutti gli ossari delle parrocchie e confraternite della città! Le cronache narrano di un via-vai di carri pieni di carcasse umane, scortati da confratelli e guardie, in macabre processioni. Come si può immaginare, l'interno della ex-cava doveva essere una babele di ossa alla rinfusa, totalmente anonime, e fu così che lo trovò don Gaetano Barbati nel 1872, quando gli fu affidato in gestione. A dire il vero pare che una prima sistemazione sia avvenuta alla fine del XVIII secolo.

Con l'aiuto di alcune popolane, chiamate "'e maste", cioè le donne-capo, don Barbati provvide alla faticosa opera di riordino dei macabri resti, dividendo crani con crani, femori con femori, ecc. formando enormi cataste di ossa. Da qui prese avvio il culto delle "anime pezzentelle", che abbiamo già incontrato nella chiesa sotterranea di S. Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Alle Fontanelle il culto è però di dimensioni gigantesche.

E' giunto il momento di entrare dall'ingresso principale, che è una cavità situata a destra della chiesa di Maria SS. del Carmine. Il nome "Fontanelle" deriva dalla presenza, in passato, di numerose fonti d'acqua. Entrando, ci si presenta uno scenario incredibile. Sostanzialmente si tratta di tre grandi gallerie a sezione trapezoidale in direzione Nord-Sud, che raggiungono un'altezza compresa tra 10 e 15 m, con una lunghezza di un centinaio di metri e collegate tra loro da corridoi laterali. Per le loro dimensioni sono chiamate navate, come quelle di una chiesa. L'antico ossario si sviluppa per circa 3.000 metri quadrati mentre le dimensioni della cavità sono stimate attorno ai 30.000 metri cubi. Ogni "navata" è suddivisa in corsie dove sono stipati teschi, tibie e femori: a sinistra si trova la cosiddetta navata dei preti  perché in essa sono depositati i resti provenienti dalle terresante di chiese e congreghe; la navata centrale è detta navata degli appestati perché accoglie le ossa dei morti di peste e di altre epidemie che colpirono la città; a destra vi è la navata dei pezzentielli perché in essa furono poste le misere ossa della gente povera.

Sono tutti resti senza nome eccetto due scheletri, che riposano in bare protette da vetri. Si tratta  di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni, morta il 5 ottobre 1795. Erano sposati e lui morì a 84 anni mentre lei a 54, si dice soffocata da uno gnocco, perchè la sua bocca è aperta (come in cerca d'aria). Ciò si vede perchè il cranio si è mummificato naturalmente. Le due bare si trovano nell'area adibita a chiesa (prima ala a sinistra, navata sinistra). A destra dell'ingresso è stato ricostrito un grottino di Lourdes, mentre a destra delle due bare si trova la statua del Cristo deposto, che nelle intenzioni vorrebbe ricalcare il Cristo Velato della Cappella Sansevero.

In una cavità della Navata dei preti (sempre a sinistra), particolarmente oscura, si innalza l'inquietante figura del Monacone decapitato (S. Vincenzo Ferrer, di cui abbiamo parlato precedentemente); si narra che ignoti, al posto della testa, apposero un teschio, il quale fu rimosso con la sistemazione più recente del cimitero. Sul fondo, in scenografica posizione (pur nella sua arte macabra) vi è un antro definito "Tribunale": ciò sarebbe dovuto al fatto che in passato si sarebbero qui riuniti i vertici camorristici per i giuramenti di sangue e altri rituali di affiliazione o per emettere, come in un tribunale, sentenze di condanne a morte.

Nella corsia di destra del "tribunale" vi è il teschio più famoso, quello del Capitano, contornata da diverse leggende. La più famosa riguarda l'orbita nera che si vede bene. Si racconta che una giovane si recasse frequentemente a pregare il teschio del Capitano e chiedergli grazie ma il fidanzato, ingelosito, un giorno la accompagnò, armato di un bastone, che conficcò nell'orbita vuota, per rabbia. Invitò quindi il teschio, ghignando, al loro matrimonio. Il giorno delle nozze si presentò un individuo vestito da carabiniere, che non era nell'elenco degli invitati. Alla domanda dello sposo "Chi sei?", l'individuo rispose che proprio lui lo aveva invitato, accecandogli un occhio; detto ciò si spogliò mostrandosi per quel che era, uno scheletro (il Capitano). I due sposi e altri invitati morirono sul colpo!

Un'altra capuzzella "di spicco" nel cimitero delle Fontanelle è quella di donna Concetta, più nota come 'a capa che suda. Situtata all'interno di una teca, appare sempre lucido. Forse perchè mantenuto leggermente umido dal microclima del luogo, però perchè solo lei mostra tale fenomeno? A livello popolare si ritiene che è il sudore delle anime del Purgatorio". Questi umori che si depositano sui crani sono ritenuti acqua purificatrice, emanazione dell'aldilà in quanto rappresentazione delle fatiche e delle sofferenze cui sono sottoposte le anime. Secondo la tradizione, anche donna Concetta si presta a esaudire delle grazie; per verificare se ciò avverrà, basta toccarla e verificare se la propria mano si bagna.

Incontriamo quindi il Calvario, con tre grosse croci lignee a ricordare la crocifissione di Gesù e dei due ladroni. Sono infisse in sostegni di pietra e a differenza delle due laterali, quella centrale è contornata di teschi (alcuni posti in casette) posti su una specie di altarino, tra lumini, fiori e altri oggetti di culto popolare. Questa sistemazione non è originaria ma conseguente ad una risistemazione dovuta ad un'alluvione, in cui i teschi vennero completamente ricoperti di acqua e fango (lava).

Già ampiamente disorientati in mezzo a tutte queste ossa e a quello che appare come un unicum in assoluto, ci ritroviamo nella Navata degli appestati, dove riposano teschi su ogni lato; leggenda vuole che siano disposti secondo una gerarchia sociale (!). Denso di pathos è il tempietto che accoglie centralmente il Sacro Cuore di Gesù, contornato da migliaia e migliaia di ossa.

Nell'ultimo antro si trovano gli "scolatoi", qui non sottoforma di sedili ma di banchi: i defunti venivano deposti per farli "scolare" dai liquidi corporei ed essicarli. La guida ci racconta della professione dello schiattamuorto, figura rispettata e temuta. Lo schiattamuorto aveva il compito di porre i cadaveri a scolare, avendo cura di praticare dei fori sui corpi in modo da favorirne il processo di disseccamento. Oggi, nonostante le mansioni siano cambiate, il becchino è chiamato ancora schiattamuorto. Da notare, sulle pareti, le grappiate utilizzate dai cavatori per scendere nelle cavità ed estrarre il materiale tufaceo.

Un po' ovunque, nel grande Cimitero, si vedono teschi inseriti in casette fatte di vario materiale; a volte sono riportate delle frasi di ringraziamento per grazia ricevuta, e i nomi di chi ha ottenuto la grazia; si vedono rosari, fiori, oggetti personali, doni. All'origine c'è il culto delle anime pezzentelle, considerate un ponte tra l'aldilà e la terra, un mezzo di comunicazione tra i mondi dei morti e i mondi dei vivi. In genere erano le donne che adottavano un teschio e questo fatto seguiva un preciso rituale: il cranio veniva pulito e lucidato, appoggiato su un fazzoletto ricamato e adornato da lumini e fiori. Poi si aggiungeva un rosario, posto a cerchio alla base del teschio; successivamente si sostituiva il fazzoletto con un cuscino ricamato, in base alla "risposta" della capuzzella.

Il vivo si ne prendeva cura del morto, gli attribuiva un nome, una storia e un ruolo; recitava preghiere per l'anima del defunto, ritenendola ancora sofferente in Purgatorio. Si intendeva così facilitare la sua ascesa in Paradiso. Alla capuzzella si chiedevano anche favori: se li esaudiva, gli facevano onore costruendogli una teca, portando oggetti, fiori, riconoscenza; la teca era tanto più pregiata a seconda delle possibilità dell'adottante, delle grazie o favori elargiti. Se questi erano abbondanti, il teschio diveniva parte della famiglia e tutti i componenti si recavano alle Fontanelle per venerarlo e prendersene cura. Se ne poteva adottare anche più di uno, di teschio. In genere, dopo qualche giorno che avevano adottato una capuzzella, quelle persone ricevevano in sogno la visita dell'anima del defunto, che richiedeva anche messe o suffragi; inoltre attraverso il sogno portava soluzione ai problemi o dava i numeri del lotto. Se giocandoli uscivano, la capuzzella era ricolmata di doni e preghiere, altrimenti veniva abbandonata e se ne sceglieva un'altra. Per far capire che quel teschio "non era buono", lo si deponeva girato al contrario. Tale pratica, similmente a quella delle Anime del Purgatorio ad Arco nel centro storico di Napoli, continuò ininterrottamente. Il 12 Aprile 1934 furono ancora trasferite ossa rinvenute nelle fondamenta del Maschio Angioino per ampliamento Via Ammiraglio Acton!

Durante la II Guerra Mondiale si chiedeva aiuto alle Anime Purganti perchè ciò rappresentava un contatto trascendente, che andasse oltre la realtà, la miseria e la mancanza di notizie dei parenti. Ma sulla scia del Concilio Vaticano II, il parroco, preoccupato per il feticismo insito nel culto delle "anime pezzentelle", chiese consiglio all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ursi, il quale emise un decreto il 29 luglio 1969 con il quale si proibiva il culto stesso, considerato pagano, limitando la commemorazione delle povere anime nel giorno dl 2 Novembre e una S. Messa al mese. In tal modo si scoraggiò la gente dal continuare quella pratica (che qualcuno comunque proseguiva ancora) e il Cimitero delle Fontanelle cadde nell'oblio. Nel 2002 si decise di rimetterlo in sicurezza, con aperture limitate al solo Maggio dei Monumenti napoletano. Soltanto l'occupazione della necropoli, da parte degli abitanti del rione, il 23 Maggio 2010, ha convinto le autorità comunali a riaprirlo e dopo un periodo di incertezza, è oggi pienamente visitabile.

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