Golasecca 

                                           (parte de "Bellezze e Misteri della Valle del Ticino")

                                                                                           (Marisa Uberti)
 

 

Siamo partiti con l’obiettivo di visitare la Necropoli del Monsorino, nel comune di Golasecca (VA). A molti dei nostri lettori già il nome dirà tutto, associandolo alla Cultura di Golasecca, che proprio dal ritrovamento di numerose tombe e del loro corredo trasse il nome. Fu una cultura preistorica celtica, questo sembra assodato per gli archeologi; la cosa interessante è che si assestò in questo territorio[1]  per un periodo prolungato che va dal IX secolo a.C. ad almeno il V-IV sec. a.C., venendo poi progressivamente amalgamato dall’arrivo di una nuova cultura, sempre di matrice celto-nordica, chiamata La Tène (che aveva la propria enclave presso il lago svizzero di Neuchätel). Arrivati a Golasecca, si trovano subito le indicazioni per la necropoli. Si deve lasciare l’automobile (ideale è nei pressi della Spiaggia della Melissa), si attraversa la SS e si inizia la salita del sentiero che conduce, in circa mezzo chilometro, al sito archeologico. Il percorso è libero, a meno che vogliate optare per prenotare guide specializzate, ma con tranquillità si può fare bene anche da sé, grazie ai pannelli didascalici che si trovano lungo il percorso. Abbiamo realizzato un video (13’ e 39”) che comprende il sopralluogo alla necropoli con la storia della sua scoperta, e la visita al Museo Archeologico di Sesto Calende (VA). Già, perché le tombe (ad incinerazione) furono trovate con grandi quantità di corredi funerari che, per varie vicende, sono finiti in differenti poli museali: se ne ritrovano ad esempio a  Parigi[2], a Milano (Musei del Castello Sforzesco), e altrove (Domodossola, Arona, Varese, Novara, Somma Lombardo…). A Golasecca è nato da poco un Museo Multimediale, con sede nel Municipio[3] (e osserva orari conseguenti). Come dicevamo, noi abbiamo visitato il  Museo Archeologico di Sesto Calende[4], di cui parleremo nella sezione dedicata a questa località. Il percorso boschivo del Monsorino proseguirebbe ad anello, ma noi ridiscendiamo da dove siamo venuti e andiamo a vedere cosa offre di bello e interessante il paese di Golasecca, con sì prestigioso passato!

A breve distanza dal parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto si estende un’area immersa nel verde, lambita dalle tranquille acque del Ticino. Un chiosco-ristoro e dei lettini invitano alla sosta! Ci troviamo nell’amena Spiaggia della Melissa (Melissa Beach!), un’oasi naturalistica davvero deliziante i sensi. Qui incontriamo un cortese signore al quale chiediamo informazioni su alcune strutture che vorremmo trovare, senza correre il rischio di girare a vuoto. Segnaletica per queste cose un po’ particolari e degne dei nostri due passi, infatti, non possiamo pretendere che vi siano. Per nostra fortuna, è un signore colto che ama le escursioni in bicicletta e dunque ha un po’ la nostra stessa vocazione di “guardarsi attorno”. Prima cosa che cerchiamo e che dovrebbe essere alla portata, proprio perchè nel fiume, sono le antichissime “peschiere del Cimilìn”.

Dobbiamo incamminarci lungo il sentiero che costeggia il Ticino (tenendo questo sulla destra) e arrivare nei pressi della diga della Miorina. Poche centinaia di metri più avanti, la incontriamo: è un’imponente costruzione idraulica realizzata nel 1942 per regolare le acque del Lago Maggiore che, con la sua impetuosità, causava spesso allagamenti. Il nome “Miorina” deriva dal fatto che, prima della costruzione della diga, questa era la prima delle undici rapide che i paroni, i naviganti del fiume[5], incontravano nel discendere pericolosamente le acque del Ticino[6].  “Se l’acqua è bassa o c’è secca”, dovreste vederle le vecchie peschiere del Cimilin, ci ha detto il signore. Ma non c’è secca e troviamo soltanto dei grossi pali di legno che emergono dalle acque. Poco dopo l’escursionista ci raggiunge, confermandoci che si tratta proprio di quanto stiamo cercando. Ci accontentiamo, pensando al fatto che abbiamo imparato una cosa assolutamente nuova. Le peschiere erano delle costruzioni di sassi e bastoni a forma di “V” con la punta rivolta verso valle immerse nel fiume. La punta era rialzata e chiamata Castelletto; sopra di questa i pescatori vi disponevano degli assi di legno sotto i quali andavo a fermarsi di notte i pesci. Al mattino i pescatori infilavano nel castelletto un lungo bastone per far scappare i pesci che finivano per essere catturati in una rete posta in precedenza a monte della peschiera I pesci venivano poi conservati nelle ghiacciaie comunali. Dopo la Civiltà di Golasecca è il monumento più antico del territorio […]” (wikipedia).

 

Cominciamo a inquadrare un pochino le tradizioni del posto, legate soprattutto alla presenza del grande fiume  azzurro, il Ticino, nella buona e nella cattiva sorte. Soprattutto il duro lavoro dei paroni, grandi conoscitori delle loro acque. Tra l’altro fu proprio la costruzione della diga che portò gli abitanti a spostarsi da una precedente spiaggetta, la Salvetta a quella della Melissa. Per arrivare alla Salvetta si imboccava la Strada longa, che partiva dal centro paese. Lungo la strada sorgono le cascine Melissa (sotto l’attuale ponte dell'autostrada, che stride un po’ con il paesaggio) e quella antichissima del Presualdo (più avanti); durante la dominazione austriaca queste due cascine facevano parte del comune di Castelletto (Stato Sardo) per cui i loro abitanti avevano diritto di avere una doppia cittadinanza e di essere esenti dal prestare il servizio di leva.

Se si volesse indagare invece nel nome “Golasecca” si dovrebbe risalire all’epoca celtica e al fiume stesso, poiché tale termine  (in antico URSECA) significherebbe “secca del fiume” e proprio qui si trovava un guado, un punto in cui il fiume si poteva attraversare a piedi. Ed ecco che una civiltà si sarebbe stanziata proprio attorno a questo guado, quella “Cultura di Golasecca” vista poc’anzi. Dall’altra parte del fiume si trova l’attuale località di Castelletto Ticino, sede di insediamento e necropoli golasecchiane anch’esso (molti secoli più tardi i Visconti vi eressero un castello). Il guado fu sempre molto importante perché per tanti secoli vi passò la strada che collegava Milano al lago Maggiore (Mediolanum-Verbanum), fino al passo del Sempione; era nota come strada della Mercantera  ed era presidiata da diversi fortilizi. Se ne trovano tracce toponomastiche ancora oggi come “Via Ducale” (come era appellata nel medioevo). La direttrice fu accantonata con la realizzazione della moderna Strada Statale del Sempione nel 1806. L’arrivo delle numerosissime carovane era preceduto dal maestro di posta, che suonava un corno.  Importante segnalare che da Golasecca e dal Parco del Ticino passa il Sentiero Europeo E1, un itinerario pedonale che collega Capo Nord (in Norvegia) a Capo Passero (in Sicilia), attraversando Norvegia, Svezia, Danimarca, Germania, Svizzera, Italia, per una lunghezza di circa 6.000 chilometri.

Prima di riprendere l’automobile per dirigerci nel piccolo centro storico di Golasecca, un altro escursionista ci dà informazioni su un masso erratico al lato del sentiero, sul quale è incastonata una targa. Si tratta di un “testimone della Marcia Celebrativa” (Golasecca II tappa) dell’8 aprile 2006, che ricorda il passaggio di una solenne marcia, quella del 1506, che portava  200 soldati svizzeri con il capitano Kaspar von Sidenen dal  Pontefice Giulio II, dove avrebbero preso servizio per la prima volta come guardie del Palazzo Apostolico Vaticano (22 gennaio 1506). Nacque così la Guardia Svizzera Pontificia.

Giunti nel piccolo borgo paesano, troviamo la Chiesa Parrocchiale dedicata all’Assunta; per questo nuovo edificio ottocentesco (che è sopraelevato su una scalinata) fu abbattuta la chiesa precedente e in tal modo venne creato un nuovo spazio urbanistico. All’interno del tempio sono stati portati dei dipinti che si trovavano nella chiesa di San Michele, oggi purtroppo abbandonata (come vedremo). In  particolare quelli della “Purificazione della Beata Vergine Maria”, antica festa patronale di Golasecca.  Il Municipio è proprio di fronte alla Chiesa e tra i due si trova l’elegante Fontana (ul navèl), del 1898, opera di Giacomo Guazzoni, che ricorda la realizzazione del primo acquedotto comunale che per la prima volta portò l'acqua a Golasecca dal lontano comune di Mercallo. Sotto il palazzo comunale una volta vi erano le ghiacciaie per la conservazione dei cibi della comunità di Golasecca. Chissà cosa c’è ancora, di quegli antichi ambienti?

Una targa nella piazza del paese cita gli Argonauti

 

Prendendo Via Piave, già Via Castello), a sinistra del Municipio, si giunge all’antichissima ma diruta chiesa di San Michele. Lungo la via notiamo un dipinto, all'esterno di un'abitazione, di fattura recente che mostra l'abside e il campanile dell'edificio, (a sinistra della Madonna con Bambino, sull'altura). Un gioiello dell’arte romanica che versa in condizioni pietose tanto che è fatto divieto anche solo avvicinarsi: una recinzione la circonda con lucchetti. Se la si vede dal fiume, ci si accorge che l’edificio si trova su un’altura,  ed è circondato da una folta vegetazione (bosco del Castello). Qui infatti sorgeva il Castello di Golasecca, attivo almeno dall’epoca longobarda. Doveva far parte della rete di fortificazioni a presidio del guado del Ticino e della Strada Mercantera di cui si è già accennato[7]. Nell’XI secolo, sulle rimanenze del castello fu edificata la chiesa (che forse mantenne ancora una funzione di avvistamento?), dedicandola a San Michele (come già doveva essere, essendo questo santo particolarmente caro al popolo guerriero dei Longobardi). Vi si trovava un cimitero, tutt’intorno: l'ossario laterale, chiamato “casa dei morti”, aveva una splendida finestra in granito per pregare i defunti. Nel corso dei secoli subì rimaneggiamenti e aggiunte ma fu sempre carica di devozione da parte degli abitanti. Il tempio di San Michele rivestiva un’importanza speciale e fu chiesa parrocchiale fino al  1570 quando il “solerte” San Carlo Borromeo la declassò a semplice sussidiaria della chiesa di Santa Maria in quanto amministrata dalla potente confraternita degli Umiliati, a lui ostili. Questa Confraternita era tacciata anche di essere in odore di eresia, figuriamoci per il Borromeo! A Golasecca gli Umiliati risiedevano in un convento situato di fronte al S. Michele, che probabilmente fu smantellato alla soppressione dell’ordine. Dopo gli Umiliati si avvicendarono nella gestione altre Confraternite (“dei Disciplinati”, “dei Morti” o “dei S.S. Sacramenti”).

Abbiamo potuto raggiungere  anche la chiesa del Lazzaretto, in località omonima e completamente isolata (però l’abbiamo trovata chiusa), sorta per dare degna sepoltura ai morti di peste . Una targa dice che fu fondato per “grazia ricevuta” nel 1646, dedicato ai SS. Apostoli Simone e Giuda nel 1698. Ampliato nel 1804 e salvato nel 1977. Probabilmente, se non si fosse intervenuti, avrebbe fatto la fine di S. Michele…

In una piccola chiesetta situata tra le abitazioni, e aperta, abbiamo trovato un dipinto in cui vi è citato S. Mammes, ma non siamo riusciti a ricondurre la nostra mente a nessuno dei santi che conosciamo. probabilmente si tratta di S. Mamete, protettore delle balie. Qualcuno sa a chi sia dedicato questo grazioso tempietto?

L'affresco con la raffigurazione di S. Mammes tra S. Liberata e S. Lucia

 

Visitando Golasecca, abbiamo appreso di un’importante quanto a noi ignota struttura, in auge per pochi ma significativi anni a metà del XIX secolo: l’Ipposidra.  Si trattava di una ferrovia particolare dove transitavano imbarcazioni trainate da cavalli. Questi ultimi dovevano quindi svolgere un lavoro mastodontico perché le barche erano anche cariche di merci. Perché si arrivò a creare questa curiosa Ipposidra? Anzitutto fu Carlo Cattaneo ad avere la geniale idea[8], nel 1858, con lo scopo di migliorare il trasporto delle merci tra Milano e il Lago Maggiore, sfruttando il sistema dei Navigli che era sfruttato già da secoli e che costitutiva un vanto per il ducato di Milano.

L’Ipposidra o “ferrovia delle barche” copriva un percorso di circa 17 km, che si possono in parte ripercorrere ancora oggi, senza aspettarsi di trovare rotaie o strutture complementari perché non sono state conservate[9] e anche perché questo singolare mezzo di trasporto ebbe vita breve (cessò nel 1865), essendo poi stata realizzata la linea ferroviaria Arona-Novara e Milano-Sesto Calende. Il sistema “ipposidrico” prevedeva però un’organizzazione complessa e si prefiggeva di migliorare i tempi del trasporto delle merci. Il problema da risolvere era la risalita del tratto Tornavento- Sesto Calende, da effettuare controcorrente, in forte pendenza e in presenza di numerose rapide. Ecco allora la faraonica impresa del Cattaneo[10]: a Tornavento (nei pressi dell’antico letto del Naviglio Grande e il fiume Ticino) le barche venivano estratte dall’acqua, caricate con speciali “paranchi” sui binari e agganciate ai cavalli. Vi erano stazioni di cambio dei cavalli lungo il percorso, chiaramente, perché quegli animali erano sfiniti, compiendo un simile sforzo. Il tragitto non era solo in piano ma saliva di quota verso i boschi di Vizzola Ticino, Somma Lombardo e Golasecca. Nella Brughiera Grande di Somma Lombardo si possono vedere i ruderi del ponte dell’Ipposidra che vi transitava e che arrivava a Sesto Calende, ultima tappa. Qui il percorso ridiscendeva verso il fiume,  sull’ Alzaia, dove le barche venivano sganciate dai cavalli e ricalate in acqua.

 

Proseguiamo il viaggio:

 

[1] In realtà molto vasto dell’Italia Nord-Occidentale (tra Lombardia e Piemonte, comprendendo le province di Como, Bergamo, Varese, Novara).

[2] Nel XIX secolo tra i primi a studiare le testimonianze archeologiche della Cultura di Golasecca fu il parigino Gabriel de Mortillet (1821-1898), importante studioso delle civiltà preistoriche europee. Secondo le leggi vigenti a quel tempo, le Mortillet potè portare in Francia diversi reperti, tutt’oggi al MAN (Musée dì’Archéologie Nationale Germain-en-Laye), presso Parigi

[5] Erano proprietari, armatori e comandanti delle navi che facevano parte di una Corporazione specifica, nella quale erano inclusi tutti gli addetti alla navigazione fluviale (barcaioli, navaioli, pescatori, molinari, addetti ai porti, ai remi, alle vele, ai servizi di carico e scarico, ai servizi di interesse pubblico in caso di calamità naturali come le inondazioni, i naufragi, gli annegamenti, la rottura e il rifacimento di ponti, ecc.). La Corporazione aveva un proprio Statuto, suoi consoli e un’organizzazione interna autonoma che traeva la sua potenza dal commercio fluviale e dal noleggio delle imbarcazioni adibite al trasporto delle merci dei mercanti delle città rivierasche (Veronesi, Mario ne “Guerra sui fiumi”, http://win.storiain.net)

[6] Grazie alla diga le acque del Ticino sono state regimentate, facendole scorrere a favore delle varie centrali idroelettriche presenti più a valle e dei canali di irrigazione che servono i campi e le risaie della pianura padana

[7] Altri castelli si trovavano ad Angera, Arona, con la turascia di Sesona, con il castello di Monte Sordo di Somma e con quello di Castelletto

[8] Il grande pensatore lombardo lavorò per anni a quest’idea. Già nel 1844 costituì una società apposita ma il governo austriaco ostacolò sempre i suoi progetti, che poterono essere coronati soltanto nel momento in cui gli austriaci se ne andarono dal territorio milanese

[9] Si possono trovare ruderi, terrapieni, trincee nascosti in mezzo alla vegetazione della brughiera e del Parco stesso. Il materiale rotabile e i binari furono venduti alle ferrovie mentre le stazioni di partenza e di arrivo vennero distrutte.

[10] Costata circa 7 miliardi delle vecchie lire (1.700.000 lire austriache, a quel tempo), sborsate da egli stesso e da  notabili della zona. Chiaramente ebbe contro la lobby dei barcaioli, cui sottraeva lavoro (v. nota 6)