La Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima (LI)

                                            (Marisa Uberti)

 

Prima di entrare nel borgo fortificato di Campiglia Marittima, si incontra il Cimitero Comunale dove, su un’altura e in posizione centrale, si erge la meravigliosa Pieve di San Giovanni, che è accessibile quando il camposanto è aperto 1]. L’edificio è apprezzabile in tutta la sua affascinante bellezza stando sul poggio antistante la Porta a Mare del paese:

 

                

 

Come molti lettori ormai sanno, qui è situato un interessante esemplare del quadrato magico del Sator che, in detta sede, non si trova nella classica griglia di 5 x 5 caselle bensì le cinque parole sono disposte su tre righe e sono accompagnate da altre sigle, come tra poco vedremo meglio.  Certamente la presenza del palindromo conferisce un’ulteriore aurea di fascino al già irresistibile edificio, che non manca di esercitare il proprio richiamo in chiunque si ritrovi al suo cospetto. 

Bisogna salire diversi gradini per entrare, ma superata la gradinata ci si ritrova a dover camminare letteralmente sulle lapidi sepolcrali! Esse infatti formano la pavimentazione del terrazzamento che circonda la chiesa e appartengono a diversi periodi. Non va dimenticato che il cimitero è tutt’ora funzionante.

Si rimane incerti nel procedere, cauti, muovendosi quasi in punta di piedi in segno di rispetto per i defunti sepolti intorno all’edificio, mentre lo sguardo spazia sul grandioso panorama che è apprezzabile da quella seppur modesta altura. Vita e morte sembrano vibrare sulla stessa frequenza.

Due lastre funerarie che si trovano immediatamente prima del portale d’ingresso della facciata principale si presentano particolarmente consunte; quella più prossima alla soglia ha attirato la nostra attenzione particolareggiata poiché –nonostante sia molto deteriorato- è visibile un personaggio scolpito al centro, all’interno di una “Mandorla” o scudo. Tale figura presenta delle caratteristiche molto simili a quelle scolpite su un’altra lapide – a noi nota da almeno dieci anni – situata nel centro storico di Campiglia Marittima, incassata sulla parete esterna di una civile abitazione.  Purtroppo la lastra funeraria del cimitero è interessata da grosse deturpazioni (fratture, rotture e ricomposizioni) che non ne consentono una agevole lettura.

La facciata della Pieve (la cui orientazione è sull’asse E-O) si presenta a capanna. Sprigiona una forte armonia, nella sua semplicità e colpisce per il colore della pietra usata, un grigio venato di bianco (con alcuni inserti di pietre più chiare). Nella parte superiore troviamo una cornice, interrotta da un rosone strombato che reca centralmente un motivo quadrilobato,  mentre su entrambi i lati si trovano due piccole mensole arricchite da motivi simbolici fitomorfi e zoomorfi.  Il portale centrale è sovrastato da una lunetta che si caratterizza per i cunei bianchi e neri alternati sull’arco, mentre al centro ha un altro piccolo rosoncino, come un fiore di sei petali, più il pistillo centrale: sono tutte aperture che convogliano dosati fasci luminosi all’interno. Ai lati del portale stanno due capitelli, di probabile reimpiego: uno è bianco (a destra) e uno è grigio.

 

Sulla sinistra, per chi guarda l’ingresso, accanto al capitello grigio, è visibile una lastra con un’epigrafe, che risulta preziosa per dedurre sia il committente che la data di quest’opera:

 

+MCSIII GRAtia Dei HOC OPus ComPOSUIT PE

(CATOR MATHEUS) O FRatreS DEuM ORATE UT EI

DIMITTAT ComMISSA PECCATA

(in minuscolo le lettere mancanti poiché nel latino era molto frequente servirsi di abbreviazioni). La cosa curiosa è che le parole “CATOR MATHEUS” si trovano incise su un pezzetto di lastra a destra incassato appena sotto la lunetta, nella parte destra (è scritto su due righe:

CATOR MA

THEUS

 

Chiaramente in origine l’iscrizione doveva essere continua. La traduzione delle parole è la seguente: per grazia di

Dio questa opera realizzò il peccatore Matteo: Fratelli pregate

per lui, perchè Dio gli perdoni i peccati commessi.

 

La frase si apre con la consueta croce e poi si può leggere una data (prima di “GRA(tia), che secondo gli studi più accreditati dovrebbe essere il 1173 (il problema è dato dalla S, che nei numeri romani non esiste, ma è considerata abbreviazione di “septuaginta”, ovvero 70.

 

E’ certo che prima di questa chiesa ve ne fosse una precedente (scavi recenti lo confermano). Da quando l’edificio è stato restaurato (i lavori sono finiti nel 2008) si può percorrerne il perimetro a 360° e così assaporarne l’intera bellezza. Il lato meridionale non presenta portali; quando si giunge nella parte absidale, sul lato orientale, è davvero interessante osservare le due teste che protrudono dalla chiave di volta della monofora: chi sono? Gli anonimi costruttori o i committenti? Di sicuro si somigliano: forse padre e figlio, dato che un volto è più grande dell’altro?

 

                      

 

Spostandosi verso la balconata del lato di settentrione si potrà apprezzare il delizioso campanile a vela, mentre si è continuamente accompagnati dalla presenza delle tombe, in quest’area protette con recinti di ferro battuto.

Si noterà la sporgenza data dal transetto, che termina da questo lato con un portalino, al quale si accede tramite diversi gradini (questo portalino immette nella Cappella riservata al clero). Presenta notevole rimaneggiamento; nella parte superiore vi è una finestra a forma di croce, disassata rispetto al portale. Appena girato l’angolo del transetto ecco finalmente una pietra bianca, del tutto particolare rispetto alle altre: su di essa è stato inciso il noto palindromo del Sator.

 

                   

Non è facilissima da individuare: si trova nella parte più alta, appena sotto il cornicione. Le cinque parole sono così scritte:

SATOR AREPO MS

TENET OPERA

ROTAS MCSS

(la M della prima riga si prolunga in una croce, tanto da essere interpretata come l’abbreviazione del nome MTHS=Matteo). Che significa MCSS? Abbiamo visto prima che la S non esiste come numero romano, quindi anche in questo caso è stato adottato il metodo secondo cui S= septuaginta (70), mentre la seconda S si interpreta come il numero 7. La data che ne emerge sarebbe pertanto il 1177, anno in cui la costruzione di ritiene sia stata completata. Qualcuno interpreta la data come 1172.

 

                  

 

Al Sator lo abbiamo trattato ampiamente in altra sezione del sito, ma si va facendo sempre più strada la nostra convinzione che si tratti di una formula magico-apotropaica usata anche in ambito cristiano per scongiurare crolli o altre calamità, poiché abbiamo già avuto modo di approfondire la questione  nel nostro lavoro “Il Sator di Todi e le sue implicazioni magico-cristiane”.

Le due supposte S potrebbero essere dei 5, forse (la data quindi diventerebbe 1155, che al momento non suggerisce nulla). Ciò che sembra di poter affermare riguarda i caratteri epigrafici usati per comporre la magica frase: anzitutto non si vedono puntini né altri segni di separazione tra le parole. La prima parola, SATOR, presenta le A con il trattino lineare, così anche la A di AREPO, mentre le A delle parole OPERA e ROTAS presentano una apicatura. Le E delle parole AREPO e OPERA sono simili, bombate, mentre quelle di TENET sono nettamente diverse. La S di SATOR sembra nch’essa differente da quella della parola ROTAS; le T paiono invece uguali in tutte le parole in cui sono presenti. La parola TENET, inoltre, è la più sbiadita di tutte: si legge con maggiore fatica (anche se distinguibile), la N è quasi scomparsa e, anche se può essere un’impressione personale, la parola sembra essere stata incisa con maggiore superficialità, con tratto più sottile e meno elegante delle altre. In realtà questa composizione non denota un elevato carattere di eleganza, come se la lastra non dovesse rivestire un posto di primo piano, forse era destinata al campanile o forse già in origine stava dove si trova oggi, lassù in alto, fuori dalla vista. Questo dettaglio ci fa ritenere che sia stata apposta proprio con scopi scaramantici. Sicuramente questo esemplare è interessante, sia per la forma che è sviluppata su righe[2], sia per la presenza di altri elementi come le lettere e la data.

Sul fianco settentrionale si apre un altro portale, il terzo e ultimo della chiesa, il più ricco. Alle estremità dell'arco si trovano due leoni: quello di sinistra stringe tra gli artigli un drago, mentre quello di destra una figura umana acefala; nella lunetta (il cui arco è formato, come quello in facciata, da cunei bianchi e neri) campeggia un’aquila che afferra un quadrupede. L’architrave appoggia su due capitelli con motivi fitomorfi ed è uno dei pezzi più emblematici dell’edificio, ritenuto in passato un frammento di un sarcofago (forse romano) perché riporta scolpita una scena mitologica classica, la Caccia di Meleagro. Il mito racconta che Eneo, re di Calidone, avendo dimenticato di onorare la dea Artemide, avesse così attratto l'ira di lei, materializzatasi nella furia di un cinghiale devastatore dei campi. Il figlio del Re, Meleagro, riuscì a catturare e uccidere la bestia, ma non ad aver salva la vita, che perse nel tentativo di sedare la rivolte scoppiate tra i cacciatori, intenti a disputarsi l'ambito trofeo di caccia. Sull'architrave, partendo da sinistra, osserviamo le quattro scene che descrivono: la ricerca, la cattura, l'uccisione e il trasporto del cinghiale ucciso.

 

              

 

Ma dato che è difficile per una chiesa cristiana accettare di avere un manufatto pagano come architrave, l’interpretazione attuale è che sia stato prodotto nel medioevo romanico, in cui naturalmente non può cambiare la scena rappresentata (che rimane quella del mito di Meleagro) ma viene vista in chiave cristiana, vedendo nella bestia la personificazione del diavolo e, nel figlio del re, il Cristo, che con la sua morte sconfigge le forze del male.

Se si cercasse di andare oltre i confini di pagano o cristiano e si valuterebbero i significati sottesi dei simboli, si potrebbe scoprire che il loro significato è universale e molto probabilmente si rintraccerebbe un insegnamento ermetico (che i costruttori lasciavano sempre nella loro Opera). Dobbiamo riconoscere che è la prima volta che troviamo la scena del cinghiale nelle nostre “peregrinazioni” (per questo ci ha colpito in modo particolare).

Dopo aver ammirato e rimirato l’esterno, dirigiamoci ora verso l’interno, che nella sua austera semplicità è solenne. Si viene immediatamente attratti verso la luce dell’Est, che filtra dalla monofora dell’abside. Sul pavimento, appena si varca l’ingresso, si nota la cornice ottagonale che accoglieva l’antico fonte battesimale, oggi scomparso.

 

                             

 

L’unica navata è un sapiente contenitore di spirito fatto di pietre squadrate, interrotte –sulla sinistra- da una porta detta impropriamente “delle donne”. Da qui, in realtà, si faceva prima ad accedere alla zona presbiteriale (e forse era riservata ai ministri del culto).

Nella parte superiore della navata si trovano sei monofore, tre per parte; la volta è in legno a capriate. La chiesa è dotata di un transetto, al quale si accede superando una serie di plutei che costituiscono una balaustra. I plutei sono decorati a figure geometriche con cornici concentriche: a sinistra un cerchio, un esagono e un rombo (o losanga) che recano al centro una corolla; a destra due rombi (losanghe) e un ottagono con foglie di diversa specie.

La presenza della balaustra richiama l’espressione del Vangelo della “porta stretta”, necessario passaggio per giungere alla salvezza. Nell’area presbiteriale vi è un altare marmoreo con inserti geometrici; il catino absidale è realizzato con piccole bozze innestate tra loro e combacianti con precisione di taglio tale da creare una sfericità perfetta. La monofora dell’abside è orientata al levare del Sole (bisognerebbe conoscere altri dettagli) e nelle giornate limpide è stato osservato che dalla monofora stessa di scorge la vetta del Monte Amiata.

Il transetto di sinistra ospita la Cappella del clero, con la finestra a croce che abbiamo visto anche esternamente; il transetto destro è illuminato da un rosone, e forma una Cappella nella quale troneggia un sarcofago appartenente ad un generale morto nel 1862. Ma è la monofora che ha destato in noi tanta curiosità, già ne avevamo letto, ma vederla dal vivo è un’emozione differente: sull'archetto è scolpita una figura a rilievo che sembra surreale, non ci si aspetta di trovare una scultura, in quella posizione! E', tra l’altro, l'unica figura umana che si trovi all'interno della chiesa; è rappresentata nel gesto di sollevare le lunghe vesti o semplicemente ne tiene i lembi (per motivi che non si conoscono). Non esiste una identificazione del personaggio, anche perché un atto vandalico ne ha mutilato la testa.

 

                        

Riferimenti utili:

 


[1] Tutti i giorni meno il lunedì e il venerdì. L’interno è visitabile in specifiche fasce orarie (alla nostra visita dalle 8.00 alle 11.50 e dalle 14.00 alle 16.50).

[2] Ricordiamo che esistono altri casi di Sator che non rispettano la forma di “quadrato magico”: nella Collegiata di Sant’Orso ad Aosta è circolare, così come nell’Abbazia di Valvisciolo a Sermoneta (LT), a Todi (Museo delle Lucrezie) è disposto su tre righe.

 

Galleria foto: Pieve di San Giovanni

Argomento: Sator Campiglia

SATOR

a.anriot@neuf.fr | 19.08.2015

Articolo meraviglioso e luogo completamente sconosciuto da me
Grazie

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