XVIII SEMINARIO DI ARCHEOASTRONOMIA

19-20 MARZO 2016

GENOVA - SESTRI PONENTE

 

(report a cura di Marisa Uberti)

 

Giunto al suo diciottesimo anno, il Seminario di Archeoastronomia organizzato dall’Osservatorio Astronomico di Genova (OAG) e dall’Associazione Ligure per lo Sviluppo degli Studi Archeoastronomici (Alssa), ha mostrato una vitalità rinnovata in grado di attirare un pubblico sempre più interessato e variegato. Sarà l’ottima capacità organizzativa del presidente dell’Alssa, Giuseppe Veneziano, saranno gli argomenti proposti dai diversi relatori, sta di fatto che anche quest’anno la “due giorni” sestrese ha riscosso un innegabile successo, lasciando nei relatori e nel pubblico il ricordo di un evento importante che ha permesso di interagire vicendevolmente, scambiarsi idee e stimoli all’approfondimento. Nonostante ben tre defezioni rispetto all'elenco previsto dei relatori, il Seminario si è svolto senza tempi morti, ottimizzando la successione degli interventi.

La sede dell'evento è stata, come ogni anno, la saletta dell’Università Popolare Sestrese, con inizio alle ore 9.30 circa di sabato, 19 Marzo. Con il presente report si intende trasmettere ai lettori una sintesi delle relazioni che sono state presentate, rimandando gli approfondimenti alla pubblicazione degli Atti, prevista non prima di settembre 2016 sul sito ufficiale dell’Alssa.

 

                        

             A sinistra Giuseppe Veneziano e,a destra, il presidente dell'UPS

 

Dopo i saluti di benvenuto da parte di Giuseppe Veneziano e del presidente dell’Università Popolare Sestrese (UPS), è stata data la parola al primo relatore, Luigi Torlai (Ass.ne Tages), che ha presentato “La Luna Piena del solstizio estivo: un evento inciso sulla pietra”. Lo studioso ha illustrato i risultati preliminari dell’analisi archeoastronomica condotta su alcuni megaliti rupestri del sito di Insuglietti (Pitigliano, GR), verosimilmente lavorati dall’uomo, ma con quale scopo? L’indagine, tutt’ora in corso, si propone di rispondere ad alcune domande: quando, come e perché vennero artificialmente lavorati? Questa ricerca, ha sostenuto Torlai, è la continuazione naturale di quella effettuata il 29 ottobre 2008 da due ricercatori corsi (Antomar Ottavi e Francois Radureau) per conto della TAGES di Pitigliano. Costoro cercarono di individuare, nel sito che chiamarono Insuglietti B, la corrispondenza di eventuali allineamenti dei corridoi e delle incisioni (puntatori) con gli astri del cielo all’orizzonte locale. Le indicazioni che emersero dalle loro rilevazioni si sono dimostrate fondamentali per la conferma, attraverso la documentazione fotografica, dell’allineamento della Luna Piena prossima al Solstizio Estivo con il puntatore della cosiddetta “pietra F”. Questa verifica consente, dice Torlai, di registrare la connessione non casuale tra il sorgere della Luna piena con il tramonto del Sole prossimo al Solstizio Estivo e la direzione del puntatore stesso. Inoltre lo studioso ha voluto sottolineare, a titolo conoscitivo, come questo sito si trovi a breve distanza dal più celebre ed enigmatico sito megalitico di Poggio Rota (già indagato a suo tempo dal prof. Adriano Gaspani) e ad altri megaliti con funzione di “osservatori celesti” protostorici (seconda metà del II millennio a.C.). Il motivo per cui antiche culture qui stanziate abbiano modellato i massi a fini astronomici potrebbe trovare spiegazione nelle celebrazioni rituali legate al cambio stagionale, ai lavori agricoli o a ricorrenze sacre. La ricerca, ha concluso Torlai, necessita di un’ulteriore conferma fotografica degli altri allineamenti suggeriti da Ottaviani e Radureau, con i corriodoi inerenti il tramonto della Luna piena al Soltizio Estivo e le direttrici del Meridiano e dell’Equinoziale. A tal proposito si prospetta più allettante che mai la data del prossimo 20 giugno 2016, quando avremo sia la data del Solstizio Estivo che la Luna Piena. Torlai, grazie ai calcoli elaborati con moderni software, ha già individuato l’ora “magica” per l’osservazione del fenomeno atteso; chi vorrà potrà quindi recarsi insieme a lui in loco e ricavare importanti conferme di queste osservazioni preliminari.

 

              

                                           Immagini del sito illustrato da Torlai

 

 

La seconda relatrice è stata l’archeologa Marina De Franceschini, co-autrice dello splendido volume “Villa Adriana: architettura celeste. I segreti dei solstizi” (L’Erma di Bretschneider, 2011), scritto con Giuseppe Veneziano, con il quale sta continuando l’analisi dei fenomeni archeoastronomici che si verificano nella straordinaria villa dell’imperatore Adriano a Tivoli (RM). La relazione che l’archeologa ha presentato la dice lunga su quanto ancora vi sia da indagare in tal senso: “Una nuova scoperta a Roccabruna”. Che cos’è Roccabruna, anzitutto? E’ un edificio in proprietà pubblica, situato all’estremità nord della Spianata dell’Accademia; rimane solo il piano inferiore di forma quadrata che contiene all’interno una sala circolare coperta da cupola: Un tempo al piano superiore era un tempietto dorico con sedici colonne, anch’esso coperto da una cupola con oculo centrale. Roccabruna è collegata alla Spianata tramite una rampa, ancora oggi distinguibile. Durante uno dei suoi numerosi sopralluoghi, la d.ssa De Franceschini ebbe modo di osservare- nel 2006, presso il Tempio di Apollo (facente parte dell’Accademia) - un rettangolo luminoso posto esattamente al centro di uno dei pannelli murari ancora in piedi, dando l’impressione che consequenzialmente venissero illuminati tutti, in una sorta di “danza delle ore”. I calcoli astronomici condotti da G. Veneziano hanno stabilito che il Tempio di Apollo è attraversato da una linea solstiziale che unisce il tramonto del Solstizio estivo (Az 301° 50’) e l’alba del Solstizio invernale (Az 122° 40’). Con l’elaborazione grafica sono emersi poi altri allineamenti interessanti l’intera spianata dell’Accademia e, quindi, secondo De Franceschini-Veneziano, anche Roccabruna. Ipotesi che hanno voluto verificare partendo da una curiosità: che cosa può osservare un eventuale rilevatore, stando all’interno della grande sala a cupola (piano inferiore) dell’edificio denominato Roccabruna? Già il 21 giugno 1988 (Solstizio estivo) due ricercatori statunitensi (Robert Mangurian e Mary Ann Ray) scoprirono e documentarono fotograficamente la “lama di luce” all’interno della cupola del monumento. Questo fenomeno è dato da un’apertura rettangolare (condotto luminoso B), posta sopra la porta dell’ingresso principale, che non sembra avere altra funzione se non quella “astronomica”. Il lavoro di rilevamento ha portato ad identificare interessanti e insospettati elementi nella pianta del piano inferiore: gli orientamenti astronomici e gli Azimut; la presenza di tre condotti “luminosi” (A, B e C, delle tre facciate) e di due condotti “acustici” ai lati della scala.

 

                           

 

Il 19 giugno 2009 (in prossimità del Solstizio estivo), la ricercatrice De Franceschini ha osservato il tramonto del Sole al centro della porta principale (ore 20.28) e la formazione della “lama di luce” sulla parete opposta, che arriva sotto l’apertura dei “condotti acustici” e al di sopra di una grande nicchia. Tale lama proviene dall’apertura rettangolare (=condotto B) di cui abbiamo accennato prima (che tra l’altro andrebbe ripulita perché vi è vegetazione aggettante il lume). E’ ipotizzabile che, anticamente, proprio in questo luogo avvenissero delle “magie” da parte dei sacerdoti o oracoli divini, sfruttando l’affascinante fenomeno luminoso in coincidenza con il tramonto del sole al Solstizio estivo, una data non certo trascurabile. Forse nella nicchia era posta una statua dorata della divinità, che doveva bagnarsi letteralmente della rossa luce del tramonto, infuocandosi simbolicamente. E la lama di luce chissà che funzione esercitava…La studiosa ha proposto l’ipotesi che tale divinità potesse essere Iside/ Fors Fortuna, la cui festa era celebrata il 21 giugno, al Solstizio estivo; la dea era collegata con lo sblocco del sole attraverso i suoi poteri magici, propiziatrice di raccolti, presiedeva i riti misterici di morte e rinascita e a lei erano dedicati numerosi santuari oracolari (come a Preneste) mentre a Tivoli esisteva la Sibilla Tiburtina. In contrapposizione, al Solstizio invernale (21 dicembre) si celebravano i Saturnalia (dedicati a Dioniso/Osiride). A tal proposito è sorta nella studiosa un’ulteriore curiosità relativa agli altri due “condotti luminosi”, di cui uno (il C) non viene mai colpito dal Sole mentre l’altro (A)  andava verificato. Si comporta come il condotto B? E se si,  in quale periodo dell’anno? Mentre Veneziano eseguiva i calcoli astronomici che gli hanno consentito di stabilire in quale data il sole avesse la stessa declinazione rapportata all’Azimut del condotto luminoso A (orientato verso S-O), la De Franceschini è andata ad osservare in situ, per ottenere la congruenza dei dati.  Il 19-20 dicembre (Solstizio invernale) era a Roccabruna ed ha fatto una nuova scoperta: il sole è entrato dalla feritoia del condotto A, come Veneziano aveva calcolato e fra le 14.36 e le 14.43 ha creato una macchia di luce circolare sopra la piattabanda dell’arco, che ha avuto una durata 7 minuti. La macchia è più piccola e compare più in basso rispetto alla lama di luce del Solstizio estivo.

Al piano inferiore di Roccabruna pertanto, nella grande sala a cupola, si verifica un duplice fenomeno luminoso: uno in concomitanza del tramonto del Solstizio estivo (il gioco della lama di luce perdura circa un’ora, tramite il condotto B) e uno al Solstizio invernale (macchia circolare della durata di 7’, tramite il condotto A). Nella parte superiore del tempietto, ormai scomparsa, si verificavano sicuramente fenomeni luminosi attraverso la porta, la finestra e l’oculo della porta. Sembra di poter concludere che l’orientazione dei condotti luminosi non sia casuale, tuttavia sono studi che faticano ancora a farsi strada tra gli accademici. Seminare queste informazioni appare davvero importante al fine di migliorare la conoscenza a 360 gradi delle grandi costruzioni del passato e soprattutto di chi le ha progettate/commissionate, perchè racchiudono ancora diversi misteri.

 

                              

 

 

Henry De Santis (Archeoastronomia Ligustica) ha presentato una relazione intitolata: “L’interpretazione del Mazzaroth del libro biblico di Giobbe e le sue connessioni con l’astronomia assiro-babilonese”. Che cosa esplica il termine Mazzaroth? Esso è citato in Giobbe, v. 32 (che nella sua prima stesura può risalire all’XI- X sec. a.C. e in quella definitiva al V sec. a.C.), e ne Il Libro dei Re, 23, v. 4 (dov’è riportato Mazzaloth), risalente al IV- V sec. a.C. Il termine Mazzaroth è stato tradotto in vari modi, come il pannello sotto mostra.

 

   

 

I termini Mazzaroth e Mazzoloth sono stati identificati con diversi significati, a seconda della traduzione e della versione biblica, fin dal II secolo d. C..

L’analisi di De Santis ha inteso dirimere le controversie interpretative in favore dell’associazione del termine con il pianeta Venere, il quale era già presente nelle rappresentazioni artistiche dei Babilonesi, ed è presumibile che proprio da questi ultimi gli Ebrei ne abbiano importato l’uso cultuale. In sintesi, in Giobbe la parola Mazzaroth corrisponde all’italiano “costellazioni o stelle”, “segni settentrionali”, “stella del mattino” (la Vulgata lo traduce come ”Luciferum”); ne i Re, 23 il termine è tradotto in Italiano come “stelle”, “segni dello zodiaco”. Dai testi emerge che Mazzaroth è una cosa unica; la desinenza “–oth” indica un plurale ma verosimilmente è un plurale di forma e non di significato; è una cosa che sorge, ad un certo tempo; viene citata per importanza dopo il sole e la luna ed è seguita dalla milizia del cielo. (le altre stelle?). L’ipotesi che Mazzaroth possa essere Venere è sintetizzabile in quanto già espresso:

- inizialmente Venere era considerata come due unità distinte pur essendo un unico astro;

- appare per cicli periodici;

- è il terzo astro più luminoso dopo il Sole e la Luna;

- è distinta dalla milizia del cielo (forse le altre stelle).

 

Nel IV passo dei Re II, 38, si dice che i sacerdoti ardevano incensi a Baal, Sole, Luna, Mazzaloth ed esercito del cielo = è adorato come divinità a sè stante; la triade Samas (Sole), Sin (Luna), Istar (Venere) sono culti Fenicio­ –Assiro – Babilonesi.

 

La sessione mattutina del seminario è stata conclusa da Mario Codebò (Archeoastronomia Ligustica) che ha presentato una relazione dal titolo “Sulle rotte di Ulisse” con cui ha inteso dimostrare che tre specifiche rotte descritte nel poema di Omero “Odissea” e le indicazioni astronomiche che le sottendono, sono incompatibili con le latitudini settentrionali del Mare del Nord e del Mar Baltico ipotizzate nella cosiddetta teoria di “Omero nel Baltico” (Felice Vinci), mentre lo sono con le latitudini più meridionali del Mediterraneo. Le tre rotte nautiche prese in considerazione dal relatore sono le seguenti:

1 - la traversata fatta da Ulisse in 18 giorni su una zattera a vela, dall’isola di Ogigia verso Itaca (con approdo in realtà a Scheria, isola dei Feaci, a causa di una tempesta alla fine del viaggio)

2 – il viaggio, durato solo dal tramonto all’alba, sulla nave a remi e a vela con la quale i Feaci trasportarono Ulisse da Scheria a Itaca;

3 – la deriva, durata 10 giorni, di Ulisse naufrago aggrappato ad un relitto della sua nave da Cariddi all’isola di Ogigia.

Attraverso l’esposizione degli accurati calcoli astronomici eseguiti da Codebò su questi tre punti, sembra nettamente prevalere l’ambientazione classica del viaggio Omerico, fermo restando che la descrizione può essere inquadrata con un intento simbolico che tuttavia l’Autore infarcì di dettagli: ad esempio, nella prima rotta Omero fornì tutti gli elementi per calcolarla (direzione, durata e velocità del natante) e le altre due, pur non offrendo particolari precisi, possono essere calcolate – sostiene Codebò- in quanto rotte rispettivamente precedente e successiva alla prima.

                        

                             

Alcuni i punti fondamentali evidenziati dal relatore:

1) alle latitudini dei Mari del Nord e Bàltico la costellazione del Boote era a quei tempi circumpolare, quindi non sorgeva né tramontava mai, ma girava in cielo tutta la notte come e con l'Orsa Maggiore. Anche il Boote, quindi "...non si bagna[va] mai nei lavacri d'Oceano...". Quindi Omero non poteva definirlo "...Boote che tardi tramonta...".
Invece nel Mediterraneo Boote non era circumpolare e quindi sorgeva e tramontava. Quindi Omero indiscutibilmente lo vedeva dal Mediterraneo, non dal Bàltico;
2) maree e correnti sono analoghi sia nel Maelstrom che nello Stretto di Messina. Quindi Cariddi può benissimo essere in quest'ultimo e non obbligatoriamente nelle isole Lofoten;
3) il viaggio da Scheria ad Itaca si svolge in una sola notte. Quindi questa rotta, percorsa da una nave a remi e vela (che viaggia ad una velocità non superiore a 4-5 nodi), non può essere più lunga  di 80 miglia nautiche. Non può quindi essere la rotta Rogaland-Lyø che, in quanto lunga 404 miglia nautiche, nella notte più lunga dell'anno (solstizio d'inverno) doveva essere percorsa a non meno di 22 nodi, corrispondente alla velocità di una moderna nave passeggeri; 
4) qualsiasi naufrago nel Mare del Nord muore di assideramento al massimo nel giro di qualche ora. Nel Mediterraneo invece potrebbe sopravvivere per alcuni giorni d'estate.
Ulisse quindi non può avere fatto naufragio nel Maelstrom ma può averlo fatto nello Stretto di Messina;

Lo studio presentato, ha precisato il relatore, è stato condotto insieme ad Agostino Frosini, che non ha potuto essere presente.

 

 

La sessione pomeridiana è stata aperta dalla ricercatrice calabrese Luciana De Rose con ”La sfera armillare di Solunto (PA)”. Si tratta di un mosaico scoperto nella “Casa di Leda”, risalente al II sec. a.C. Solunto è una città antichissima; le testimonianze archeologiche sopravvissute fino ai nostri giorni sono tuttavia relative alla città di età ellenistico-romana, sostituitasi al primo insediamento fenicio, risalente almeno al VII sec. a.C. La città venne abbandonata, non si sa bene perché, intorno al III sec. d.C. Le case di epoca ellenistico-romana erano organizzate su più piani e caratterizzate da ambienti distribuiti attorno a peristili e in particolare ci interessa la Casa di Leda (II sec. a.C.-I sec. d.C.), così denominata dalla raffigurazione di Leda e il cigno su una parete del triclinio. Si tratta di una grande dimora con peristilio a due ordini sovrapposti, con pavimenti in opus signinum e mosaico, tra i quali spicca la rappresentazione di una sfera armillare, e pareti decorate con pitture di I e II Stile. Il mosaico, in opus vermiculatum, raffigura una sfera armillare la cui datazione si fa risalire al II secolo a.C. L’immagine musiva è costituita da minuscole tessere di 0,5 cm e raffigura questo straordinario strumento astronomico, nel quale il globo terrestre è al centro (secondo la concezione tolemaica), circondato da anelli mobili mentre, in un angolo, si intravede la figura di un vento, rappresentato come testa giovanile di profilo nell’atto di soffiare. Per definizione una sfera armillare è uno “strumento astronomico che rappresenta le orbite solide dei pianeti e del Sole mediante armille (anelli) imperniate in un centro comune. Generalmente la sfera armillare rispecchia la visione geocentrica dell’universo, propria del sistema tolemaico, ma ne esistono anche variazioni eliocentriche o copernicane […].

 

       

                 La sfera armillare nel mosaico della "Casa di Leda" a Solunto (PA)

 

Per la sua alta cronologia, il mosaico di Solunto costituisce pressoché un unicum, anche se esistono raffigurazioni simili, sebbene più tarde. La relatrice si è interrogata (e ha rilanciato al pubblico le stesse sue stimolanti domande) sul motivo per cui su quel pavimento, in quella casa, in quel contesto, venne raffigurato uno strumento scientifico del genere.A chi doveva servire? E’ lecito ritenere che a quel tempo fosse consolidata l’arte di costruire sfere artificiali terrestri e celesti (sferopea) a scopi didattici e di ricerca[1]. In quali ambienti si usavano simili sofisticati strumenti? Nelle Scuole Pitagoriche (V sec. a.C.), tra i seguaci di Archimede (287-212 a.C.), cil quale deteneva due modelli di sfera armillare che aveva personalmente costruito, di cui una vuota (celeste) e una solida (terrestre) molto appariscente. Durante il Sacco di Siracusa (212 a.C.) una delle due sfere venne trafugata dal console Marcello. Di questi manufatti se ne parlò ancora secoli dopo, tanto dovevano essere magnifici: pare che fossero simulati i moti del sole, della luna e dei cinque pianeti visibili. Non sappiamo di che materiale fosse costituita e nemmeno se fossero veramente due oppure una entro l’altra, cosa che ne acuirebbe la meravigliosa ingegnosità. Di sfere “stelligere” si occupò Ipparco da Samo (II sec. a.C.). Ma quali raffronti può avere la sfera armillare del mosaico di Solunto? La d.ssa De Rose ha mostrato alcune immagini interessanti:

-la pittura parietale pompeiana ritraente Apollo Cosmocrator, I sec. d.C. (ambiente magno-greco), opera conservata oggi al Museo Nazionale di Napoli ma originariamente nella Casa di Apolline a Pompei (NA);

-Urania, la Musa dell’Astronomia, ritratta in un affresco nella Casa di Julia Felix a Pompei (62-79 d.C.);

-il planisfero di Stabia (NA), affresco di epoca neroniana che rappresenta l’allegoria del “tutto”, nel quale sono comprese le stagioni.

 

 

La relatrice ha quindi illustrato brevemente i vari “Sistemi” astronomici antichi (quello di Eudosso, Calippo, Aristotele, Apollonio), concludendo che una cosa appare certa: chi realizzò la sfera armillare di Solunto deteneva conoscenze diffuse in merito all’astronomia, aveva nozioni  scientifiche avanzate e sapeva utilizzare i simboli.

 

 

Giovanni Nocentini è stato il relatore successivo, con un’esposizione dal titolo “Un importante tempio etrusco nei dintorni di Arezzo e il suo particolare orientamento astronomico”.

Si tratta di uno studio inedito, che lo studioso ha presentato in anteprima in questo Seminario. E’ stato condotto su un tempio di epoca etrusca, a detta del relatore, ubicato nei dintorni di Arezzo. La struttura condivide con un altro importante tempio etrusco (quello di Castelsecco) non solo la medesima area geografica ma anche la medesima altitudine (424 m) e lo stesso orientamento astronomico (quest’ultimo rilevabile anche in un terzo sito protostorico situato a breve distanza dai due precedenti).

 

                   

                  

 

 

Ha preso quindi la parola Alberto Peano con una trattazione esclusivamente parlata, senza uso di immagini, intitolata “La precessione degli equinozi e le prime accuse di deicidio contro gli Ebrei”. Rimandiamo agli Atti per il resconto.

 

Ha concluso la sessione pomeridiana del sabato il prof. Enrico Calzolari (Alssa), la cui relazione è stata purtroppo privata delle diapositive (per problemi tecnici). Il titolo “Rilettura del petroglifo del sentiero 118 C.A.I. di Lunigiana alla luce della scoperta del DNA dell’ Helicobacter Pylori rinvenuto nello stomaco dell’Uomo do Similaun (Ötzi), presuppone una trattazione che rimandiamo agli Atti di prossima pubblicazione sul sito dell’Alssa.

 

  • SECONDA GIORNATA

 

Il Seminario è ripreso domenica 20 Marzo, sempre con la garbata introduzione di Giuseppe Veneziano, che ha dato la parola alla scrivente (Marisa Uberti), la quale ha presentato il tema “Archeoastronomia ed esoterismo degli edifici medievali”. Con questa relazione ho inteso portare a conoscenza degli astanti un’interessante iniziativa che ha preso avvio nel gennaio 2015 ad opera dell’astrofisico prof. Adriano Gaspani. Si tratta di un progetto basato su corsi di archeoastronomia, da livelli base a quelli più avanzati, con parti teoriche e pratiche, che si svolgono in provincia di Bergamo (San Pellegrino Terme) e ai quali possono partecipare studiosi e appassionati della materia (la quale, com’è noto, non ha tutt’ora una propria facoltà universitaria). Avendo partecipato ad alcuni di questi corsi (che durano un fine settimana a cadenza non periodica e fissata dal docente), ho trovato pertinente parlarne in un seminario organizzato dall’Alssa, che promuove lo sviluppo degli studi archeoastronomici. In particolare, ho discusso dell’ultimo corso in ordine di tempo cui ho partecipato, il 29-30 Gennaio 2016, intitolato “Astronomia, Geometria, Simbolismo cosmico ed esoterico nelle chiese e nei castelli medioevali. Il punto di vista dei costruttori”. In esso il prof. Gaspani è andato oltre l’approccio tecnicistico e prettamente scientifico impiegato nell’analisi archeoastronomica perché c’è da tenere presente una componente molto rilevante, quella “esoterica” o nascosta dell’architettura degli "edifici di potere", chiese e castelli costruiti durante il Medioevo. Il termine esoterico è stato purtroppo abusato nel corso del tempo e specialmente con l’avvento della cosiddetta “New-Age”, che lo ha annacquato e stravolto. Ma, secondo il vocabolario Treccani, si dicono esoteriche le dottrine e gli insegnamenti segreti che non devono essere divulgati perché destinati a pochi.  L’esoterismo si esprime attraverso un proprio codice o linguaggio filosofico che solitamente si collega al mondo greco, essendo stato usato da Aristotele per i soli discepoli (contrapposto a essoterico). Naturalmente l’ esoterismo esisteva anche prima dei greci; si può dire che ogni cultura abbia avuto un’espressione esoterica del Sapere. Il Medioevo europeo non vi sfuggì e in ambito costruttivo alcune “gilde” o “confraternite di mestiere” seppero codificare negli edifici religiosi e civili di potere questa sapienzialità che va sotto il nome di “Tradizione”. Essa comprendeva discipline racchiuse nelle Sette Arti Liberali: Grammatica, Retorica, Logica (Trivio), Aritmetica, Geometria, Astronomia, Musica (Quadrivio). A queste bisogna aggiungere l’astrologia, la geomanzia, la gnomonica, strettamente legate alle scelte operative e costruttive (luogo,“momento migliore”, un determinato metodo di allineamento, ecc.). Poco importa se oggi certi aspetti appaiono opinabili e poco scientifici: a quel tempo ci credevano e per comprendere veramente l’architettura medievale con le sue correlazioni celesti, dobbiamo calarci nel pensiero e nelle credenze del mistico Medioevo, in cui anche i Cavalieri Templari adottarono un “Codice Astronomico” specifico per le loro costruzioni. La sfida dei moderni archeoastronomi è proprio quella di decodificare il Codice…

 

                      

 

 

E’ stata quindi la volta di Giuseppe Veneziano, con “L’astronomia nelle feste dell’antica Roma”. Interessante relazione che ci ha fatto tornare ai tempi della Roma arcaica, quando si tenevano feste dedicate soprattutto all’Agricoltura, che era strettamente legata all’Astronomia e ai fenomeni celesti., Ovidio (43 a.C.- 18 d.C.) nei “Fasti” ci parla di divinità, usanze e tradizioni popolari dell’antica Roma, conditi con aneddoti anche ironici, favole, poesie e miti, che rendono quest’opera- per quanto incompleta- la più rilevante e attendibile per conoscere le credenze religiose romane con i relativi riti e i fenomeni astronomici ad essi collegati. Veniamo così a sapere che le Pleiadi (nella costellazione del Toro) avevano un ruolo preminente nei calendari rustici e nei miti più arcaici; l’ammasso era collegato all’agricoltura perché il loro sorgere eliaco corrispondeva alla mietitura e il loro tramontare eliaco con l’aratura. Una delle feste di maggiore importanza nell’antica Roma era quella di Robigalia, in onore di Robigo (Robigus) che gli autori più antichi correlano ad una divinità maschile e quelli più tardi (come lo stesso Ovidio) ad una femminile. Questo pare sia dovuto al fatto di far coincidere il sesso della divinità con il termine latino “robigo” che era di genere femminile. Ma che divinità era? Quella della ruggine del frumento, strettamente legata alla stella Sirio (=stella del Cane). Ovidio ci tramanda che ogni 25 aprile (al formarsi delle spighe) si sacrificava un cane dal pelo fulvo e una pecora bidente (di 2 anni) da parte del sacerdote (flamine quirinale).Le credenze del tempo attribuivano a Sirio la comparsa di una malattia fungina nel frumento, che lo rendeva inadatto al consumo umano. Per questo i Romani dovevano innalzare sacrifici e celebrare rituali per ingraziarsi la divinità, affinchè benedicesse i raccolti e li preservasse dalla malattia. C’erano, poi, solenni feste legate ai Solstizi: a quello invernale i Saturnalia (dal 17 al 24 dicembre), in onore del dio Saturno (dio dell’agricoltura), a quello estivo Fors Fortuna, dea della fortuna che regolava sia le attività agricole che le vicende umane.

Dal 274 d.C. sotto l’imperatore Aureliano, i Saturnalia culminavano con il Dies Natalis Solis Invicti, il 25 dicembre, sancendo il “ritorno del sole”, l’allungamento delle giornate, l’inversione della declinazione solare.

Fors Fortuna era celebrata il 24 Giugno, ma i festeggiamenti duravano 7 giorni; era una dea della sorte, della prosperità, della buona fortuna che, secondo alcuni Autori antichi, aveva connotazioni positive e negative. Probabilmente il culto di questa divinità era di derivazione italica, legata alla fertilità. Saturno era dunque legato al Sole e Fors Fortuna alla Luna. La descrizione dello svolgimento delle feste romane, riportate da molti autori latini dell’epoca, evidenziano una conoscenza approfondita del cielo dovuta ad un’attenta osservazione dei fenomeni astronomici per fini pratici.

 

                                     

 

 

Gaudenzio Ragazzi ha quindi preso la parola per esporre la sua interessante relazione sulla “Cripta di San Glisente (BS) e il sapere cosmologico”. C’è ancora molto lavoro da fare e molto da osservare in questa struttura, ha esordito Gaudenzio, invitando gli interessati a fare un sopralluogo insieme a lui nei due prossimi appuntamenti astronomici più importanti, l’Equinozio d’Autunno e il Solstizio d’Inverno. Bisogna salire a 1.956 m di altitudine, però, sui monti a cavallo tra i Comuni di Esine e di Berzo Inferiore (Valgrigna, BS), ma con un po’ di impegno e un preventivo allenamento si può fare, che ne dite? Ne varrebbe sicuramente la pena perché in questa cripta avvengono fenomeni astronomici degni di essere approfonditi. Già qualche tempo fa (2011) il Ragazzi aveva formulato l’ipotesi che la monofora rivolta verso N-E potesse essere allineata sul Solstizio estivo, cosa che venne confermata il 22 giugno 2012, andando sul posto con un gruppo di alpinisti del CAI di Esine. Volendo effettuare un rilevamento anche nel giorno del Solstizio invernale, lo studioso si è recato in loco il 21 dicembre 2014 con un folto gruppo del CAI di Esine e ha potuto osservare uno spettacolare fenomeno solstiziale, con la luce solare che –all’alba- ha inondato la cripta. Mancano però rilievi strumentali, mappature e calcoli, attività che sono state proposte intenzionalmente a coloro che vogliano collaborare per dipanare i segreti astronomici di questo “tempio del sole”, come lo ha definito il relatore stesso.

 

Gaudenzio Ragazzi illustra la pianta della cripta e il corridoio d'ingresso. Le frecce sono poste in corrispondenza degli allineamenti astronomici in parte individuati e in parte ancora da stabilire

 

Il Seminario 2016 è stato brillantemente concluso dall’ultimo relatore, l’astrofisico romano Paolo Colona, che ha presentato una relazione intitolata “Analisi astronomica del libro biblico di Isaia”. In Isaia 14, 12 si trova la più antica citazione di Lucifero: “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore dei popoli?”. La tradizione assegna a Lucifero il ruolo di angelo caduto per aver osato sfidare Dio. “Il principe e il più bello degli angeli che promosse la ribellione di questi e, sconfitto dall’arcangelo Michele fu precipitato nell’inferno, ove divenne il capo dei demoni”, dice ancora Isaia. L’etimologia della parola Lucifero è composta da lux (luce) e –fero (portare), che equivale a dire che Lucifero è il “portatore di luce” ed esiste anche nella forma femminile “Lucifera”, nome dato a Venere nelle sue apparizioni mattutine (dal greco Phosporos), l’astro che porta la luce, essendo innegabilmente l'astro più luminoso del cielo (dopo Sole e Luna) che preannuncia l’alba. Lucifero si presenta dunque con due aspetti: angelo caduto e Venere mattutina. Com’è possibile questo? Sembrano in antitesi, le due cose, eppure- sostiene Colona- la relazione è autentica, non è un’interpretazione. Infatti se fosse soltanto tale, basterebbe la lettura teologica, che identifica Lucifero con Venere per sottolineare la bellezza del primo quando non si era ancora ribellato nè caduto (un adattamento a fini morali). L’analisi filologica del testo ebraico ci offre però una chiave di lettura astronomica e vediamo quale, secondo il relatore. Il passo ebraico dice helel ben-shachar (=splendente figlio dell’Aurora).

 

              

              

 

Venere, passata la congiunzione con il Sole, se ne allontana sempre più, alzandosi sopra l’orizzonte; emerge dalle luci dell’alba fino ad arrivare a sorgere quando è ancora buio e a splendere di notte in  mezzo alle stelle, con la sua luminosità incontrastata. Poi, raggiunta l’elongazione massima, inverte il suo moto e sembra ricadere sull’orizzonte abbassandosi inesorabilmente.

La figura dell’angelo bellissimo che vuole farsi come Dio ed è precipitato dal cielo è quindi ispirata all’apparizione mattutina di Venere che, al contrario di quella serale, sale in cielo all’alba, come il grafico mostrato dal dr. Colona bene evidenzia:

 

           

 

Molti miti, ha concluso lo studioso, nascondono osservazioni astronomiche o informazioni scientifiche: studiandoli, possiamo scoprire conoscenze antiche altrimenti ignote e spostare indietro i limiti temporali della storia della scienza accedendo ad un patrimonio altrimenti perso.

 

Le domande del pubblico, costanti al termine di ciascuna relazione, hanno dimostrato il vivo interesse per le tematiche esposte dai vari relatori, accendendo vicendevoli stimoli all’approfondimento.

 

  • Ringrazio personalmente Giuseppe Veneziano e diamo appuntamento al prossimo anno a tutti gli studiosi e simpatizzanti dell’archeoastronomia ligustica e non.

 


[1] Ci sovviene la nostra pregressa indagine sul “Globo di Matelica”, pubblicata in questo stesso sito http://www.duepassinelmistero.com/intervista_a_danilo_baldini.htm

 

Argomento: XVIII Seminario di Archeoastronomia

Interessante

Giuliano | 05.04.2016

Ottima relazione, sembra di esservi stato. Grazie mille:-)

Non lo sapevo

Elena | 25.03.2016

Mi dispiace saperlo adesso, non l'ho saputo in tempo. Sarà per l'anno prossimo. Grazie, ciao.

seminario

Agostino | 25.03.2016

Ti ringrazio perché avrei voluto esserci e non c'ero. Questa prodigiosa sintesi mi permette di acquisire qualche dato assai utile
che ci terrei a discutere. Vorrei essere avvisato quando saranno pronti gli Atti. Ciao, Ago.

R: seminario

DPNM | 25.03.2016

Grazie a te, Ago! E' una gratifica per me sapere che questo lavoro ti è utile. Lasciaci un indirizzo email, ti avviseremo della pubblicazione degli Atti sul sito dell'Alssa. Ciao!

Nuovo commento